Nave-testimonianza, Mediterranea

ottobre 10, 2018 § Lascia un commento

Una nave-speranza nel buio nostro, nell’atroce silenzio che circonda il genocidio del popolo migrante nel Mediterraneo. Nella disumanità che ci divora arriva una magnifica notizia, delle notizie che sai che sono speranza, cambiamento, segnale. Il 3 ottobre scorso è salpata Mare Jonio di “Mediterranea”, una nave che batte bandiera italiana ed è partita nei giorni scorsi per raggiungere le acque internazionali che separano le coste italiane da quelle libiche. Non effettuerà solo soccorsi ma sarà testimonianza, denuncia della strage di persone migranti nel Mediterraneo, dell’assenza di soccorsi, del silenzio e della complice indifferenza dei governi italiano ed europei. Hope in the dark. Sarà nostri occhi nel Mediterraneo.

Le ultime notizie parlano ancora di naufragi invisibili innominabili, e di respingimenti illegali. Lunedì 1 Ottobre, Colibrì di Pilotes Volontaires, l’areo di monitoraggio del Mediterraneo in partnerships con Sea-Watch, ha avvistato un cadavere galeggiante abandonnato a mare, segno di un ennesimo naufragio “invisibile”, senza nome ma con responsabilità noti. Il 2 Ottobre, l’osservatorio Watch the Med/Alarm-Phone ha riportato la richiesta di Sos di un barcone con 120 persone la cui assistenza è stata rimandata alla cosiddetta guardia costiera libica, e la cui sorte rimane sconosciuta. Infine, nella notte tra il 2 e il 3 Ottobre, alla vigilia della ricorrenza dell’anniversario della strage del 3 ottobre 2013, la richiesta di soccorso di 80 persone, la cui sorte non è chiara, pare siano state riportate in Libia; come gli ultimi circa 40 persone di un gommone in difficoltà, ricondotto il 5 ottobre nell’inferno della Libia come denuncia Mediterranea. Un paio di interventi della Guardia Costiera Libica, che ha intercettato due gruppi di migranti per un totale di circa 190 persone. Mentre la lista dei morti o respinti continua ogni giorno, ogni ore, secondo  recenti stime di Iom e Unhcr, il rapporto tra i morti e i dispersi e le partenze è il più alto mai registrato nel Mediterraneo centrale, di almeno 20%.

Alla missione si affiancherano altre imbarcazioni di appoggio, col sostegno dell’ong tedesca Sea-Watch, e Astral, una delle navi di Proactiva Open Arms, salpata alcuni giorni fa dalla Spagna. Accompagnate dall’instancabile che lo scorso La nave Mare Jonio è al centro di un progetto promosso da una rete di associazioni, ong e realtà politiche e sociali (reso possibile dal contributo di Banca Etica). Ponte, piattaforma della società civile, occhi. La nave seguirà l’unica rotta possibile, quella dell’umanità. Per salvarci da un presente e futuro di odio e razzismo e rassegnazione; per “necessità di sostenere un’iniziativa italiana di mettersi in mare in prima persona”, come spiega Giorgia Linardi ambasciatrice dell’Ong Sea-Watch per l’Italia. Ma la bussola sarà anche il diritto.  Perché oltre alle leggi del mare, la nave obbedirà alla sola Costituzione. Come afferma Alessandra Sciurba, della rete Mediterranea,“siamo in mare per salvare noi stessi, per salvare nostro stato costituzionale: aprire squarci nel sistema dei diritti significa mettere in pericolo i diritti di tutti”. E aggiunge, “quest’azione non governativa pone in sicurezza la società civile italiana”. Noi.

