Migranti subsahariani in Libia: l’eliminazione razziale

giugno 11, 2016 § Lascia un commento

Quei volti emaciati, denutriti, dei profughi che giungono, dalla Libia sulle coste siciliane, mi ricordano altri volti. Quei volti delle foto d’archivio della seconda guerra mondiale.

Raccontano oggi, tutti, di essere stati aggrediti, picchiati giorno e notte. I segni sui corpi non mentono, sono segni di percosse, ustioni, ferite da armi da fuoco. Raccontano di compagni detenuti nei campi di detenzione, nelle carceri libiche o nei campi prima della partenza, che si ammalano, e poi scompaiono o vengono sparati quando provano a fuggire (Habeshia riporta il caso di 5 eritrei spariti e tanti feriti durante un tentativo di fuga dalla prigione di Al Nasrm, nei pressi di Zawia, ad Aprile scorso). I racconti svelano questo lento eliminarli, dagli stenti – niente acqua, negazione delle cure, niente medicinali e sovraffollamento di corpi incastrati gli uni sugli altri. O ancora si riscontrano fratture agli arti inferiori, per quelli gettati dai piani alti dei palazzi che costruiscono coattamente, quando si ribellano alle bande che gestiscono il lavoro forzato. Per non menzionare gli stupri sistematici sulle donne subsahariane ridotte in schiavitù sessuale.

E’ la nuda vita del migrante nero in Libia, cacciato, sequestrato, venduto, abusato, picchiato, offerto al razzismo, gettato nel vuoto. Demba, gambiano, (uno delle decine voci e testimonianze che ho raccolto nei porti siciliani nell’autunno scorso, e alcune andate in onda a Radio3):  “I Libici odiano i neri. Se stai in Libia vedrai tante persone sequestrate in campi, ti sequestrano in luoghi chiusi, in campi che non sono carceri; è un vero business, se tu paghi ti liberano, se non paghi non ti liberano. In prigione, ti picchiano fino alla morte. Io ho visto un ragazzo picchiato fino alla morte. I libici non pensano che sei un essere umano. Ti picchiano fino al tuo ultimo respiro. In Libia, io ho visto tutti questi abusi”. Quelle storie ascoltate, di sequestri, traffici umani e detenzioni di massa contro i migranti subsahariani in Libia, svelano solo la punta dell’iceberg di un’eliminazione di natura razziale in corso.

Come raccontava la mia amica Susan, medico di Emergency a Siracusa: “ Te ne accorgi subito che hanno subito violenze. Basta guardarli negli occhi: il loro sguardo, triste e perso nel vuoto, è inconfondibile”. Durante l’azione di Medici Senza Frontiere (MSF) di assistenza ai richiedenti asilo e ai migranti in Sicilia nel 2014 e nel 2015, sia agli sbarchi che nei centri di prima accoglienza, oltre l’80% delle persone visitate dalle équipe di MSF ha dichiarato di aver subito abusi e violenze durante il viaggio verso l’Europa e la permanenza in Libia, dove la maggior parte di loro è rimasta bloccata per diversi mesi.

Dai racconti lenti, inaudibili, tra i silenzi, si svela e si riscostruisce il puzzle più vasto del gigantesco genocidio dei migranti in Libia. Picchiati a morte o lasciati morire nelle celle. O costretti all’abisso.

Renzi propone il “Migration Compact” che affida la gestione dei flussi di persone a dittatori, con investimenti nello sviluppo condizionati a “precise obbligazioni” nella cooperazione in materia di sicurezza militaro-poliziesca per “frenare i flussi”. Leggere: a tutti costi. A quei profughi subsahariani che avrebbero diritto d’asilo spettano dunque ancora detenzioni  in lager (il “modello libico” moltiplicato a 7 paesi del Nord Africa), rastrellamenti, e respingimenti, sparizione. L’Agenzia Habeshia riporta che “tra il 16 maggio e il 18 maggio quasi 1000 eritrei sono stati catturati a Khartoum: 380 sono stati rimandati indietro e gli altri sono in attesa per lo stesso trattamento in un centro di detenzione”. E secondo altri fonti di gruppi di diritti umani, rastrellamenti di massa sarebbero in corso in altre città nei paesi di transito in Nord Africa.

