Seaburners

luglio 9, 2014 § Lascia un commento

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Respinti ai carnefici. L’asilo violato in “Mare Chiuso”.

marzo 15, 2012 § Lascia un commento

Che fine hanno fatto i migranti respinti verso la Libia? Sono ancora vivi?  Quanti sono spariti nel mare, nelle carceri libiche o ancora rifugiati nei campi tunisini? Per tanti la risposta è ancora sconosciuta, i numeri incerti; ma grazie all’indagine di Andrea Segre e Stefano Liberti, con Mare Chiuso, sono state raccolte le testimonianze dirette di alcuni dei sopravvissuti eritrei che, il 6 maggio 2009, vennero intercettati in acque internazionali e rimandati in Libia. In un anno, tra quel maggio 2009 e il 2010, circa mille migranti subsahariani, molti dei quali avrebbero avuto diritto all’asilo, sono stati indiscriminatamente respinti in mare dall’Italia, in piena violazione di tutte le convenzioni internazionali. Persone scaricate come pacchi, anzi peggio, nemmeno identificate. Riconsegnate nelle mani dei soldati di Gheddafi, cioè dei carnefici da cui scappavano.

Nei video dei telefonini, i canti e la gioia illusa dell’approdo in terra protetta, poi i militari italiani, l’ordine dall’alto, il cambiamento di rotta – direzione Tripoli; le suppliche di donne incinte e uomini inermi dopo giorni di viaggio, la ribellione, di chi sa cosa lo attende se torna indietro. I famigerati campi di detenzione libici Zliten, Tweisha o Khasr El Bashir. Botte, scariche elettriche, stupri e abusi. Torture. Ben risapute dal governo berlusconiano del “Trattato di Amicizia” con la Libia e già magnificamente documentate nella prima opera di Andrea Segre e Dagmawi Ymer “Come un Uomo sulla Terra”, di cui Mare Chiuso, funge da capitolo successivo. Anzi, è il sintomo di un degrado ulteriore, di una colpa maggiore, perché l’allora realtà di violazioni, remota nel deserto, era soprattutto libica: ora è più vicina; la nave è italiana, la responsabilità innegabile. Nostra.

Con questo documentario unico, patrocinato dall’Unhcr e Amnesty Italia, con il sostegno dell’Open Society Foundations, la storia nascosta e rimossa dei respingimenti, diventa immagine tangibile. Volti. Di Semere Kahsay, giovane eritreo: per fare partorire in sicurezza la moglie Tsige, la imbarca verso l’altra sponda, ma lui viene successivamente respinto. Detenuto nei lager libici, poi la guerra e la fuga in Tunisia. Volti. Dei profughi eritrei, etiopi, somali respinti, che oggi ancora “invecchiano” sotto le tende bollenti del campo di Shousha in Tunisia, dove i due documentaristi li hanno rintracciati. Hanno nomi, e ricordi precisi. E poi, custodite ad ogni costo, le prove dei telefonini, dove si profila la grande nave che “schiaccerà” le vite del barcone. Marina militare italiana. Ministero dell’Interno. Ma ci sono anche i volti che non si vedranno mai più, quelli che, dopo essere stati respinti, hanno riprovato ancora la traversata per ricongiungersi ai parenti o sfuggire ancora alla guerra, e sono annegati. A testimoniare per loro, c’è Ermias Berhane, rinchiuso nel Cara di Crotone, uno dei 9 sopravvissuti sui 72 del barcone rimasto in panne a marzo 2011 e sorvolato da un elicottero della Navy, ma abbandonato a morte sicura, a pochi nodi da Lampedusa.

Respingimenti, operati in piena illegalità. Lo dimostra la recente sentenza della Corte europea di Strasburgo, che ha condannato l’Italia all’unanimità per violazione dell’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, per trattamenti degradanti e tortura. Una sentenza che è  “pietra miliare”, come ha dichiarato Amnesty, ottenuta grazie alla tenacia di due avvocati: Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci. Perché questo non accada mai più.

