Fantasia di sparizione del capitale

novembre 6, 2011 § 1 Commento

Che il volto nuovo della dissidenza europea sarebbe stato insurrezionale, si sa dal piccolo pamphlet “L’insurrezione che viene” di un misterioso “Comité invisible” francese, ma sono anni che voci marginali annunciano la rabbia distruttiva che cresce ovunque in Europa. Anche se la violenza sociale (di pochi) non è “intrinseca” agli indignati, ma forse proprio il risultato dell’assenza di un vero progetto: di un salto di immaginazione collettiva.

Alla violenza assoluta del sistema che deruba vite e identità, i rivoltosi finora rispondono solo con un “disperato” rancore speculare alle istituzioni dell’oppressione; non con una proposta socio-culturale che sia davvero in rottura con il capitalismo. Come ricordava Zygmunt Bauman alcuni giorni fa presente a Roma al Salone dell’editoria sociale a proposito delle proteste degli indignati: “Non è un movimento rivoluzionario. Non ci si può aspettare una rivoluzione da chi non ha un programma e una visione alternativa di società”. In altre parole è ancora prassi cieca che obbedisce all’ideologia dominante e fa ribellismo, non rivoluzione.

Invece l’alternativa esiste, ha il volto della decrescita, di autogestione, consumo critico, open source: del laboratorio dei mille germogli della società post capitalista in costruzione. Ci si può interrogare però se quei giovani che vogliono beneficiare anche loro del “comfort” del capitale  avranno il coraggio invece di rinunciarvi; praticando cioè la coerenza tra slogan e vita quotidiana, ma soprattutto, vedendoli interessarsi di realtà umana non materiale: di psiche. Gli indignati devono avere la certezza che non esiste trasformazione sociale che sia materiale, ma che “la proposizione di trasformazione si pone soltanto nei riguardi della realtà psichica umana adulta (…). Qui il ciò che è può essere rifiutato radicalmente, per una trasformazione completa dell’esistente” (Massimo Fagioli, «Bambino donna e trasformazione dell’uomo»).

Perché se si vuole evitare la coazione a ripetere, il passato di ribellismi abortiti e violenti e l’istinto di morte nella Storia, è sempre più urgente che si scopra davvero la nonviolenza, quella che scaturisce naturalmente dall’identità umana sana a creativa, e da rapporti umani nuovi. Un’identità capace di fare un chiaro rifiuto al sistema.

Non è questione di indignarsi, ma di sapere rifiutare radicalmente la cultura dominante. “Rifiuto del lavoro alienante, del diktat della riuscita sociale, dell’onnipresenza delle forze dell’ordine, ecc.”, si leggeva già nella «Insurrezione che viene». In altre parole, non è più ora di criticare né di diagnosticare i “mali” del sistema, ma di essere noi stessi, diversi nei rapporti e negli affetti, l’alternativa vivente e concreta al mors tua vita mea dominante.

Fare una “fantasia di sparizione”.

Al movimento indignato manca una giusta distanza mentale dal sistema capitalista e una capacità di immaginare un nuovo davvero nuovo. La trasformazione in corso è nella mente, perciò richiede una psiche nuova, che ritrovi la dimensione irrazionale. Intanto perché invece delle solite manifestazioni che di recente stentano a incidere sul corso della politica italiana, non organizzare assemblee pubbliche ovunque attraverso il Paese per immaginare, insieme, una società nuova finalmente creativa? Non sprechiamo questa crisi.

 Trasformiamo l’insurrezione ormai inevitabile, come dice Berardi Bifo, in un’insurrezione dell’“intelligenza collettiva”. E chiamiamola “insurrezione della fantasia”.

Per un’insurrezione della fantasia

ottobre 15, 2011 § Lascia un commento

La lunga attesa di una fine del neoliberismo, la tanta sete di “cambiamento”, rischia oggi di farsi strada “con la rabbia dentro”, invece che con la fantasia. Con la distruttività, invece che con un chiaro rifiuto nonviolento al mors tua vita mea ufficiale. Ovunque in Europa e ormai nel mondo i riots in Inghilterra, le proteste greche, gli indignados ormai intercontinentali, sono segnali precursori dell’insurrezione mondiale in atto e a venire, dell’emergere di una voglia alternativa su scala globale.