La verità della cosiddetta “esternalizzazione delle frontiere” sono i respingimenti, e le torture, per i nuovi desaparecidos, di cui a breve non avremmo più notizie.

Migliaia di profughi sono intrappolati dalle nostre politiche migratorie in Libia. Uccisi, da un lato dai respingimenti, dall’altro dal rischio di morte nel Mediterraneo. L’Europa deve rifiutare la logica di morte del del “Migration Compact”, del processo di Khartoum e di Rabat e degli illegali “hotspot galleggianti”, e “le soluzioni a questa crisi devono rispettare la nostra comune umanità, come esortava, inascoltato, Elhadj Come Sy, segretario generale della Federazione Internazionale della Croce Rossa.

Intanto, circa 250.000 rifugiati e richiedenti asilo sono intrappolati in Libia, e come ricordava l’ONU a ottobre scorso, con un urgente bisogno di protezione internazionale; rischiano di essere eliminati, o di annegare a qualche miglia dalle nostre coste. Quest’estate rischiamo di trovare i loro cadaveri sulle nostre spiagge.

I volti emaciati e denutriti che ho visto sulle panchine, le parole ascoltate, hanno una stretta somiglianza con quelle dei sopravvissuti ad uno sterminio. Alle porte dell’Europa, per via di precise scelte politiche, un annientamento di massa è in corso.

Corridoi umanitari subito.

@Left, 11 giugno 2016, pubblicato in rubrica “Pareri” con titolo “L’Europa rifiuti il Migration Compact”.

 

La Società Psichicamente Malata

novembre 24, 2014 § Lascia un commento

I giornali dominanti sembrano scoprire solo oggi il razzismo, per immediatamente ridurlo a “degrado di periferia”, a “guerra tra poveri” (copertina dell’ultimo numero dell’Espresso), come se le analisi sociologiche fossero sufficienti a spiegare perché una folla da Tor Sapienza a Infernetto aggredisca 24 profughi minorenni. Mentre accadono veri e propri tentati pogrom nelle nostre città, il comodo e stra usato alibi della “crisi” non può più fungere da spiegazione alle derive. Tra i multi fattori, c’è certo la costruzione pluriannuale di una retorica pubblica anti-migranti, l’inadempienza della politica ad affrontare il tema delle migrazioni e dell’asilo (dovuto per leggi internazionali), i centri che isolano dietro i muri e sono micidiali educatori alla differenza, l’analfabetismo e, infine la crescita dell’estrema destra xenofoba in tutta l’Europa.

Ma oggi appare vitale andare più a fondo e interrogarsi sulla ri emergenza di un disumano in forma razziale. Prima di scagliarsi fisicamente contro inermi bambini neri, la folla aveva fatto “sparire” dentro di sé il rapporto al diverso da sé. Annullandoli. Quei aggressori razzisti devono essere analizzati nelle loro patologie mentale individuali, per aver perso la propria identità sana non cosciente ed i loro affetti. Ma sono soprattutto il sintomo di un difetto più generale della cultura stessa, reificata e che produce alienazione schizoide.

Fromm, già nel 1955 denunciava i molti che “rifiutano di ammettere che tutta una società possa essere malsana” (Psicanalisi della società contemporanea, psichicamente ammalata. Con un homo oeconomicus interamente schiacciato su una dimensione materiale, che ha smarrito il rapporto interumano e le proprie dimensioni non-coscienti.

Quella acuta psicosi anti-diversi che serpeggia non solo nelle periferie, è lo shock di ritorno di una intera cultura razionale che da sempre annullando la sanità della non-coscienza e la dialettica con il diverso da sé, riemerge come violento assalto all’identità migrante.