Nave-disobbedienza. Per ribellarsi ai porti chiusi, al governo italiano, alla complicità degli Stati europei, e tornare alla necessità primaria di salvare vite. Non lasciarle annegare o peggio, non lasciare che siano fatte annegare dall’assenza di soccorsi, o dai documentati violenti metodi delle guardie costiere libiche finanziate da Italia e altri Stati, o riportate nei lager libici. Nave contro l’indifferenza complice e le multi violazioni della Costituzione e dei Trattati internazionali. Nave contro il silenzio.

Punti da spiegare, per esempio, potrebbero essere il perché del tasso di mortalità nel Mediterraneo centrale negli ultimi mesi sia aumentato e in continuo aumento. Monitorare l’assenza di soccorsi, i respingimenti illegali, l’immane ciclo di abusi a cui vengono sottoposti gli sfuggiaschi dalla Libia e respinti, ecc. Segno che la società civile italiana è viva, e capace di fare rete, intanto del nucleo promotore fanno parte singole persone e associazioni, parlamentari e scrittori. Troverete loro nomi sul sito di Mediterranea dove si pu’o anche donare.

Una nave-speranza nel cuore dei tempi neri. Nostri occhi a mare. Puntati sull’Abisso.

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Migranti: La percezione delirante

luglio 4, 2016 § Lascia un commento

Le dichiarazioni sugli “hotspot galleggianti”(Alfano) o sui “migranti da confinare sulle isole” (Sebastian Kurz, ministro degli Esteri austriaco), non dovrebbero sorprendere più di tanto. Sono nella stretta logica di una ormai palese percezione delirante che fa del migrante un invasore da “contenere”, rinchiudere e respingere. L’intera terminologia delle politiche criminogene migratorie europee degli ultimi anni sono fondate su questo vocabolario del contenimento. Se si è superato un livello verbale e di violenza del pensiero con la proposta di ricalcare il modello australiano di isole-lager nel Pacifico (varie volte condannato dalle organizzazioni dei diritti umani), in realtà quel pensiero è stato già applicato nel cuore dell’Europa. Con il Trattato con la Turchia_  isole-detenzioni per migliaia di profughi siriani o respingimenti illegali in Siria sotto le bombe. La logica si ripete oggi col Partnership Framework con i paesi terzi e il Migration Compact, che prevede investimenti nello sviluppo con paesi del Nord Africa condizionati a “precise obbligazioni” nella cooperazione in materia di sicurezza militare-poliziesca per “frenare i flussi” a tutti costi. Cioè accordi con le dittature sudanese, eritrea, gambiana e altre stati subsahariani che non brillano per il rispetto dei diritti umani per confinare migranti in campi-prigioni o per respingerli indietro. Giungono già allarmanti notizie dall’agenzia Habeshia e da Human Rights Watch di centinaia di rastrellamenti di profughi eritrei in Sudan e di deportazioni nelle celle di Afewerki. Cosa li succederà? Si sa, torture o sparizioni. L’espressione “gestione dei flussi” nasconde in realtà detenzioni e deportazioni mascherate in un’Europa che propina ormai politiche illegali – di negazione del diritto d’asilo e del diritto internazionale – dichiaratamente razziste, che, come ha ricordato di recente Barbara Spinelli “emulano le proposte della destre estreme”; (aggiungo), politiche potenzialmente eliminazioniste. Perché alla radice c’è la negazione dell’altro.

Bisogna invece interrogarsi d’urgenza sul riemergere di una percezione delirante in politica e che sta a due passi dal divenire psicosi di massa – con  la retorica della costruzione di una pseudo invasione, del ribaltamento di tutta la realtà migratoria in un discorso che ne annulla la realtà: “invasione” quando si tratta di numeri di rifugiati gestibili da paesi del G8, “accoglienza” mentre si tratta di detenzione, “soccorsi” quando si tratta di omissioni. Peggio, questa capacità di determinare l’opposto della realtà vera, non può che aver un significato politico regressivo: il volto del fascismo di natura nuova, che in Derive, avevo denominato  il «Fascismo della Frontiera». Ormai un fascismo anti-migrante globale, dall’Australia all’America di Trump.

