Siria-macerie umana

aprile 7, 2017 § Lascia un commento

«Ognuno ha i suoi cocci e le sue rovine, ma è sempre lo stesso disastro quando si perde un pezzo del passato.»

Nicola Bouvier, La polvere del Mondo (2004)

La devastazione della Siria, va afferrata dal suo contrario: da quello che è stata. Dalla sua assenza. Perché solo posando lo sguardo sui palazzi, moschee, bus, cinema, si potrà forse afferrare la passata normalità ora sventrata. Dettagli, sorrisi, scarpe, gente che cammina, strade piene, atmosfere allegre e vitali della Siria prima della guerra senza fine. Solo allora soffermandosi sul pieno, si potrà cogliere il vuoto.

Un paese a cui si è inflitto un tasso di distruzione mai visto, nella storia, una proporzione di bombe e macerie mai vista. L’annientamento di un intero territorio e lo sfollamento di una grande parte della popolazione.

Per questo motivo il libro di Giuseppe Alizzi “Sham Sham. Persone cose luoghi siriani”, pubblicato dai tipi di Mesogea, è cosi necessario. Raccogliendo fotografie dell’architettura siriana, compone uno racconto del vuoto odierno. Un patrimonio, anche immateriale, come classificato dall’Unesco, che “non sarebbe mai dovuto andare in frantumi ed essere perso”, come ricorda Alizzi durante la presentazione del libro al Middle East Now Festival. Le schegge dei vetri esplosi, tra le pagine, arrivano fino a noi. “Le foto di Alizzi, non sono professionali hanno piuttosto una funzione di conservazione”, come li definisce Lucia Goracci,giornalista che introduce il libro nell’anteprima di Firenze. E aggiunge “Una realtà umana e materiale ridotta alla polvere, resa maceria umana».

Il libro, che ricostituisce dignità e normalità alla Siria, ha anche dato nascita ad un installazione – il progetto multimedia Sham Sham. Inizia da questa domanda:

IS IT POSSIBLE TO UNDERSTAND THE SCOPE OF DESTRUCTIONWITHOUT SHOWING IT ?

Scorrono allora immagini normali e dettagli della Siria prima dell’apocalisse. È l’intento provocatorio “Syrian soap”, “syrian pencil”, “syrian mosche”, dettagliandone la materia, persino syrian smarphone, per fare capire che di tutto questo non è rimasto nulla. Il nulla.

Ma in mezzo a questa maceria-territorio, salgono note. Una musica di Resistenza. Un pianista si ripara all’ultimo piano di un palazzo semi-crollato e suona per i rari sfollati ancora vivi. E suona una musica-speranza. Quando il piano viene sparato e fatto esplodere dalle milizie Jihadisti, si mette a cercare le parti mancanti del piano, a ripararlo, e a ritrovare un senso insegnando la musica ad un giovane allievo. Ma la musica, la cultura, non devono esistere in zone controllate dalle milizie nere, che come nel film di Sissako, Timbuktu (2014), fanno tabula rasa di ogni arte e espressività umana ammazzando musicisti artisti ballerini attori e vietando la musica privata. La resistenza allora diventa suonare di notte tra amici nella città assediata. In Nocturne in Black di Jimmy Keyrouz, il terrore è concentrato in un’immagine. Il bimbo che impara a suonare il piano, scaraventato sul pavimento in una macchia di sangue. Le milizie ammazzano l’inizio, la speranza, la fantasia. Il pianista Karim, in un ultimo atto di ribellione totale, scende in piazza e a rischio della propria pelle, suona una sinfonia sulla piazza devastata, per risvegliare il vicinato, chiamarlo alla Resistenza interna, quella della musica. Un mini-capolavoro ispirato alla storia vera del “pianista siriano”, di un regista di cui si sentirà parlare, è stato mostrato in anteprima italiana al Middle East Now Festival edizione 2017.