Come scriveva lo psichiatra Massimo Fagioli già su Left del 2008, <em>“Oltre alle ‘interpretazioni’ dei politologi, ho il pensiero che, invisibile, nella paura degli zingari, romeni, omossessuali, immigrati, carcerati, ci sia l’angoscia della parola Irrazionale, di ciò che non è ragione cosciente”.</em>

Mohamud Mohamed Guled

giugno 16, 2013 § Lascia un commento

Dal mare l’uguaglianza

dicembre 17, 2012 § Lascia un commento

“Italians saved us physically, now we need to be safe by the mental (mentally)” dice Aref a Lampedusa.

“Ringrazio la Marina italiana per averci salvato. Gli italiani ci hanno salvato ma solo fisicamente, adesso vorremmo essere salvati psicologicamente”. Queste parole sono di un giovane migrante sopravvissuto all’ennesimo naufragio al largo di Lampedusa. Queste parole devono essere ascoltate e capite, nella loro rivoluzionaria risonanza.

“Siamo in condizioni critiche, abbiamo perso alcuni cari nel mare, abbiamo incubi e qua non riceviamo le cure adeguate, dobbiamo essere trasferiti al più presto possibile”, racconta ancora Aref (nome di fantasia) nella video-intervista “Off-side Immigration” a cura di Libera Espressione su Youtube. Aref è un minore somalo, rifugiato, potenziale richiedente asilo, che ha perso la sorella in mare. Ha incubi di notte e dorme a terra, con altri 900 migranti, donne e bambini, nel Centro di Contrada Imbriacola a Lampedusa, dove è trattenuto da più di quaranta giorni.

Quell’esigenza dice tutto, è verità. Punta il dito contro le carenze di un sistema di accoglienza che, è già tanto quando ci riesce, salva i corpi. Solo i corpi. Senza mai vedere quegli esseri umani nella loro realtà umana, fatta – oltre che di bisogni – di progetti, sogni e desideri: di rapporti umani.

Snuda la politica cieca degli ultimi venti anni, che ha guardato al fenomeno immigrazione solo come gestione, sicurezza, contenimento; flussi, numeri: corpi.

Corpi “indifesi”, naturali destinatari di una “carità” che malcela il potere sull’altro “prossimo”… e l’ambigua e fallace retorica cristiana e marxista dei bisogni. Un’accoglienza meramente “fisica”, limitata alla dimensione materiale, per non aver mai avuto il coraggio di affrontare l’irrazionale umano, la dimensione invisibile della mente, i sogni –  “pensiero per immagini”.

Quello che dice il giovane migrante è “gli Italiani ci hanno salvato solo fisicamente”: cioè noi non vogliamo essere corpi da proteggere, da accudire, nemmeno da amare (il tempo di un salvataggio, prima dell’assenza anaffettiva). “Ora vogliamo essere curati mentalmente”: cioè essere visti nella nostra realtà mentale, psiche (con le nostre ferite) da curare.

Dice anche del razzismo che è fermarsi all’anatomia dei corpi, senza guardare alla realtà interna, alla nascita. “Il logos greco è proprio a tutta la storia e la cultura occidentale. Ma nessuno ha mai detto che pensare la realtà umana solo come anatomo-fisiologia è razzismo” (Massimo Fagioli, settimanale Left, 24 novembre 2012).

Nel contesto italiano dei respingimenti e dei Cie, della sistematica negazione malata dello straniero, queste affermazioni hanno il significato di una vera rivolta, di una riscossa culturale. Quelle parole-semi, devono essere lette e capite nel loro suono, senso più profondo, più nascosto, più urgente.

Quello che chiede il ragazzo somalo è un rapporto interumano.

Esige di essere considerato nella sua mente irriducibilmente uguale. Facile dirlo e scriverlo, difficile in realtà da capire veramente, nel profondo. Perché la razionalità e il Logos non sono mai riusciti davvero a comprendere che gli esseri umani nascono tutti uguali (Massimo Fagioli, Left 2008, L’Asino d’oro edizioni).