Quel pensiero che annulla l’altro è alla radice delle reazioni belliche anti-migranti, come l’annuncio inglese di dispiegare la Marina per 20 Afghani trovati su un gommone nel Canale della Manica, l’invio di Navi NATO nel Mediterraneo, l’operazione Sofia o EUNavForMed (e più in sottofondo uno dei motivi del Brexit). E quanto sappiamo realmente delle vere dinamiche di training europeo alla guardia costiera libica per frenare le imbarcazioni – stracolme di persone? Soccorsi o speronamenti? Nell’ultimo rapporto sulla Libia, Amnesty denuncia respingimenti in mare e deportazioni indietro vero i lager libici.

Le centinaia di corpi che affiorano sulle spiagge libiche e le voci dei detenuti nelle celle libiche dicono altre cose: svelano uno sterminio in corso. Di migliaia di profughi intrappolati in Libia tra il rischio di venir respinti indietro, detenuto o di morire nel Mediterraneo.

Un’Europa che “fa il buio” di fronte al diverso, e ripropone l’annullamento dell’altro non può infatti che rischiare di riportare alla reinvenzione di un odierno annientamento razziale. Inoltre, porta alla direttam«possibilità del nazismo che può annidarsi in ogni rivoluzione che sia fatta con l’annullamento e la negazione di ciò che è», (Massimo Fagioli, Bambino donna e trasformazione dell’uomo).

Come meglio descrivere la patologica reazione europea odierna che nega completamente l’umanità di una massa di persone – illudendosi di frenarla, arginarla o fare come se non ci fosse – sperimentando soluzioni di respingimenti e sparizioni?

@Huffington Post, 4 luglio 2016

Migranti subsahariani in Libia: l’eliminazione razziale

giugno 11, 2016 § Lascia un commento

Quei volti emaciati, denutriti, dei profughi che giungono, dalla Libia sulle coste siciliane, mi ricordano altri volti. Quei volti delle foto d’archivio della seconda guerra mondiale.

Raccontano oggi, tutti, di essere stati aggrediti, picchiati giorno e notte. I segni sui corpi non mentono, sono segni di percosse, ustioni, ferite da armi da fuoco. Raccontano di compagni detenuti nei campi di detenzione, nelle carceri libiche o nei campi prima della partenza, che si ammalano, e poi scompaiono o vengono sparati quando provano a fuggire (Habeshia riporta il caso di 5 eritrei spariti e tanti feriti durante un tentativo di fuga dalla prigione di Al Nasrm, nei pressi di Zawia, ad Aprile scorso). I racconti svelano questo lento eliminarli, dagli stenti – niente acqua, negazione delle cure, niente medicinali e sovraffollamento di corpi incastrati gli uni sugli altri. O ancora si riscontrano fratture agli arti inferiori, per quelli gettati dai piani alti dei palazzi che costruiscono coattamente, quando si ribellano alle bande che gestiscono il lavoro forzato. Per non menzionare gli stupri sistematici sulle donne subsahariane ridotte in schiavitù sessuale.

E’ la nuda vita del migrante nero in Libia, cacciato, sequestrato, venduto, abusato, picchiato, offerto al razzismo, gettato nel vuoto. Demba, gambiano, (uno delle decine voci e testimonianze che ho raccolto nei porti siciliani nell’autunno scorso, e alcune andate in onda a Radio3):  “I Libici odiano i neri. Se stai in Libia vedrai tante persone sequestrate in campi, ti sequestrano in luoghi chiusi, in campi che non sono carceri; è un vero business, se tu paghi ti liberano, se non paghi non ti liberano. In prigione, ti picchiano fino alla morte. Io ho visto un ragazzo picchiato fino alla morte. I libici non pensano che sei un essere umano. Ti picchiano fino al tuo ultimo respiro. In Libia, io ho visto tutti questi abusi”. Quelle storie ascoltate, di sequestri, traffici umani e detenzioni di massa contro i migranti subsahariani in Libia, svelano solo la punta dell’iceberg di un’eliminazione di natura razziale in corso.