Nocturne in Black, di Jimmy Keyrouz (Libano, Siria 2016, 23’). v.o arabo, sottotitoli: italiano, inglese

Recensione a La Negazione

giugno 19, 2016 § Lascia un commento

Bellissima recensione, ritmata, sensibile, musicale, dalla scrittrice Ilaria Guidantoni, che ha colto il significato profondo di La Negazione del soggetto migrante.

Scrive “Libro manifesto di grande attualità per un’autrice impegnata. Una sorta di decalogo scritto però con un linguaggio poetico anche se crudo, rapido e visionario come una partitura rap e un muro disegnato.(…) Sette punti per definire l’innominabile, che diventa lo specchio di una società indifferente, ottusa e del tramonto della società”.

http://www.saltinaria.it/recensioni-libri/libri/negazione-del-soggetto-migrante-di-flore-murard-yovanovitch-recensione-libro.html

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Derive razzista

luglio 20, 2015 § Lascia un commento

Quinto di Treviso, Casale San Nicola di Roma, Cagliari: le violenze e gli attacchi frontali, istigati dall’estrema destra, contro i migranti si moltiplicano. Fuochi dello stesso rogo. Acceso anni fa dalla politica che ha gestito la questione migratoria come problema di sicurezza, con un linguaggio malato. La violenza razziale, sale, è sotto gli occhi di tutti. Rari però sono quelli a voler davvero agire, nella paralisi cieca tipica dei periodi prefascisti. Prima del disastro.

Nessuno si chiede, oltre alla facile e remissiva analisi di una “guerra tra poveri”, quale tipo di psicopatologia sia in atto nel paese, e più  in generale  nel continente europeo, né quale sarebbe la cura, se ancora abbiamo tempo.

I prodromi dell’odierna esplosione di violenza razziale sarebbero infatti da andare a ricercare in anni di politica del “campo”; di detenzione dei migranti nel perimetro di massima sicurezza (Cie) o in luoghi a parte (Cara), recintati, allontanati, periferici, specifici, distinti. Questa segregazione è purtroppo “riuscita” nella sua missione di criminalizzare il migrante, emarginarlo, espellerlo dalla quotidianità. Di fatto, la recinzione produce un’insuperabile alterità, la lenta convinzione che questa distinzione tra autoctoni e detenuti sia naturale, nelle cose, legittima. I Cie, i Cara, i cosiddetti centri di accoglienza sono micidiali educatori al razzismo, hanno già sprigionato i loro effetti nefasti e duraturi: fare prendere corpo, nel linguaggio e nell’opinione, identità cariche d’intolleranza. Quelle che esplodono oggi.

Inoltre, anni di politica migratoria come sicurezza, imbastita a colpi di decreti e circolari – lo stato di eccezione per i “neri” – ha prestabilito un trattamento normativo diseguale, confermando nel gruppo maggioritario dei “gentili” bianchi, la superiorità di un “noi”. Nell’avere fatto della irregolarità un reato e poi di profughi mere categorie, cifre, non-persone, pacchi postali da trasferire, rimuovere, gestire, si è prodotta una grave reificazione dell’altro, prima fase del razzismo di massa, come analizzava Josef Gabel in “La falsa coscienza”. E già,  anni di Bossi-Fini, di clandestinità diventata “reato”, sinonimo di pericolosità e di criminalità, come analizza lucidamente Clelia Bartoli nel suo importante “Razzisti per legge”, aveva radicalizzato nelle menti la differenza quasi fosse «per natura», e fatto dei “clandestini”  una sorta di «neo-razza».

Il campo produce razzismo e intolleranza, il campo è il primo passo dei pogrom. Lì allora tutto è possibile. Anni che attivisti, le Cronache di razzismo ordinario e altri allertano la politica dei rischi della loro cecità. Gli stessi esponenti del PD che oggi sembrano così sorpresi, sono quelli che anni fa istituivano i primi CPT, non hanno chiuso i Cie né i centri di accoglienza, né tentato almeno un’alternativa.