Bisogna tendere l’orecchio, accogliere queste parole forse senza capirle subito, per il loro significato così nuovo e cruciale. Fare un salto di pensiero. Quell’essere umano-bambino ha ancora la speranza di un seno; esige un’accoglienza dell’uguaglianza psichica, fondata sull’uguaglianza intrinseca tra gli esseri umani data dalla nascita e dal “linguaggio senza parola imparata che fa identità umana senza differenze” (Massimo Fagioli, op. cit.).

Quei “rari nantes” ci sussurrano e risvegliano a una dimensione fondamentale smarrita, negata in Occidente: l’identità umana fondamentalmente irrazionale.

Quegli uomini e donne che vengono dal mare intuiscono ed esigono da noi una vera uguaglianza, di natura nuova, quella della psiche. Ci costringono d’urgenza, e sono la nostra chance storica, a inventare – a ricreare – una vera uguaglianza fra gli esseri umani. Ci costringono, senza violenza, a una nostra propria trasformazione, a una rivoluzione del pensiero.

“Rari Nantes. Vennero. Attila Edalarico. Distrussero l’impero romano. Non fu rivoluzione. Ora vengono dal mare costringono senza violenza nel loro sangue ad una nuova cultura di esseri umani uguali”, scriveva Massimo Fagioli su Terra ad agosto 2009.

Intuizione delle vere esigenze nascoste nel cuore di quelle barche blu.

Fascismo o cura di psiche Europa

marzo 21, 2012 § 1 Commento

In quella che dovrebbe essere la Settimana di azione contro il razzismo, schiere di neonazisti hanno appena invaso Budapest con le loro divise brune nell’apatia generale e altri Paesi continuano a fantasticare un’Europa bianca e cristiana, senza “diversi”. Il morbo xenofobo dilaga nel nostro continente, nel silenzio stampa delle coscienze e della politica. Unica voce discordante, il premier romeno Mihai Razvan Ungureanu che, nel corso di una sua recente visita a Bruxelles ha dichiarato «l’Europa deve prendere coscienza del pericolo dell’estrema destra» e chiesto un vertice europeo straordinario per fermare la sua avanzata e studiare risposte comuni contro l’antieuropeismo e la xenofobia. Reagire, insomma.

L’ossessione per il debito e la precarizzazione delle masse, accompagnati dall’erosione del progetto europeo e dalla proliferazione di partiti nazionalisti e populisti, sono infatti la miscela esplosiva di un scenario non troppo dissimile da quello degli anni 30. Ovunque, partiti antisemiti, anti-islamici, anti-moschee, anti-Rom, anti-extracomunitari vincono le elezioni o sono dotati di un potere di condizionamento e di ricatto della maggioranza al governo. In Italia pesanti eredità discriminatorie sono state lasciate dalla legge Bossi-Fini e dal “pacchetto sicurezza”, mentre ovunque i migranti sono criminalizzati nelle leggi, rinchiusi in disumani centri di detenzione, marginalizzati da cure e diritti sociali. Barriere interne e anacronistica fortezza che ha già fatto le sue numerose vittime tra deportazioni e illegali respingimenti: è in corso la più grande regressione di diritti umani della storia europea dopo il nazi-fascismo.

Perché oggi fa la sua riapparizione il fantasma che ha fatto la tragedia della Storia, nel silenzio generale? Mentre dovrebbe scattare l’allarme civile, si costruisce invece una specie di “segregazione” con tanti provvedimenti istituzionali e si diffonde come “normalità” l’odio razziale nelle dichiarazioni di politici e europarlamentari. La “falsa coscienza” (Josef Gabel) ancora diffusa, potrebbe diventare psicosi di massa nella sua strutturazione in ideologia: il delirio neofascista ungherese, con abolizione e riscrittura della Costituzione su base etnica e patriottica e milizie anti-zingari per strada, ne è già un primo atto. Quale sarà il secondo?