Come raccontava la mia amica Susan, medico di Emergency a Siracusa: “ Te ne accorgi subito che hanno subito violenze. Basta guardarli negli occhi: il loro sguardo, triste e perso nel vuoto, è inconfondibile”. Durante l’azione di Medici Senza Frontiere (MSF) di assistenza ai richiedenti asilo e ai migranti in Sicilia nel 2014 e nel 2015, sia agli sbarchi che nei centri di prima accoglienza, oltre l’80% delle persone visitate dalle équipe di MSF ha dichiarato di aver subito abusi e violenze durante il viaggio verso l’Europa e la permanenza in Libia, dove la maggior parte di loro è rimasta bloccata per diversi mesi.

Dai racconti lenti, inaudibili, tra i silenzi, si svela e si riscostruisce il puzzle più vasto del gigantesco genocidio dei migranti in Libia. Picchiati a morte o lasciati morire nelle celle. O costretti all’abisso.

Renzi propone il “Migration Compact” che affida la gestione dei flussi di persone a dittatori, con investimenti nello sviluppo condizionati a “precise obbligazioni” nella cooperazione in materia di sicurezza militaro-poliziesca per “frenare i flussi”. Leggere: a tutti costi. A quei profughi subsahariani che avrebbero diritto d’asilo spettano dunque ancora detenzioni  in lager (il “modello libico” moltiplicato a 7 paesi del Nord Africa), rastrellamenti, e respingimenti, sparizione. L’Agenzia Habeshia riporta che “tra il 16 maggio e il 18 maggio quasi 1000 eritrei sono stati catturati a Khartoum: 380 sono stati rimandati indietro e gli altri sono in attesa per lo stesso trattamento in un centro di detenzione”. E secondo altri fonti di gruppi di diritti umani, rastrellamenti di massa sarebbero in corso in altre città nei paesi di transito in Nord Africa.

La verità della cosiddetta “esternalizzazione delle frontiere” sono i respingimenti, e le torture, per i nuovi desaparecidos, di cui a breve non avremmo più notizie.

Migliaia di profughi sono intrappolati dalle nostre politiche migratorie in Libia. Uccisi, da un lato dai respingimenti, dall’altro dal rischio di morte nel Mediterraneo. L’Europa deve rifiutare la logica di morte del del “Migration Compact”, del processo di Khartoum e di Rabat e degli illegali “hotspot galleggianti”, e “le soluzioni a questa crisi devono rispettare la nostra comune umanità, come esortava, inascoltato, Elhadj Come Sy, segretario generale della Federazione Internazionale della Croce Rossa.

Intanto, circa 250.000 rifugiati e richiedenti asilo sono intrappolati in Libia, e come ricordava l’ONU a ottobre scorso, con un urgente bisogno di protezione internazionale; rischiano di essere eliminati, o di annegare a qualche miglia dalle nostre coste. Quest’estate rischiamo di trovare i loro cadaveri sulle nostre spiagge.

I volti emaciati e denutriti che ho visto sulle panchine, le parole ascoltate, hanno una stretta somiglianza con quelle dei sopravvissuti ad uno sterminio. Alle porte dell’Europa, per via di precise scelte politiche, un annientamento di massa è in corso.

Corridoi umanitari subito.

@Left, 11 giugno 2016, pubblicato in rubrica “Pareri” con titolo “L’Europa rifiuti il Migration Compact”.