Oggi i segnali sono purtroppo senza limiti, della deriva razzista che non arginata rischia di diventare fuori controllo.  La miccia accesa su tutta la penisola da nord a sud (bruttissima la notizia che persino alcuni sardi, noti per la loro geniale, sconfinata infinita, a volte eccessiva, ospitalità, abbiano avuto reazioni di ostilità e rigetto. Bruttissimo segnale. Un caposaldo dell’Italia si sgretola e lascia immaginare il peggio).

Il rogo. L’orrido spettacolo del rogo dato ai mobili di 19 profughi a Quinto. E’ il buio che ci aspetta. Sembrava con sgomento e orrore di rivedere i vecchi video degli autodafé e raid dei nazisti prima della loro conquista del potere, una notte di Cristallo. Perché quel rogo, avvertiamo, era un tentato pogrom. Non una protesta. I  cronisti sbagliano a usare la parola “protesta di cittadini”, mentre si tratta di gruppi che condividono l’ideologia che il migrante è da espellere perché migrante, nocivo perché migrante, inferiore perché accolto, e istigati dalle ben note Casa Pound e Lega. Si tratta di violenza razziale,  e bisognerebbe usare la terminologia giusta se si vuole combatterla, oppure si è d’accordo a lasciarla diffondere. Intanto il Fascismo della Frontiera, nato sui muri dei campi che costellano l’Europa, sta diventando Fascismo tout court.

In quest’estate 2015, che chiudendo gli occhi, sembra davvero essere ad un punto di svolta storica, qualche metro verso l’abisso culturale tanto descritto da Ernesto de Martino.

Lettera aperta ai media italiani: Fossa comune Mediterraneo, tutti colpevoli, media per primi

luglio 19, 2015 § Lascia un commento

Fossa comune Mediterraneo: tutti colpevoli, soprattutto i media

E’ vergognoso che una strage di 100 migranti, avvenuta al largo di Tajoura in Libia, sia potuto passare nel silenzio quasi totale dei media italiani. Secondo il sito di Migrant Report (basato a Malta) e secondo le prime ricostruzioni, circa 100 corpi sarebbero stati restituiti sulle spiagge della località situata a 10 kilometri a est di Tripoli. Molte le donne e i bambini. Se il numero delle vittime, per il momento non confermato dalle autorità libiche venisse confermato, sarebbe la seconda più grande strage dall’inizio dell’anno dopo quella del 18 aprile in cui hanno perso la vita circa 850 persone. Ma la questione ora è la censura dell’informazione, già embedded e imbavagliata mentre inizia la missione militare in Libia. Infatti, (a parte Avvenire) nessun giornale italiano, nessun TG ( a parte RAI News 24) ha riportato la notizia. Un silenzio profondo come la fossa comune che è ormai diventato il Mediterraneo. E che a quanto pare tutti, persino i giornalisti, hanno accettato, come normalità. Quello che davvero succede sulle coste libiche e tunisine non viene indagato né raccontato, nel nuovo buco nero che è diventata l’informazione in tempi di EuNavForMed. Non si è saputo quasi nulla della dinamica reale della quarta strage in meno di dieci giorni. Perché prima del 10 luglio, ricordiamo, è avvenuto il naufragio del 10 luglio a 60 mila delle coste libiche (12 salme a Palermo), del 9 luglio scorso al largo di El_ketef in Tunisia (10 corpi recuperati ma 20 avvistati) e del 5 luglio nei pressi di El-Bibane, sud Tunisia ( 5 cadaveri ritrovati). Nessuna inchiesta dai media, anzi, non si tiene più neanche il conto dei morti e dei dispersi. Vittime sprofondate e annegate dalla censura, nuovi desaparecidos. Perché finora soltanto i cadaveri che riaffiorano, restituiti dal mare, raccontano la verità. La fossa comune-Mediterraneo. Ma quanti altri, forse centinaia, migliaia di dispersi, annegati, scomparsi, sono quelli di cui non si saprà mai nulla? Noi, cittadini, non possiamo accettare che questo avvenga. Intanto, un passo decisivo potrà venire dal Tribunale Permanente dei Popoli, che aprirà una sessione per giudicare i crimini contro l’umanità nel Mediterraneo.