Scappavi dalle dittature e ti ritrovasti nell’ingranaggio di un’altra violenza,  politica, nostrana, culturale. Quella del fantasma di un’“invasione”. Urgente scoprire quale malattia della psiche collettiva ha reso possibile quel disumano.

L’asilo, invece, ha il volto dell’abbraccio indicibile di un padre che incontra per la prima volta la propria figlia che non ha visto nascere; e la promessa mantenuta di un Chupa-Chups. Bisognerà tenerci stretta dentro quella emozione, per continuare a vigilare la politica sull’immigrazione e i suoi angoli ancora troppo bui. Questa drammatica pagina italiana non è chiusa. Comincia solo oggi ad essere svelata e scritta.

@flore murard-yovanovitch, pubblicato su Agenzia Radicale, 15 marzo 2012

Un “Concerto” da non perdere : emozioni a fior di note

marzo 14, 2010 § Lascia un commento

Un gitano sfida con il suo violino la bionda prima violinista di Francia. La seduce con le note, la tuffa nella folle musica nomade e la inebria di virtuosismi. Rivelando allo scetticismo di lei tutta la genialità di una millenaria cultura orale. Senza solfeggio né spartito; tutta suono: da dentro.

La spontaneità dell’anima slava, per dare una mossa e un respiro a una Parigi metafora di un Occidente chiuso nei suoi pregiudizi e impaurito dalle proprie emozioni. In questa scena forse c’è tanto de “Il Concerto” di Radu Mihaileanu, regista rumeno-ebreo dell’indimenticabile “Train de vie”. Esplosivo incontro tra  “civilizzati” e  “barbari dell’Est”, in un concerto improvvisato al Téâtre du Châtelet.

Solo che l’orchestra del Bolshoi che sbarcherà a Parigi non è quella vera, “ufficiale”. Ma quella di trent’anni prima: prima del licenziamento e dell’epurazione comunista. Il fax dell’invito è stato intercettato dall’ex direttore d’orchestra, Andreϊ Filipov, che oggi fa le pulizie nel teatro… Ma che sogna di potere, una sera sola, ridirigere la sua orchestra e sprigionare il Čajkovskij che suona da anni. Dentro. Il Concerto per violino e orchestra.

Con il suo amico violoncellista Sacha, oggi infermiere e Ivan, agente KGB improvvisato impresario, inizia l’impostura: l’improbabile assembramento a due settimane dal vero concerto di un’intera orchestra, con mezzi di fortuna… Stanare strumentisti caduti in miseria diventati tassisti, doppiatori di film porno, camerieri e, peggio, convincere ebrei sopravvissuti… e se manca un violonista, andare ad arruolarlo fra i gitani di strada nei campi rom. L’esilarante “caccia al musicista” attraverso una Mosca post-comunista – tra vodka, mafiosi e traffici di ogni genere – ricorda le migliori epiche balcaniche alla Kusturica: tra cadute d’umore, euforia improvvisa e frenetiche accelerazioni. Ne “Il Concerto” la trama è sostenuta da bravissimi attori russi, vere star nel loro paese (Alexei Guskov, Dmitry Nazarov e Valeri Barinov). Che si esprimono in un arcaico francese, antiquato da morire dalle risate (il film è assolutamente da vedere in lingua originale per non perdersi questa strizzata d’occhio a una intera generazione russa bilingue). Nonché dai famosi attori francesi Miou Miou e François Berleand. In un frenetico ritmo slavo, si mette su un’inverosimile orchestra costituita tutta da sfigati, diversi e dissidenti. Che in un’immagine di barbarica invasione conquisterà le strade della ville lumière… Un ensemble mezzo barbone e mezzo tzigano; colorato, senza scarpe e sempre in ritardo. Ma vitale, vitalissimo. Incanterà Parigi!

