Per una deambulanza libera

marzo 27, 2013 § Lascia un commento

Un traffico dominatore ci  ha tolto il diritto a camminare e pedalare liberaMENTE, vagabondando tra pensieri, sognando. Senza temere di venire travolti da una scheggia impazzita che corre  sulla strada del lavoro e che ti vedono, pedone e ciclista, come un ostacolo sulla corsa verso l’orario e la sottomissione volontaria, o di finire schiacciato tra tram bus turistici e non e motorini individualisti. Accelerando, proprio sulle strisce o facendo finta di non vederti. Bisogna riconquistare il diritto al camminare, al pedalare, riconquistare quelle linee bianche che dicono di un possibile passaggio di un istante, (re)invadere le strisce da gruppi di cittadini, che camminano lentamente lentissimamente, gruppi di ciclisti, poeti e e sognatori, per ribellarsi e dire la nostra identità umana, rieducando quegli automobilisti pazzi che seminano l’impossibile stare insieme.

Propongo la deambulanza poetica, come via di riconquista del spazio, che è nostro, della strada, che è nostra, e del diritto inalienabile a camminare pedalare spensierato. Trasognando.

Quanto ci costa in termine di fantasia, di creatività, di comunità, di allegria, di condivisione, quanto ci costa in termine di autonomia e di  crescita dei bambini, non liberi verso la scuola, ma accompagnati in macchine da genitori preoccupati? quanto ci costa in termine di bene comune, quel traffico mortale? Riprendiamoci la strada.

Occupy le strisce!!!!

@Libera Deambulanza

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Dal mare l’uguaglianza

dicembre 17, 2012 § Lascia un commento

“Italians saved us physically, now we need to be safe by the mental (mentally)” dice Aref a Lampedusa.

“Ringrazio la Marina italiana per averci salvato. Gli italiani ci hanno salvato ma solo fisicamente, adesso vorremmo essere salvati psicologicamente”. Queste parole sono di un giovane migrante sopravvissuto all’ennesimo naufragio al largo di Lampedusa. Queste parole devono essere ascoltate e capite, nella loro rivoluzionaria risonanza.

“Siamo in condizioni critiche, abbiamo perso alcuni cari nel mare, abbiamo incubi e qua non riceviamo le cure adeguate, dobbiamo essere trasferiti al più presto possibile”, racconta ancora Aref (nome di fantasia) nella video-intervista “Off-side Immigration” a cura di Libera Espressione su Youtube. Aref è un minore somalo, rifugiato, potenziale richiedente asilo, che ha perso la sorella in mare. Ha incubi di notte e dorme a terra, con altri 900 migranti, donne e bambini, nel Centro di Contrada Imbriacola a Lampedusa, dove è trattenuto da più di quaranta giorni.

Quell’esigenza dice tutto, è verità. Punta il dito contro le carenze di un sistema di accoglienza che, è già tanto quando ci riesce, salva i corpi. Solo i corpi. Senza mai vedere quegli esseri umani nella loro realtà umana, fatta – oltre che di bisogni – di progetti, sogni e desideri: di rapporti umani.

Snuda la politica cieca degli ultimi venti anni, che ha guardato al fenomeno immigrazione solo come gestione, sicurezza, contenimento; flussi, numeri: corpi.

Corpi “indifesi”, naturali destinatari di una “carità” che malcela il potere sull’altro “prossimo”… e l’ambigua e fallace retorica cristiana e marxista dei bisogni. Un’accoglienza meramente “fisica”, limitata alla dimensione materiale, per non aver mai avuto il coraggio di affrontare l’irrazionale umano, la dimensione invisibile della mente, i sogni –  “pensiero per immagini”.

Quello che dice il giovane migrante è “gli Italiani ci hanno salvato solo fisicamente”: cioè noi non vogliamo essere corpi da proteggere, da accudire, nemmeno da amare (il tempo di un salvataggio, prima dell’assenza anaffettiva). “Ora vogliamo essere curati mentalmente”: cioè essere visti nella nostra realtà mentale, psiche (con le nostre ferite) da curare.