Firma: COMITATO VERITA E GIUSTIZIA PER I NUOVI DESAPARECIDOS NEL MEDITERRANEO

Stragi migranti, silenzio. media di guerra

luglio 18, 2015 § 1 Commento


Il 14 luglio, il mare libico ha restituito almeno un centinaio di morti sulle spiagge di Tajoura
, una località situata circa 10 chilometri a est di Tripoli. Molte le donne e i bambini. Le autorità libiche non hanno confermato il numero esatto delle vittime, né specificato la loro nazionalità o provenienza. Ma, stando alle prime ricostruzioni, grazie al sito Migrant Report (basato a Malta), è la più grande strage di migranti dopo quella del 18 aprile scorso nella quale hanno perso la vita circa 850 persone. Eppure nessun telegiornale, nemmeno la Rai (tranne Rai News 24), nessun giornale a grande tiratura (tranne il quotidiano cattolico Avvenire), riporta la notizia. Un silenzio profondo come la fossa comune che è ormai diventato il Mediterraneo. E che tutti, persino i giornalisti, hanno accettato.

Il 10 luglio scorso, era già avvenuto un altro naufragio sulle coste libiche. I cadaveri di 12 migranti, tra cui due donne incinte, sono stati recuperati dalla nave Dattilo e da altri mezzi della guardia costiera italiana, intervenuti a 40 miglia a nord delle coste libiche. I migranti erano a bordo di un gommone semiaffondato, sul quale c’erano altre 106 persone, che sono state tratte in salvo e portate a Palermo.

Il 9 luglio, sulle coste tunisine, all’altezza del porto di EL-Ketef, un’altra strage, passata sotto silenzio nei media italiani: 10 i cadaveri recuperati inizialmente dalla Guardia Costiera tunisina, ma le vittime potrebbero essere molto più numerose, come suggerisce l’agenzia AGI : “Una ventina di altri corpi sono stati avvistati nella zona, dov’è affondata un’imbarcazione salpata dalle coste libiche e diretta verso l’Italia“. La notizia dell’avvistamento di questi altri 20 corpi senza vita è stata confermata da media e agenzie tunisine, prospettando una ennesima strage ignota con almeno 30 vittime, solo tenendo conto delle salme recuperate o avvistate e non anche dei presumibili dispersi.

Non solo: il 5 luglio nei pressi di El-Bibane, nel Sud della Tunisia, a breve distanza dal confine con la Libia, sono stati trovati in mare cinque cadaveri, indice di un altro naufragio con non si sa esattamente quante vittime.

Quella di Tajoura, quindi, è la quarta strage in meno di dieci giorni. Una settimana che passerà per la più tragica dallo scorso aprile: in sette giorni almeno 150 morti accertati. Sotto certi aspetti, anzi, è la strage peggiore, perché censurata. Rimossa, primo esempio di stampa embedded in tempi di guerra.
Cosa succede davvero sulle coste libiche? I giornali scrivono, ripetono senza sosta, a 40/60 mila “al largo delle coste libiche”. Un misterioso, fumoso, equivoco “al largo”, senza preoccuparsi di individuare il punto preciso e trascurando qualsiasi vera informazione sulla dinamica e le circostanze del “naufragio”. Rovesciamenti, respingimenti, speronamenti, bombardamenti? Sono domande che restano senza risposta. Emerge invece ormai quasi la certezza, più che il sospetto, del coinvolgimento, nel tentativo di blocco dei gommoni in fuga, delle guardie costiere libica e tunisina, finanziate e addestrate negli scorsi anni anche dallo Stato italiano.