Per “reagire”, come invita il premier romeno, bisognerebbe in primis scoprire e capire che quell’ideologia si annida nella matrice di una cultura violenta, cristiana e freudiana, che afferma che, dal peccato originale, siamo tutti intrinsecamente “pazzi e lupi” ed è normale “fare a pezzi” l’altro. Quella violenza invisibile si annida in una società materialistica e razionalistica che annulla la centralità dei sogni e del rapporto interumano dialettico, dove l’essere umano, non realizzando la propria vera identità, si ammala: dove ricompare l’annullamento dell’altro diverso. L’ultra destra non è “ricerca identitaria”, come scrive qualcuno, ma sintomo di una “crisi antropologica”, di malattia mentale, che cova nelle pieghe dell’intero sistema culturale e sociale europeo.

E di fronte a questa riapparizione del razzismo istituzionale e popolare, colpisce quanto sia scarsa la “capacità di reagire” delle sinistre europee. Scarsa la conoscenza e l’uso politico dei saperi disponibili sulla psicopatologia, all’avanguardia in Italia, in particolare quello sulla “percezione delirante” e la Teoria dello psichiatra Massimo Fagioli tutta, che andrebbe presa in maggiore considerazione di fronte a quella che si profila sempre più come una necessità storica. Non sono nessuno per dirlo, ma vorrei condividere questa mia “intuizione”: ci troviamo di fronte a un bivio che questa volta non possiamo permetterci di ignorare. La coazione a ripetere il fascismo o la cura di psiche Europa.

@flore murard-yovanovitch, pubblicato su Agenzia Radicale 21 marzo 2012

La noncasualità dei roghi di campi Rom

marzo 5, 2012 § Lascia un commento

Strano come, nell’indifferenza generale, i “campi rom” vadano a fuoco in questo Paese. Ultimo di una lunga catena, da Ponticelli a oggi, l’incendio del 2 marzo scorso (valutato come accidentale ma avvenuto a poca distanza da una manifestazione organizzata dal Pdl contro i “nomadi”) del campo del Parco della Marinella a Napoli, con due feriti; dopo i ripetuti incendi di gennaio nel insediamento di viale Maddalena. Una ripetizione, che fa dichiarare a Rodolfo Viviani, presidente dell’associazione radicale “Per la Grande Napoli”: “Assistiamo a una drammatica catena di fatti che è impossibile ricondurre a casualità. Campagne stampa, interventi repressivi, incendi”.

A seguito del tentato pogrom di Torino, nel dicembre scorso, un embrione di reazione anti-razzista sembrava nascere nella società civile, ma sembra, a posteriori, più un’onda emotiva in reazione alla strage dei senegalesi a Firenze che vera presa di coscienza della drammatica crescita in Italia dell’antiziganismo, dell’odio contro questa minoranza specifica. Anche da vittime, i Rom sono trattati in secondo piano.

Invece è allarmante l’escalation dal 2008 a oggi, che spesso non viene nemmeno raccontata dai media, di aggressioni e attacchi razzisti particolarmente gravi contro i campi rom nelle vicinanze di grandi città come Milano, Napoli, Pisa, Roma e Venezia; con incendi dolosi che hanno talvolta messo in pericolo la vita dei loro abitanti, in certi casi costretti ad andarsene sotto la protezione della polizia. Atti di violenza collettiva, a volte quasi pianificata, come a Torino.

Quei roghi vengono ad aggiungersi alle gravi forme di emarginazione e di discriminazione che subiscono la maggior parte dei Rom e Sinti, nel loro quotidiano. Circa un terzo, siano essi cittadini italiani o meno, vive in campi “nomadi” praticamente segregato dal resto della società e senza avere accesso ai servizi più basilari, come educazione e salute. Senza parlare della questione alloggio, mai davvero affrontata dalle autorità locali. Anzi, su di loro e come gruppo, sono piovute le cosiddette misure di “emergenza” del “pacchetto sicurezza”, alcune riguardanti esplicitamente i Rom o i “nomadi” e utilizzate in modo discriminatorio: censimenti effettuati in insediamenti abitati esclusivamente da Rom, raccolta, spesso non volontaria, delle impronte digitali; e strapotere conferito ai Prefetti nella gestione di uno pseudo “stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi”. Leggere: sgomberi forzati e abusi quotidiani. Non a caso, la maggior parte delle denunce di presunti maltrattamenti commessi dalle forze dell’ordine riguarda atti compiuti nei confronti di Rom. Tutte politiche che rafforzano l’impressione che i Rom siano presi di mira proprio dalle autorità e che legittimano l’intolleranza popolare invece di contrastarla.