Non prima di avere snodato i misteri e i segreti della bella ma freddina, cartesiana, violonista francese (la splendida giovane star Mélanie Laurent, interprete di Bastardi senza gloria di Tarantino). Tra emozioni trattenute, scoperte d’identità, ricordi della dittatura stalinista e dei lager russi, la fiction di Radu Mihaileanu è, infatti, tutta costruita su un vero episodio storico. Brežnev cacciò e licenziò i musicisti ebrei dall’orchestra del Bolshoi, insieme a quei russi, e in particolare un direttore d’orchestra, che si erano ribellati per prendere la lora difesa.

Ma se un leggero anticomunismo fa da sfondo al film è per rilevare quanto tutti i regimi totalitari abbiano in comune il drammatico esito di schiacciare l’identità umana: l’artista che è in ogni essere umano. Senza retorica, la violenza del comunismo si percepisce dalle storie di realizzazione umana spezzate. Il grande direttore d’orchestra ridotto a uomo delle pulizie, che mima senza bacchetta una musica mentale. Sua moglie Irina, costretta a radunare comparse a pagamento alle manifestazioni di ex-comunisti nostalgici ormai disertate. I musicisti che suonano a memoria (e senza strumenti!) frammenti di opere. Storie di artisti e intellettuali messi in ginocchio dai regimi. Che si rialzano per portare avanti un sogno e ritrovare la dignità. “E se l’impostura – come dice Mihaileanu – è per riguadagnarsi l’identità e la dignità, allora non è impostura”. Tutt’un programma…

Questo capolavoro svonvolge così profondamente che è perfino difficile scriverne: mancano le parole. Tanto alterna, ad ogni istante e immagine, pianti e risi, tragedia e ironia, per scavare al cuore delle emozioni umane e musicali. Un’intensità unica che culmina nella magistrale scena del concerto. Ne esci inebriato; come da tutti i lavori di geni che ridisegnano il tuo paesaggio interiore e lasciano un’impronta che risuona a lungo. Fuori dal cinema hai voglia di riascoltare Čajkovskij o di ballare una frenetica e vitale musica migrante. Un’onda di spirito slavo dove tuffarsi senza freni.

@floremy, pubblicato su Terra, 7 febbraio 2010

Come un uomo sulla terra

febbraio 3, 2009 § Lascia un commento

Le mappe d’Africa, non potranno mai raccontare questo viaggio. Disumano. La lenta discesa nello “stato” del non diritto. Un viaggio verso l’Europa che affrontano spesso speranzosi i candidati all’emigrazione, dal Sudan, dall’Etiopia, Eritrea ed altri paesi subsahariani. Si immaginano, si, le mille difficoltà e rischi nell’attraversare il più grande deserto del mondo, ma mai di essere scambiati, “rivenduti” come merce, presi nella trappola di poliziotti libici corrotti e intermediari senza scrupoli. Ci voleva il documentario-denuncia di Dagmawi Yimer e Andrea Segre per svelare le torture e vere e proprie deportazioni in atto sul territorio libico, una frontiera “esternalizzata” della nuova fortezza Europa.

E’ un viaggio di alcuni mesi, ma che avrai a vita stampato sulla pelle. Dentro. Allora ci vuole la testimonianza. E’ quello che hanno deciso Dag, giovane Etiope, e gli altri superstiti del viaggio, “approdati” a Roma alla scuola d’italiano Asinitas Onlus. Dagmawi Yimer (Dag) studiava giurisprudenza a Addis Abeba, quando la repressione politica e il sogno di uno stato di diritto in Europa, l’hanno spinto ad emigrare. E’ approdato a Lampedusa, stremato su un barcone stracolmo nel 2006, dopo mesi di sopraffazioni, multi-arresti, passaggi per vari centri di detenzione. Violenze. Tutte arbitrarie. Superato la propria storia, Dag è diventato regista, per raccogliere la storia degli altri e fare memoria. Necessaria.