Tragedie e respingimenti, ormai quotidiani, ma taciuti sulle coste libiche: un “buco nero” dove sprofonda il diritto all’informazione. Censura di Stato. Solo siti indipendenti di attivisti e giornalisti freelance del Maghreb, ancora umani, danno la notizia e cercano di approfondirla il più possibile. Dove sono i giornalisti italiani, le indagini, le inchieste, i testimoni, le sentinelle? Stampa imbavagliata. Dalle rivelazioni di Wikileaks, il 26 maggio scorso, sui due protocolli riservati della Ue, eravamo avvisati. Per la stampa mainstream, non si deve sapere dei morti. Vittime collaterali dell’operazione EuNavForMed ormai in corso. Al posto dei mezzi navali europei adesso intervengono quasi esclusivamente la Guardia costiera italiana ed i battelli privati di MOAS e di Medici senza frontiere. Centinaia di cadaveri di migranti rimangono in mare. Vittime collaterali della guerra agli scafisti che in realtà si rivolge, anche prima che vengano salvate, contro barconi carichi di persone. Ma c’è anche ci su quelle imbarcazioni spara.

Ad aprire il fuoco su imbarcazioni cariche di migranti, sono mezzi della guardia costiera che le diverse milizie libiche utilizzano per controllare il litorale e lo specchio di mare delle zone in loro potere. Nei giorni scorsi (il 10 luglio) una “motovedetta libica”, al momento della partenza dalla costa, ha fatto fuoco su un gommone con 52 migranti (poi soccorsi in mare dalla Marina italiana e accolti a Pozzallo). Era successo già il mese scorso. Ma delle indagini non si è saputo più nulla.

Ormai non si fa alcuna inchiesta o approfondimento. Anzi, non si tiene più neanche il conto dei morti e dei dispersi. Come se – vale la pena ripeterlo – la fossa comune-Mediterraneo fosse diventata normalità accettata da tutti, in questa fase storica dell’Europa, pervicacemente ostile ad aprire corridoi umanitari e a rilasciare visti legali di immigrazione per profughi, richiedenti asilo, migranti. Come se non si trattasse di esseri umani.

A denunciare, a rivelare cosa sta accadendo davvero, sono finora soltanto i cadaveri che riaffiorano. Restituiti dal mare. Spiaggiati. Quanti altri, forse centinaia, migliaia di dispersi, annegati, scomparsi, sono quelli di cui non si saprà mai nulla? Nemmeno i nomi. Desaparecidos.

Noi sappiamo, però, che è in corso una vera guerra de facto, censurata, contro i migranti. La strategia del Comitato Militare dell’Ue è quella di bloccare i migranti ad ogni costo, bombardare per “frenare il flusso”. I colpevoli li giudicherà la Storia. Ma non basta: occorre ottenere giustizia subito, per porre fine a tutto questo. Un passo decisivo potrà venire dal Tribunale Permanente dei Popoli, che aprirà una sessione per giudicare i crimini contro l’umanità nel Mediterraneo.

@Flore Murard-Yovanovitch, 18 luglio 2015

Derive

luglio 17, 2015 § Lascia un commento

Inizio della derive razziale, pogrom anti-migranti giacciono, nelle cellule occidentali della crisi. Quest’estate 2015, quest’estate storica (per la guerra, la psicosi anti-migrante che scorre nelle menti europei e la rimozione della fossa comune- Mediterraneo) rischia di segnare la derive storica verso il conflitto etnico. Arginarlo.

Notizia spaventosa dell’assedio a Quinto di Treviso a cento migranti senza luce (Cfr. Michele Serra sulla Repubblica di oggi, 17 luglio 2015).

Negazione

La Negazione è uscita in inglese!

luglio 14, 2015 § Lascia un commento

Mio manifesto “La Negazione del soggetto migrante” è appena uscito in inglese: “The Denial of Migrants as Human Beings”.

http://www.amazon.com/THE-DENIAL-MIGRANTS-HUMAN-BEINGS-ebook/dp/B01108WR7E

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