Dice anche del razzismo che è fermarsi all’anatomia dei corpi, senza guardare alla realtà interna, alla nascita. “Il logos greco è proprio a tutta la storia e la cultura occidentale. Ma nessuno ha mai detto che pensare la realtà umana solo come anatomo-fisiologia è razzismo” (Massimo Fagioli, settimanale Left, 24 novembre 2012).

Nel contesto italiano dei respingimenti e dei Cie, della sistematica negazione malata dello straniero, queste affermazioni hanno il significato di una vera rivolta, di una riscossa culturale. Quelle parole-semi, devono essere lette e capite nel loro suono, senso più profondo, più nascosto, più urgente.

Quello che chiede il ragazzo somalo è un rapporto interumano.

Esige di essere considerato nella sua mente irriducibilmente uguale. Facile dirlo e scriverlo, difficile in realtà da capire veramente, nel profondo. Perché la razionalità e il Logos non sono mai riusciti davvero a comprendere che gli esseri umani nascono tutti uguali (Massimo Fagioli, Left 2008, L’Asino d’oro edizioni).

Bisogna tendere l’orecchio, accogliere queste parole forse senza capirle subito, per il loro significato così nuovo e cruciale. Fare un salto di pensiero. Quell’essere umano-bambino ha ancora la speranza di un seno; esige un’accoglienza dell’uguaglianza psichica, fondata sull’uguaglianza intrinseca tra gli esseri umani data dalla nascita e dal “linguaggio senza parola imparata che fa identità umana senza differenze” (Massimo Fagioli, op. cit.).

Quei “rari nantes” ci sussurrano e risvegliano a una dimensione fondamentale smarrita, negata in Occidente: l’identità umana fondamentalmente irrazionale.

Quegli uomini e donne che vengono dal mare intuiscono ed esigono da noi una vera uguaglianza, di natura nuova, quella della psiche. Ci costringono d’urgenza, e sono la nostra chance storica, a inventare – a ricreare – una vera uguaglianza fra gli esseri umani. Ci costringono, senza violenza, a una nostra propria trasformazione, a una rivoluzione del pensiero.

“Rari Nantes. Vennero. Attila Edalarico. Distrussero l’impero romano. Non fu rivoluzione. Ora vengono dal mare costringono senza violenza nel loro sangue ad una nuova cultura di esseri umani uguali”, scriveva Massimo Fagioli su Terra ad agosto 2009.

Intuizione delle vere esigenze nascoste nel cuore di quelle barche blu.

Bicicletta e fantasia

novembre 10, 2010 § 1 Commento

Una macchina che ti travolge, in bicicletta. Quanti morti ci vorranno per fare emergere alla coscienza collettiva questo traffico-killer? Di pedoni e ciclisti soprattutto, quelli che scelgono la lentezza, la vitalità e la leggerezza e attraversano la città come elfi. La bici, mai come oggi, è l’unico mezzo sostenibile, rifiuto della “coazione masochista a ripetere” l’istinto di morte:  persone auto-ingabbiate, traffico-sfogo di tutte le frustrazioni, prepotenza di narcisi nombrilisti pronti all’acceleratore. La nostra strada, la nostra unica agorà…

Non muori, però come lo vorrebbe la cultura antica, per “destino”o per “fatalità”, solo per i buchi o i sampietrini (anche se vere strade sarebbero urgente). Muori perché bolidi disumani ti vengono addosso, in modo sempre più veloce purché risparmiare un minuto sull’orario del lavoro “sacro”. Premono l’acceleratore, persino sulle strisce. Come se “non ci fossi”. Non sono “cieci”, ma “non ti vedono”. Annullamento criminale. Muori per la malattia altrui (a volta sotto gli occhi stessi della polizia), nel silenzio di tutti; come se una strada omicida fosse una specie di accettata “normalità”. Eppure nel corso degli ultimi anni, statistiche e studi dell’Istat sulla sicurezza stradale dicono della gravità della strage e del drammatico aumento degli incidenti causati da pirati.

Ha infatti ancora senso nel 21e secolo (sic!), con tutte le tecnologie e invenzioni in materia di mobilità creativa che caratterizzono altre capitale europee, subire quell’anacronista violenza? Facciamo un urgente salto di pensiero! Pensiamo la città come bene comune, come “rapporto”, inventiamo una città-bambina, una città-fantasia, una città-incontro, una città-respiro… Rispolveri la tua bici, vagabonda e poetica, che permette riscoperta dell’altro e nuove relazioni umane, (come scriveva l’antropologoMarc Augé nel un recente saggio sulla bicicletta). Un colpo di pedale per strappare la città a quest’assurda paralisi, mentale. La bici è fantasia!