Ma gli indignados hanno davvero un pensiero alternativo, una nuova proposta socio-culturale che vada oltre il capitalismo? Alla violenza assoluta del sistema che deruba vite e identità, i rivoltosi finora rispondono solo con una disperata indignazione e un malcontento speculare alle istituzioni dell’oppressione. Non ancora con un pensiero di vera rottura con il capitalismo. E ci possiamo chiedere se invece di volersi arrogare i privilegi del potere, saranno davvero capaci di abbandonare definitivamente l’attuale pensiero dominante. Di non esigere il posto fisso, la macchina e la pensione, ma praticare un nuovo stile di vita: in bici, col GAS (Gruppo d’Acquisto Solidale) e lo scambio di saperi; praticare una economia partecipata, condivisa, ambientalista, unica prassi a poter davvero stroncare le fondamenta del sistema e produrre cambiamento concreto e duraturo. Come d’altronde la futura società post-capitalista si sta già costruendo nel laboratorio di invenzione dal basso, nei mille pollini in fermento, dal consumismo critico all’open source, con una nuova economia della condivisione che rimetta al centro le persone, donne bambini e migranti, e le relazioni e rapporti nonviolenti.

La vera natura di questa ribellione, più profondamente, è il rifiuto collettivo, mondiale, della distruttività del sistema capitalista; invece di uno speculare scontro con lo stesso linguaggio, deve diventare un chiaro no all’oppressione umana scaturita dal capitale: un “no” che si coaguli in un’alchimia nuova che dia forza nella Storia di fare un vero rifiuto del disumano e contemporaneamente proporre un’immagine nuova dell’essere umano. Una possibile trasformazione sociale che sia psichica, e non solo materiale, come invece si è sempre agito nelle rivoluzioni passate. Liberazione delle menti. Non solo “dal debito”.

Non quindi con la “rabbia dentro” come hanno annunciato alcuni militanti del movimento studentesco, ma con il sogno dentro! Trasformiamo l’insurrezione ormai inevitabile, come avrebbero detto i neo situazionisti, e particolarmente il visionario Berardi Bifo, in un’insurrezione dell’“intelligenza collettiva”. Noi diciamo: un’insurrezione della fantasia collettiva.

Il suono del rifiuto

luglio 3, 2011 § Lascia un commento

Sinistra non sprecare la voglia di cambiamento espressa nella vittoria e nel tam tam del referendum, da noi e da altri, con le varie Onde di protesta europee. Ascolta, recepisci il suono di un rifiuto collettivo della distruttività del sistema capitalista; un “no” che vuole l’essere umano come principale e unico valore in una società nuova, a vera misura di donne bambini e migranti. Si sta infatti dissolvendo il sistema fondato sulla mercificazione che ha governato le nostre vite, prodotto violenza interumana e diffuso annullamento dell’altro diverso. Un chiaro rifiuto al moloch del consumismo competitivo e al mors tua vita mea ufficializzato si costruisce ogni giorno nel laboratorio di invenzione dal basso, fatto di scambio di saperi, nuova agricoltura e mobilità lenta: nei mille pollini in fermento della società post-capitalista…

Ovunque è in corso una sotterranea ma potentissima aspirazione verso una civiltà nuova, nonviolenta e creativa, dove la cooperazione interumana è innata (Rifkin) e la democrazia è partecipativa (Michael Albert). Guardate le immagini della rivoluzione spagnola e di Piazza del Sole, nata spontaneamente e pacificamente (con rappresentanza autonoma, riciclaggio, orto biologico e parco giochi per bambini). Creatività dell’autogestione.