Una deriva chiaramente xenofoba in Italia, che invece non è stata passata sotto silenzio dalla Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI), organo indipendente di monitoraggio istituito dal Consiglio d’Europa per la tutela dei diritti umani. Nel Rapporto sull’Italia 2012 (che rispecchia la situazione fino a giugno 2011), dichiara: “Si respira un clima generale fortemente negativo rispetto ai Rom: i pregiudizi esistenti nei loro confronti si riflettono talvolta negli atteggiamenti e nelle decisioni adottate dai politici, o sono da queste rafforzati”. O, ancora, è “in aumento il discorso razzista e xenofobo in politica, che prende di mira neri, africani, rom, romeni, (…) immigrati in generale; in certi casi, certe dichiarazioni hanno provocato atti di violenza contro questi gruppi”.

L’Ecri punta il dito sulla radice del problema: la relazione che esiste tra discorso razzista e violenza a sfondo razziale. E’ infatti nel linguaggio che si opera la progressiva disumanizzazione dell’altro. Nell’uso improprio della parola “nomadi”, per etichettare cittadini che per la metà sono italiani e appartengono a gruppi che vivono in Italia da secoli. O nell’uso di termini che suggeriscono una minaccia, una presunta pericolosità. Perché le parole sono armi. L’ECRI intanto è convinta che il contesto attuale richieda una reazione urgente, molto più incisiva, da parte delle autorità italiane. “Adottare fermi provvedimenti per combattere l’uso di discorsi xenofobi da parte dei partiti politici o dei loro esponenti o di discorsi che costituiscano un incitamento all’odio razziale e, in particolare, ad adottare delle disposizioni legali finalizzate alla soppressione dei finanziamenti pubblici per i partiti politici che fomentano il razzismo o la xenofobia”. Si potrebbe iniziare ad applicare le leggi in materia. Ogni riferimento a un partito politico in particolare, è puramente casuale.

@floremy, pubblicato su Agenzia Radicale, 05 marzo 2012

Cie: «Un luogo adatto per qualsiasi creatura, tranne un essere umano»

febbraio 5, 2012 § Lascia un commento

Si può finire in un CIE essendo stato un giovane oppositore del regime di Ben Ali ed un esponente di rilievo della Primavera araba? Sì, in Italia si può. Basta un complicato misto di burocrazia, sanatoria truffa e  transizione politica in corso al proprio Consolato, tra funzionari e diplomatici ancora imbrigliati tra vecchio regime e nuovo corso. Omar è un giovane tunisino di 27 anni, con la ricevuta della richiesta del permesso di soggiorno in mano, che è stato brutalmente rinchiuso nel Centro di Identificazione e Espulsione di Ponte Galeria per un mese. Eppure di recente era stato incaricato Segretario Generale dell’Istanza Regionale Indipendente per le Elezioni (tunisine) in Italia (Irie), per assicurare elezioni trasparenti alla comunità tunisina residente. Grazie alla mobilitazione diplomatica tra Tunisia e Italia e di attori della società civile, è uscito dal Cie. Ecco la sua storia, raccontata durante il primo corso di un ciclo di approfondimento per giornalisti, “Cie: istruzioni per l’uso”, organizzato dalla campagna LasciateCIEntrare per raccontare cosa vi succede, malgrado la censura ancora in atto.