Avatar: il sogno della mente umana

gennaio 29, 2010 § Lascia un commento

 È con il solo potere della mente che i Na’Vi domano senza ferirle bestie selvagge, draghi alati e rinoceronti, per fare tutt’uno con loro, mente-corpo; esseri mitologici che volano tra abissi e montagne sospesi in aria; pura poesia della fantascienza. Questo popolo irrazionale è “vedente”, si saluta ed entra in rapporto interumano con il sesamo magico, “ti vedo”. In altre parole vedo te, la tua realtà interna; l’esatto contrario dell’annullamento. Le creature tigrate di Pandora potranno sembrarci più “umane” di noi… infatti sono pressoché irresistibili, tenere, quasi “vive”. L’Avatar vive grazie alla mente umana al sogno. Quando l’essere umano dorme, il suo Avatar vive fino al risveglio. Una specie di metafora dell’inconscio e del pensiero senza coscienza.

Testo integrale pubbliccato su Terra, 25 gennaio 2010

Oltre la manifestazione è ora di trasformazione

dicembre 17, 2009 § Lascia un commento

@Pubblicato su Agenzia Radicale, giovedi 17 Dicembre 2009

Sì, era bella la piazza viola. Sì, sono allegre e fondamentali le manifestazioni, quando esprimono emozione, dissenso e voglia di cambiamento. Sospendendo, però, un giudizio a caldo sul “No B-Day”, che forse contiene in grembo una nuova protesta e una energia civile in germoglio, le manifestazioni di questi ultimi mesi hanno un grave limite in comune: quello di non produrre nessun reale cambiamento, né l’inizio di una lotta duratura. Temporanei sfoghi di umori, tanto più brillanti meteore, tanto più velocemente dimenticate; orfani di una nascita. Torna in mente la bella e colorata manifestazione contro il razzismo, con una stragrande maggioranza di immigrati che sfilavano per prendere in mano la loro integrazione; quella per la libertà di stampa, stracolma, ma morta perché nata chiusa dalle sue contraddizioni; o ancora la più recente, il 28 novembre, sulla violenza contro le donne: pochissime femministe, grida e corpi che poco o niente hanno mosso. Nessuna onda che abbia trasformato in profondità le relazioni tra i diversi, la libertà e la democrazia, il rapporto uomo-donna.

Le manifestazioni, di fatto, producono ancora reale cambiamento politico culturale? E’ lecito chiederselo. Opposta ma anche speculare al sistema, la manifestazione come modalità è una specie di vecchio retaggio delle forme di lotta e di conflitto proprie all’Ottocento e al sistema democratico liberalcapitalista. Ma ora – in tempo di crisi e di una sotterranea ma potente aspirazione verso un’altra società, nonviolenta, creativa e davvero libera – non è forse il caso di scoprire un nuovo metodo di pensiero e di azione per mutare il presente? Oggi, la voce delle donne, per esempio, non può più essere “ci mettiamo insieme e gridiamo contro il maschio violento”… la voce delle donne sarà risonante e reale quando sarà per “identità” e non per grida; emancipazione dalla violenza, sulla base della trasformazione del proprio rapporto con se stesse e con l’altro. Quando sarà movimento interno, appunto psichico. Liberazione delle menti. Allora una forza collettiva, costruita sulle fondamenta di una propria identità interna, avrà una possibilità per diventare vera trasformazione sociale.

In altre parole: sembra superata la manifestazione come strumento politico e culturale perché è forse ora di vedere che la società ha sete e desiderio ed è matura per un’altra dimensione di lotta: non è più tempo di manifestazione, ma di trasformazione umana.