 

La Società Psichicamente Malata

novembre 24, 2014 § Lascia un commento

I giornali dominanti sembrano scoprire solo oggi il razzismo, per immediatamente ridurlo a “degrado di periferia”, a “guerra tra poveri” (copertina dell’ultimo numero dell’Espresso), come se le analisi sociologiche fossero sufficienti a spiegare perché una folla da Tor Sapienza a Infernetto aggredisca 24 profughi minorenni. Mentre accadono veri e propri tentati pogrom nelle nostre città, il comodo e stra usato alibi della “crisi” non può più fungere da spiegazione alle derive. Tra i multi fattori, c’è certo la costruzione pluriannuale di una retorica pubblica anti-migranti, l’inadempienza della politica ad affrontare il tema delle migrazioni e dell’asilo (dovuto per leggi internazionali), i centri che isolano dietro i muri e sono micidiali educatori alla differenza, l’analfabetismo e, infine la crescita dell’estrema destra xenofoba in tutta l’Europa.

Ma oggi appare vitale andare più a fondo e interrogarsi sulla ri emergenza di un disumano in forma razziale. Prima di scagliarsi fisicamente contro inermi bambini neri, la folla aveva fatto “sparire” dentro di sé il rapporto al diverso da sé. Annullandoli. Quei aggressori razzisti devono essere analizzati nelle loro patologie mentale individuali, per aver perso la propria identità sana non cosciente ed i loro affetti. Ma sono soprattutto il sintomo di un difetto più generale della cultura stessa, reificata e che produce alienazione schizoide.

Fromm, già nel 1955 denunciava i molti che “rifiutano di ammettere che tutta una società possa essere malsana” (Psicanalisi della società contemporanea, psichicamente ammalata. Con un homo oeconomicus interamente schiacciato su una dimensione materiale, che ha smarrito il rapporto interumano e le proprie dimensioni non-coscienti.

Quella acuta psicosi anti-diversi che serpeggia non solo nelle periferie, è lo shock di ritorno di una intera cultura razionale che da sempre annullando la sanità della non-coscienza e la dialettica con il diverso da sé, riemerge come violento assalto all’identità migrante.

Come scriveva lo psichiatra Massimo Fagioli già su Left del 2008, <em>“Oltre alle ‘interpretazioni’ dei politologi, ho il pensiero che, invisibile, nella paura degli zingari, romeni, omossessuali, immigrati, carcerati, ci sia l’angoscia della parola Irrazionale, di ciò che non è ragione cosciente”.</em>

Lampedusa verdad

luglio 8, 2013 § 2 commenti

Mentre la finzione mediatica sulla visita del papa a Lampedusa va in onda, l’isola à stata ripulita dai migranti e i respingimenti illegali vanno avanti.
Mi assalgono immagini del 19 settembre del 2011, quando migranti sfuggiti al centro di accoglienza appena bruciato trovarono rifugio nello stadio dove si celebra oggi la messa, rinchiusi dietro recinti e poliziotti. Parcheggiati. Prima delle espulsioni illegali collettive.
Invece di corona di fiori, andavano ribadite la protezione del diritto all’asilo, l’applicazione delle convenzioni internazionali ratificate dall’Italia, la legalizzazione degli ingressi sul territorio, la chiusura dei centri di detenzione.

Si “siamo tutti responsabili”, in una “globalizzazione dell’indifferenza”, ma non nel senso del essere “peccatori”, ma di partecipare ad un stile di vita capitalista che infligge distruzione al resto del pianeta. L’unica veritas sarebbe stato di praticare l’alternativa al capitale. Perché i migranti sono solo l’altra faccia di un Occidente predatore, schiavista e neo-colonialista, che oggi ancora schiaccia ogni iniziativa nazionale verso una vera indipendenza da parte degli Stati del Sud, impone ingiuste regole sul commercio mondiale, distrugge a colpi di multinazionali e dumping interi mercati africani, invade di biocarburanti i terreni tradizionalmente coltivati per l’alimentazione, precipita popolazioni rurali verso un esodo massiccio senza nessun cuscinetto sociale: la lista delle “nostre” responsabilità è lunga…

Come diceva il geniale Jaime Semprun, i flussi di profughi che battono alle nostre porte, sono “il rinculo della distruzione inflitta al pianeta”, “ci portano la notizia dello scoppio di una specie di guerra civile mondiale, senza fronti precisi, né terreni di battaglia definiti” (L’abisso si ripopola).