Come se la cittadinanza ribelle fosse più avanti della politica, avendo maturato anche il rifiuto della lunga storia dell’“istinto di morte” e avesse una radicale nuova visione, “quella di diventare davvero umani” (Raoul Vaneigem). Si intuisce che l’occidentale post-capitalista è in cerca di un’“altra” realizzazione, non più unicamente produttiva, ma interna: quella della sua fondamentale e naturale “capacità di immaginare”. Ma perché la sinistra sia parte di questa storia dovrà ribellarsi, cambiare bussola culturale, per non essere “prassi cieca, prassi che obbedisce all’ideologia dominante, prassi che fa ribellismo e non rivoluzione ovvero trasformazione reale.”(Massimo Fagioli, Bambino donna e trasformazione dell’uomo).

La vera battaglia della sinistra oggi è quella di estirpare il suo antico ma radicato pensiero razionale e neomarxista – che l’ha portata a teorizzare l’uguaglianza solo sul piano materiale, pensando che il mero mutamento dei rapporti di produzione avrebbe realizzato una nuova identità sociale; senza essersi mai interessata all’essere umano nella sua totalità, fatto di psiche e di inconscio! La sua lotta sarà di scoprire e capire che la vera identità umana non è la ragione di Platone, come ci insegnano padri e professori, ma è “irrazionale” (che non ha niente di animalesco), anzi fonte infinita di creatività e sanità mentale. Per inventare un socialismo nuovo, non solo dei bisogni, che si ispiri al pensiero senza coscienza.

Una sinistra davvero nuova dovrebbe avere la certezza che non esiste trasformazione sociale che sia materiale, come scrive Massimo Fagioli: “la proposizione di trasformazione si pone soltanto nei riguardi della realtà psichica umana adulta (…). Qui il ciò che è può essere rifiutato radicalmente, per una trasformazione completa dell’esistente”. Per noi non è più ora di criticare né di diagnosticare i mali del sistema, ma di essere noi stessi diversi – essendo diversi nei rapporti e nei affetti – l’alternativa vivente e concreta a esso sistema. La trasformazione in corso è nella mente, perciò richiede una psiche nuova.

Libera

giugno 16, 2011 § Lascia un commento

La millenaria imposizione della religione sulla donna Libera

Biciviltà

maggio 30, 2010 § Lascia un commento

ieri nella Critical Mass, un ciclista aveva inventato questa bell’espressione, visionaria. La civiltà delle bici: quelli che pedalano lenti, tra sorrisi e incontri, aperti, elfi diversi di una città in trasformazione. Possibile, in atto. Siamo sempre più numerosi. Il passaparola della rivoluzione del pedale funziona, un fiumo di bici ha invaso al Nomentana e poi la Tangenziale, che dovrebbe diventare immediata pista ciclabile. Attraverso la città, naso all’insù, felici e lenti, insieme. Un bambino di appena 3 anni in bici. Infinita tenerezza. senso che costruiamo il presente possibile. A bicicletta. ..

Crisi e riscoperta affettiva

maggio 26, 2010 § Lascia un commento

La crisi grecaè la prova tangibile, se fosse necessario, che il sistema capitalista è arrivato al suo limite. Rischia di crollare in Grecia e, da noi, di diventare terribile“coazione a ripetere” della fabbricazione di un “capro espiatorio”nell’immigrato; segno che la cultura liberista non è stata capace di liberare l’uomo, di sostenere un’identità umana nonviolenta, basata sul rapporto con l’altro diverso da sé.

Più che convivenza dialettica, il vivere comune è diventato “dis-esistenza”, tempo libero al minimo, individualismo sfrenato e amicizia virtuale, nella nuova solitudine degli schermi; una società presa da un’improvvisa stanchezza psichica quando non dichiarata malattia, di xenofobia; una polis che ha “perso l’altro” e un Paese dove preme il senso di un “annerirsi nel profondo della dimensione collettiva” (Guido Crainz).

La crisi dunque non è congiunturale ma culturale. E diventa la nostra chance di cambiare radicalmente modello, anzi, di creare un paradigma nuovo alla base di una società non più “ricca” di beni, di profitti, di velocità, di lavoro (tutti sanno che esso sta scomparendo o almeno è in piena metamorfosi) ma “diversamente ricca”, come intuiva già Riccardo Lombardi: umanamente ricca.