E’ un film tutto costruito sulla parola e l’ascolto paziente delle esperienze spesso inaudibili dei coetanei. Tessere i ricordi, è stato infatti solo possibile dall’esperienza condivisa del terribile viaggio e dall’intimità di una lingua in comune. Le storie sono raccontate tra emigrati in prima persona, senza il filtro di uno sguardo esterno. Un dialogo in una cucina, sull’orlo dell’indicibile.
Immagini. Intasamenti di corpi su camions attraverso il deserto tra Sudan e Libia – mortale, per chi, per il troppo affollamento, ne cade – come Tasfae e Yared, e altri donne e uomini abbandonati intere settimane in mezzo al Sahara. La sete. Le ore. Settimane. Immagine quasi surreale delle piste che si perdono nel nulla, profetica, per dire tutto l’ignoto di quest’avventura. Prima del peggio: la chiusura in containers per essere portati più a Sud. Vere e semplice “deportazioni”.
Da “uomo”, diventi “merce”. La cinepresa si attarda in dettaglio su un container vuoto. E all’improviso puzza di paura, di vomito e di piscia che ti fai addosso. Soffochi. E uno dei piani più efficaci del film, per ricordare tutti gli scomparsi, morti di sete, picchiati a morte, torturati, svenuti nel nulla di un carcere libico.
Kufrah. Un nome che fa ancora tremare i rari superstiti. Cinque celle in verticale, il cesso in mezzo. Senza acqua, “nemmeno le bestie potrebbero starci”, oggi si pensa che sono ancora 700 “a marcire lì”. Uomini e donne che di male non hanno fatto niente, solo quello di “emigrare”. Sui muri, gli anni di detenzione, i paesi di provenienza : Ghana, Mali, tutta l’Africa migrante è passata qua. E queste scritte: “se questo è emigrare, è meglio la morte”. Un “centro di custode temporaneo”, dove entri, senza tribunale, e da dove non sai mai, quando uscirai. Se ne esci; paradosso, se hai la “chance” di essere “comprato” da un contrabbandiere sudanese. “Sono stato arrestato 7 volte, incarcerato, rivenduto 5 volte”, racconta John, uno dei testimoni. E aggiunge, ancora incredule, “questo, essere “venduto’, non l’avrei mai immaginato. Perché sono un uomo”. Si tratta infatti di vero e proprio traffico di esseri umani, un business che fiorisce, di 400 dollari a testa per ogni “passaggio”.

Kufrah, è uno dei campi di detenzione finanziato dall’Italia in Libia. Gli ultimi accordi bilateral”, firmati ogni anno prevedevano dalla parte dello stato italiano, formazione delle “guardie nazionale, e “assistenza tecnica” per il controllo delle frontiere: “radar, gommoni, …e 1000 buste per i cadaveri”. Gli stati membri delegano la responsabilità del controllo, in scambio di accordi commerciali (e non indifferente petrolio libico) ai paesi del Maghreb, che non brillano certo per la difesa dei diritti umani. Tutti i mezzi sono permessi.

Quando il documentario si spinge al confronto diretto con i politici, come Frattini, Ministro degli Esteri, o il coordinatore di FRONTEX (l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne), parlano di “flussi”. Mai di uomini. FRONTEX : un budget europeo di 71 millioni di euros, per chiudere un occhio sulle violazione dei diritti dell’uomo, le violazione di tutte le Convenzione Internazionale di cui quella di Ginevra sulle condizione di detenzione in carcere, etc… Omertà politica.

E quando a volta, la parola non può più dire, ci sono gli sguardi, ancora increduli. Immensa dignità, pudore dei testimoni. Gli stupri, si leggono nei volti. Sono senza rabbia : nutriscono un solo sogno: che le violazioni siano denunciate e fermate. Come dice Tighist, giovane etiope di 23 anni, “che nessuno mai più dovesse compiere questo genere di viaggio”.