La paura e la discriminazione

ottobre 1, 2009 § Lascia un commento

Oggi l’ennesima notizia delirante del bus blindato milanese che opera “rastrellamenti”, parola che credevamo seppellita nel passato. Ed ecco invece che torna a fare parte del quotidiano qualcosa che è violenza razziale. Guardiamo attoniti il dilagare di quest’orrore, sotto i nostri occhi passivi: respingimenti, bus separati – che farebbero rigirare Rosa Parks nella sua tomba -, immigrate insultate senza possibilità di ricorso a denuncia, africani e rom calpestati a morte dentro parchi bui; ai margini bui della nostra coscienza spenta, che lascia fare… e non vuole vedere. E sapere che ciò che accade e va in tv è solo la punta dell’icerberg di una violenza ben più invisibile, che si diffonde, tra uomini e donne, tra italiani e immigrati: l’annullamento dell’altro, quotidiano. In un paese confuso, pure acculturato ma orfano di una sana politica.

Italia svegliati! E una volta per tutto capisci: l’immigrazione è inarrestabile, è un processo millenario da sempre esistito e quando non è per mare è per terra, e quando non sarà attraverso deserti sarà attraverso montagne. Come dice lo scrittore pakistano emigrato a Londra Moshin Hamid, autore del Fondamentalista riluttante, “l’immigrazione è come la morte: é inevitabile”. E prosegue “quello che bisogna combattere è la tragica voglia di tornare ad una nostalgica mai esistita “purezza” di se stesso, allorché il mondo è contaminazione, scambio e confronto col altro. Il compito del intellettuale è proprio di combattere la paura, di rendere gli esseri umani meno paurosi lì uni degli altri”.

Voi che avete paura, osate guardare, oltre il barcone stremato, le vittime di guerre civili, fame e colonizzazione dei loro sogni con la nostra tv e il nostro modello di vita. Ma qui censuriamo l’uso di parole bugiarde come caritas, solidarietà e generosità come riconosceva anche Luigi Manconi sull’Unità; nuovo terreno di espansione della chiesa verso questi vulnerabili, terreno dell’umano, interamente abdicato alla chiesa con la complicità culturale della sinistra cattocomunista. Non usiamo nemmeno soltanto, le eppure concetti fondamentali di “demografia, economia e diritti”. Qui c’entra la questione dell’irriducibile uguaglianza psichica tra gli esseri umani. E della nostra capacità di rimanere umani, noi.Calpestando gli immigrati rischiamo di perderla, questa nostra umanità: come annunciava Tzvetan Todorov alcuni mesi fa, “la paura dei barbari ci fa diventare barbari”.

L’immigrazione è la nostra chance di rivoluzione nonviolenta per una società diversa, davvero uguale e ugualitaria. Non la lasciamo passare, non sprofondiamo nel mortale identico a sé e nell’”apocalisse psicopatologica”, annunciata anni fa dal sempre da rileggere Ernesto de Martino.

@floremy, parzialmente pubblicato su la Repubblica, 1 ott 09

bici tabù

aprile 17, 2009 § 1 Commento

 Scrivono Franco Volpi è morto in un incidente stradale. Precisione, è morto in bicicletta, travolto da un’auto. A bicyclette, e mi ricorda la canzone di Montand… Forse andava più lentamente, con la lentezza che scegliamo, noi che scegliamo la bici come mezzo di mobilità eco sostenibile e non-violenta. La bici : invenzione mai superata nella storia dell’evoluzione della mobilità. Forse lo studioso di Heidegger, contemplava un dettaglio del paesaggio, un frammento di cielo, un suo pensiero da fare nascere.
 
Una macchina che ti travolge. In bicicletta. Come Roland Barthes. Quanti nomi importanti ci vorranno per fare emergere dal buio e alla coscienza collettiva le centinaia di persone e pedoni che muoiono ogni anno travolti da pirati della strada – le statistiche dimostrano il folle incremento (più di 82% di incidenti da pirati rispetto al 2007,  odio la cronaca ma leggetela). Persino sulle strisce.
 
Un traffico “disumano”. La ragione si nasconde in una realtà invisibile. Non accecamento, ma “pulsione di annullamento”, che fa che l’altro non esiste. E si può “ammazzarlo” nel quotidiano, quando si fa tardi sull’orario del lavoro. Morire sulle strisce. Uno scandalo della nostra cultura, di cui nessuno parla.

pubblicato, dimezzato l’ ultimo paragrafo, su La Repubblica del 17 Aprile 2009

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