«“Benvenuto ad Abu Ghraib”. Così mi hanno “accolto” i detenuti del Cie di Ponte Galeria quella notte, quando ho varcato le grate. Mi tornarono in mente le immagini di repressione durante la mia adolescenza di giovane oppositore al regime di Ben Ali. La parola libertà è una parola densa di significato, facile da pronunciare, solo qualche lettera, ma nella vita reale costa. In Tunisia, per essa è stato versato il sangue di 500 ragazzi uccisi in meno di 20 giorni negli scontri. Sono fiero di essere tunisino, un popolo che ha fatto la sua rivoluzione e si è liberato da solo.

«La dittatura la conosco bene, sulla mia pelle. Per tutta la mia infanzia, la mia famiglia è stata perseguitata dagli sbirri del regime di Ben Ali, e persino espulsa dalla nostra città natale, Monastir. Mio padre, da imam, pronunciava discorsi contro il regime, invitando i compaesani a disobbedire; presto in compagnia degli studenti ribelli, ho partecipato a scioperi e manifestazioni dissidenti e sono finito nel mirino delle spie al liceo, e poi delle milizie del regime, tra botte e intimidazioni. Appena ne ho avuta l’occasione, con il visto ottenuto per una gita scolastica, sono fuggito e rimasto in Francia fino al 2006. Poi l’Italia, dove ho fatto tutti i lavori saltuari possibili fino a ricoprire questo incarico di organizzare le prime elezioni libere della Assemblea Costituente. Sono stato nominato direttamente dall’Istanza superiore indipendente per le elezioni tunisine, un massimo onore!

«Ma quel giorno, malgrado fossi ufficialmente in attesa regolare del rilascio definitivo del permesso di soggiorno e in possesso della ricevuta, sono venuti a prelevarmi in albergo e mi hanno portato nel Cie di Ponte Galeria. Sono diventato un numero, con il quale sono stato sempre chiamato durante il mio “soggiorno”. Il proprio nome scompare. Mi sono chiesto: in quale struttura sono rinchiuso? Cos’è questo luogo con uomini appesi alle grate delle gabbie che ti fissano come in uno zoo? Come sono possibili gabbie dove vengono ammucchiate 8 persone l’una sull’altra? Quei posti sono adatti a detenere qualsiasi animale o creatura, ma non un essere umano.

«Quel freddo, il cibo che t’indebolisce più che darti forza, e le prime piogge, in ciabatte. Effetto, quest’ultimo, di una Circolare della Prefettura, per scongiurare rischi di fuga. I controlli permanenti e le botte delle forze di polizia e militari (25 uomini per ogni detenuto), le ripetitive e ossessive perquisizioni con i cani addosso, anche solo per andare a mangiare, e quella cinepresa di video sorveglianza, sulla testa 24 ore su 24. Il faretto sparato in faccia in piena notte. Ammanettato, in pigiama. Solo a ricordare mi viene da piangere. C’è una vera guerra psicologica, lì dentro. Ti vogliono distruggere, farti crollare. Infatti circolano massicce dosi di psicofarmaci, gli “ospiti” vengono imbottiti di gocce e deambulano come zombie. C’è un altro mondo, lì dentro. Tutte le nazionalità e tutte le storie del mondo ci finiscono. Convivevo nella mia cella con tanti stranieri finiti lì per un niente, solo perché gli mancava un documento».

Persone che non hanno commesso nessun reato, ma private della loro libertà, fino a 18 mesi, senza accesso alla legge. Una “accoglienza” che è detenzione amministrativa, risultato della fabbrica della clandestinità prodotta dalle leggi stesse in materia di ingresso, rinnovo del visto, accesso al lavoro… Persone. Parcheggiate. Ridotte a oggetti e a subire violenze permanenti. Questo però, come recita l’art.3 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, si chiama “trattamento inumano e degradante”. Ed è un abuso, una violazione dei diritti umani, passibile di sanzioni. Quando ci sveglieremo, capiremo che, di storie come quella di Omar, i Centri di detenzione per migranti sono piene, in questo confine dello Stato italiano, dove il diritto non è mai arrivato. E richiamano un nostro urgente risveglio etico.

* Omar è un nome di fantasia per tutelare il testimone.

@Agenzia Radicale, 01 02 2012

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