Tutti noi dovremmo vedere questo film, è una questione morale. Per sconvolgere le nostre coscienze, di essere cittadini italiani.

COME UN UOMO SULLA TERRA
Andrea Segre e Dagmawi Yimer
in collaborazione con Riccardo Biadene
durata: 68’

 

 

 

Martedì 3 febbraio è stato approvato il Trattato Italia-Libia, in base a quello vengano potenziate gli azioni di contrasto dei migranti africani. Abusi, arresti arbitrari, detenzioni senza processo in condizioni degradanti, torture, violenze fisiche e sessuali, deportazioni in pieno deserto. nelle prigione libiche. Tutte le info sul sito: http://comeunuomosullaterra.blogspot.com

L’ ospite inatteso

gennaio 21, 2009 § Lascia un commento

 In Occidente, ci sono pareti invisibili, più invalicabili di una prigione, tra immigrati senza documenti e cittadini. Linee di vite parallele che nella vita reale, raramente s’incrociano. Ma quando lo fanno, tutto può cambiare, essere rigiocato, nuovo. Come nell’amicizia improbabile tra il clandestino siriano, Tareq, e il professore emerito vicino alla pensione, Walter. L’Ospite inatteso filma un lento avvicinarsi al diverso da sé, fino a passare la sottile soglia dove i ruoli si rovesciano o meglio scompaiono, e puoi conoscere l’altro.

 Ma è un’amicizia costruita sulla tensione dell’America post-11 settembre.  Legislazione paranoica e lotta globale al terrore che fa di tutti gli “arabi”, potenziali terroristi. Tareq, clandestino integrato, cade negli meandri dello stato poliziesco, dell’arbitrario puro. Arresti, spostamenti da un centro di “detenzione” ad un altro – se assente, l’immagine di Guantanamo non è mai lontana – fino all’espulsione finale. Nell’aereo ammanettato, sottratto da un giorno all’altro alla tua vita, al tuo amore, ai tuoi amici. E’ New-York, ma potrebbe essere ovunque in fortezza Europa.

Dietro di sé, Tareq lascia un mondo degli affetti trasformati. Con l’amico e il djembé, il professore grigio ritrova gli affetti. I rapporti umani che avevano disertato la sua vita, in apparenza socialmente perfetta ma in realtà congelata, assente. La trama è genialmente paradossale, il professore di economia che pontifica su come la globalizzazione favorisca la crescita dei paesi in via di sviluppo, che si ritrova in casa due immigrati, che vivono all’erta permanente di essere arrestati, i diritti calpestati. Ma intanto vivono in fondo. E così lui ricomincia ad assaporare la vita. Ad uscire dalla gabbia che si era ritagliata.  Alla sua, corrisponde, in modo speculare, la cella essa ben reale del clandestino. Una specie di metafora della condizione migrante oggi.

 Ma di retorico questo film non ha nulla, anzi. Il film di Mac Carthy è tutto girato in mezzi toni, con estremo pudore e discrezione. Più che seguire una sceneggiatura, si tuffa nelle finissime espressioni del protagonista (il grande Richard Jenkins), che riscopre l’amore mai consumato ma intensissimo con Mouna (la splendida Hiam Abbas, magnetica). Il lento fluire di piccoli gesti, il kebab mangiato insieme, le improvvisazioni di percussioni nel parco e i sorrisi che esplodono. Le mani che battono un ritmo, vitale, contro il vetro della cella. Senza accorgersene, il film fa precipitare lentamente nell’intreccio dei sentimenti. Con solo una tenue melanconia, quella della lora libertà soffocata. Un piccolo capolavoro di pudore che conquista passo dopo passo,  di cui si esce stranamente felice e fiducioso. Walter, solo sul banco di una fermata di metro, calpesta di goia-rabbia il suo djembé. Suona la sua umanità ritrovata.

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