Gli amici di Askavusa riassumono splendidamente: «Nella quinta edizione del LampedusaInFestival si parlerà delle cause che spingono migliaia di persone a lasciare la propria casa. Si parla spesso di immigrazione come un fatto acquisito e inevitabile, noi pensiamo invece che sia un effetto delle politiche estere delle nazioni “occidentali” e di un sistema finanziario internazionale fondato sulla mercificazione dei beni come degli esseri umani. Bisogna distinguere le differenti motivazioni di chi emigra da un paese ad un altro; sono tante e diverse, ma ciò che accomuna chi viaggia dalle zone del sud del mondo a quelle del nord è la limitazione e in molti casi la negazione della libertà di circolazione.”
“Vedendosi limitare la libertà di movimento, i migranti diventano merce per le organizzazioni criminali e da quel momento si avvia un circolo infernale. I barconi spesso si trasformano in bare, i migranti diventano merce per i centri di accoglienza che fanno profitti sulla loro pelle, merci per chi li sfrutta nei campi o nelle fabbriche, merce per i politici che usano l’immagine stereotipata dell’immigrato per i propri fini elettorali.
L’isola dell’accoglienza si chiede se questa sia vera accoglienza, se sia lecito cambiare le regole ogni volta che lo Stato ne ha bisogno: oggi i migranti possono uscire dal centro di via Imbriacola, domani no, dopodomani forse; oggi si fanno i trasferimenti, domani no etc.
L’isola dell’accoglienza si chiede se accoglienza significhi “guadagnarci” in qualche modo.
Vogliamo andare oltre la retorica della Porta d’Europa e chiederci/vi se i motivi che spingono tutte queste persone a scappare dalla propria terra siano forse gli stessi che, nella vecchia Europa, le imprigionano ancora, inducendole in condizioni al limite della schiavitù, e come questa negazione degli elementari diritti coincida sempre di più con la negazione dei diritti di tutti noi cittadini Europei.»

Se non si guarda alle radici della questione migratoria, si rischia di capire poco o niente dei complessi e intrecciati problemi Nord-Sud, non solo economici ma anche culturali: l’imposizione per decenni del nostro modello di vita come unico referente, con la conseguente colonizzazione mentale di un eldorado eretto a forza di tv show, dritto nei loro sogni.
L’Occidente ipocrita si risveglia oggi… Quando l’Europa vorrà, invece di slogan, affrontare l’interconnessione dei problemi e delle responsabilità, facendo un salto coraggioso verso un’economia verde, equosolidale, in decrescita e non distruttiva delle altre economie? L’unica vera e sostenibile “politica migratoria” parte da un nostro proprio cambiamento di sistema, inventando e praticando ogni giorno l’economia nuova per una società diversa.

Loro chiedono l’uguaglianza, non l’assistenza.

Invece di anacronistica fortezza, diventare un mare di fantasia.

Mohamud Mohamed Guled

giugno 16, 2013 § Lascia un commento

Mio diario da Lampedusa

maggio 4, 2013 § Lascia un commento

Il mio diario da Lampedusa, “Se fosse accoglienza la porta sarebbe aperta”, è stato pubblicato sulla rivista letteraria Le reti di Dedalus!
che ringrazio calorosamente per aver ospitato questo scritto a controcorrente, visto la censura che ancora vige sul tema e su quei luoghi di detenzione. E’ stato scritto nell’estate del 2011, durante la cosidetta “emergenza nord-Africa” dall’interno del Centro di soccorso e prima accoglienza.
ps. unico dettaglio, al livello giuridico il centro Imbriacola è un CSPA (non un Cie).

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