L’alternativa al consumismo distruttivo è già iniziata attraverso una sotterranea ma vitale invenzione dal basso, in decine di reti, di scambio di saperi, di riciclaggio, di Gas, di esperienze di auto-organizzazione che rifiutano il dominio del capitale, del mors tua vita mea, e antepongono ai rapporti di produzione i rapporti umani.  A livello mondiale, in questi ultimi mesi sono stati pubblicati vari libri che si rimandano una strana e coincidente eco, come una nuova aria musicale: annunciano l’avvento di una svolta epocale.

Tra questi il Premio Nobel Jeremy Rifkin, per il quale l’”empatia” e la cooperazione saranno la cifra della futura civiltà, e l’economista Jacques Attali, che tra i sette principi di sopravvivenza elenca il bisogno di ripartire dalla consapevolezza della propria persona, dall’“intensità”, ovvero vivere pienamente, e dalla “creatività” per trasformare le minacce in opportunità. O ancora appena ieri mentre si dava la battuta finale a questo testo, la filosofa Michela Marzano, che propone una “civiltà degli affetti”.

Tutti si avvicinano all’intuizione di un nuovo tipo di cambiamento che non dovrà più venire dalle sovrastrutture neo-marxiste, dai massimi sistemi, dall’economia astratta, ma che parta invece dall’individuo, dai suoi rapporti con gli altri. Però né Rifkin né Attali sembrano conoscere la violenza psichica invisibile nei rapporti interumani, né la sua cura.

Non hanno gli strumenti teorici per “vedere” quanto questo sistema patriarcale sia basato sulla identificazione col padre, la castrazione del bambino, la “pulsione di annullamento” e  l’assenza umana; quanto ciò impedisca la realizzazione di un’identità irrazionale, verso una società di normali morti viventi, che fa di tutto per reprimere il bambino e la sua vitalità anche in età adulta. Intuiscono, ma non sanno, che l’unica trasformazione sociale o del mondo viene e verrà dalla mente umana.

Soltanto “una lotta, senza armi, soltanto rivoluzione del pensiero e della parola» (Massimo Fagioli), costruita sulle fondamenta di una propria identità nonviolenta, avrà la possibilità di creare una trasformazione sociale duratura e reale, non l’illusione effimera e senza identità del ’68 o ancora oggi nei vari sfoghi temporanei di manifestazioni senza futuro. In altre parole: è ora di vedere che gli esseri umani hanno “sete” e sono maturi per un’altra dimensione: non più quella cultura dominante basata su religione e ragione, ma ricerca dell’identità irrazionale nelle nostre vite che non annulli i sogni. Ma viva di questa straordinaria trasformazione, ogni giorno ricreata, tra pensiero non cosciente e cosciente.

Da dove nasce una nuova identità umana, più intelligente e affettiva. Il ragionamento del Premio Nobel è decisamente intuitivo e perspicace, ma al vago e cristiano concetto di “empatia”, preferiamo quelli di trasformazione e di affetto. Quella che è nell’aria e già cominciata è infatti una rivolta radicalmente nuova, mai ancora esistita: la riscoperta dell’affettività.

@Agenzia Radicale, 26 maggio 2010

Welcome, un incontro tra diversi uguali

dicembre 21, 2009 § 1 Commento

Clandestini tra sogni e abusi : la realtà umana dell’ immigrazione con uno sguardo finalmente umano! Uno splendido film francese di Phillippe Lioret, da non perdere.

 

Nascosto in un tir, tra le merci. Vani di camion che si aprono, abbaiare di cani. Affoghi il respiro dentro un sacco di plastica. Rischi l’asfissia. Per non essere annusato dalle sonde della polizia di frontiera. Iracheni, africani e afghani che fuggono dalle guerre e tentano la traversata verso una vita diversa. La polizia addosso. Paranoia di un’Europa che si chiude e rinchiude. Calais, luogo di confluenza di tutte queste vite in fuga ma sotto controllo.

Dopo viaggi di chilometri a piedi o nascosti in cassoni, attraverso l’Asia centrale, il Sahara, l’Inghilterra, è lì ad un volo d’uccello, la vedi pure, ma muraglie di frontiera ti impediscono l’accesso. Sei un clandestino. Trattato da non essere umano. Saresti pure un profugo con diritto d’asilo, ma vieni rinchiuso in veri campi di detenzione, condannato o respinto. In balìa degli abusi dello Stato francese poliziesco di Sarkozy, con il reato d’immigrazione illegale che punisce persino quei cittadini francesi che ti accoglierebbero in casa o quanto meno ti offrirebbero solo una mano. 

Ecco la materia reale dello splendido film Welcome, di Phillippe Lioret. Che intreccia all’indagine sulle migrazioni e gli abusi, una storia d’amicizia tra un francese e un clandestino, sullo sfondo di un amore contrastato tra due giovani kurdi, separati da frontiere statali e religiose. Bilal, diciassettenne iracheno sogna Mina, il suo amore dall’altra parte della Manica. Dopo una Odissea a piedi di 4000 km, dal Kurdistan attraverso l’Europa, scappato ai centri di detenzione temporanea e alla violenze delle polizie nazionali, è pronto a tutto pur di raggiungerla: ce l’ha nelle vene, Mina. Pure di attraversare il mare freddo a nuoto. Così si lancia nel folle progetto di diventare un nuotatore allenato. La sua vita clandestina, fatta di botte e di abusi, si incrocia con quella di Simon (un eccezionale Vincent Lindon, al colmo della bravura e della tenerezza umana), un professore di nuoto in pieno dramma per un amore spezzato: ma qui, contrariamente al Good morning Aman di Noce, i due non diventano reciproche stampelle e reciproci annullamenti. Nel film di Lioret, i diversi s’incontrano da esseri umani uguali, per creare un vero rapporto umano. Una intensa dialettica tra diversi che ricorda il bellissimo incontro a suon di djembé dell’Ospite inatteso di McCarthy. Profondo, con tutto quello che comporta di irrazionale.

Prima intrigato dalla forza di volontà dell’adolescente, Simon scopre piano il segno di immatricolazione sulla sua mano, i soprusi della polizia, la puzza quando la doccia è assente, il cibo cattolico di volontari che offrono solo assistenza ma niente uguaglianza, le notti gelate nella reale cosiddetta “giungla” di Calais, di recente sgomberata con la forza, dove si ritrovano centinaia di immigrati di diverse nazionalità in attesa di un passaggio verso il presunto Eldorado. E’ questa umanità ammazzata di disuguaglianza. Rigettata come un rifiuto. Quella che si respinge di notte senza un preavviso verso conflitti, carceri, e abusi ignoti. Nel nulla. Da’un Europa sempre più fascista, paurosa e cieca, che perde se stessa.

Eccetto Simon che, prima banale cittadino leggermente indifferente, scopre gli affetti e la brutale discriminazione nascosta dietro la vita ordinaria. Diventa il trainer del folle sogno della traversata a nuoto e si lascia pure coinvolgere da questo giovane amore impossibile tra Mina e Bilal, impedito soprattutto dal padre kurdo conservatore. Padri mostruosi che pensano le loro figlie come loro proprietà, da consegnare a forza a mariti anziani e non voluti, quando il desiderio reale è lì che fiorisce sotto i loro occhi… Altro potente spaccato sulla violenza sulle donne.

Bilal si tuffa. Nuota. Per ore. A due bracciate dalla costa inglese, verrà cacciato dalla guardia costiera Navy, che forse lo vuole salvare, ma fa paura quella nave che ti sovrasta, nel mare buio, quando sei quasi arrivato, a due bracciate della costa.

Solo realtà, realtà umana. Un capolavoro di cinema totale, magnifico.

E se uno uscisse dal film sconvolto dalle lacrime e dal senso di ingiustizia nella gola, con la voglia di capire qualcosa, gli basterebbe andare a Roma, piazzale Ostiense. Lì, sull’asfalto e tra i binari, minori afghani e iracheni ancora senza un pelo di barba, cercano di notte un cartone per dormire al riparo dalle botte.

Pubbliccato su Terra, 20 Dicembre 2009

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