Mio diario da Lampedusa

maggio 4, 2013 § Lascia un commento

Il mio diario da Lampedusa, “Se fosse accoglienza la porta sarebbe aperta”, è stato pubblicato sulla rivista letteraria Le reti di Dedalus!
che ringrazio calorosamente per aver ospitato questo scritto a controcorrente, visto la censura che ancora vige sul tema e su quei luoghi di detenzione. E’ stato scritto nell’estate del 2011, durante la cosidetta “emergenza nord-Africa” dall’interno del Centro di soccorso e prima accoglienza.
ps. unico dettaglio, al livello giuridico il centro Imbriacola è un CSPA (non un Cie).

Cie “in nome del popolo italiano”

ottobre 24, 2012 § Lascia un commento


Sbarre, lucchetti, serie di recinti e ancora corridoi recintati. E poi, in alto, il plexiglas, paranoia di una fuga impossibile. E’ il CIE di Ponte Galeria, a qualche fermata di metro sulla linea verso la Fiera di Roma. A due passi da casa nostra. Ci sono detenuti che hanno l’accento romano, perché qua sono vissuti: padri di famiglia sposati, lavoratrici, da più di dieci anni in Italia, ragazzi e ragazze nati in Italia; sarebbe il loro Paese se esistesse il civile ius soli e non l’assurdo “reato di clandestinità”. Invece finiscono dietro le sbarre senza aver commesso alcun reato, per rischiare di passare 18 mesi in attesa di essere espulsi o rilasciati, senza una spiegazione. Persone detenute illegalmente senza altra colpa di cercarsi una vita migliore o di aver perso il lavoro. Basta un semplice foglio smarrito – un permesso di soggiorno scaduto o non rinnovato – per ritrovarsi tolti a famiglia, affetti, progetti e sogni, in un Cie; la tua vita sospesa, derubata. Violata.

La cinepresa di Gabriele Del Grande e Stefano Liberti si avventura tra le sbarre, alla ricerca delle rare voci. Inudibili, sofferte e censurate, di chi è rinchiuso illegalmente, nell’istituzione nascosta. Maltrattato, la sua dignità fatta a pezzi. “E’ la vita da pecore”, come recita una donna immigrata, “pranzo da pecore, luogo da impazzire”. Sei parcheggiato. Come si farebbe di un oggetto. Ingabbiato, ore disteso su materassi luridi senza poter fare niente, per venir poi improvvisamente espulso dopo mesi senza senso. Dietro le sbarre si vede il colore della pelle, è raramente bianca. Perché nei Cie finiscono gli stranieri, i migranti, i neri, i ribelli tunisini, marocchini del Nord Africa, e i richiedenti asilo, vittime di tratta, persino cittadini comunitari come i rumeni…

In nome del popolo italiano (doc, 7’, Italia, 2012) di Del Grande e Liberti – fotografia Enrico Parenti, montaggio Chiara Russo – è il primo di una serie di documentari brevi prodotti da Zalab con il sostegno di Open Society Foundations sulle più gravi emergenze democratiche dell’Italia di oggi. Lo scopo dei mini-doc è raccontare le molte violazioni di diritti fondamentali che attraversano il Paese e raccogliere le testimonianze, fuori dagli schemi, di chi le vive sulla propria pelle. E ce le racconta. E’ vero. Guardate.

Il video si apre sul ritornello giudiziario: “in nome del popolo italiano”. In nome del popolo italiano: quell’assurda e disumana detenzione. Che nome darà la Storia a tutto questo?


									

Cie: «Un luogo adatto per qualsiasi creatura, tranne un essere umano»

febbraio 5, 2012 § Lascia un commento

Si può finire in un CIE essendo stato un giovane oppositore del regime di Ben Ali ed un esponente di rilievo della Primavera araba? Sì, in Italia si può. Basta un complicato misto di burocrazia, sanatoria truffa e  transizione politica in corso al proprio Consolato, tra funzionari e diplomatici ancora imbrigliati tra vecchio regime e nuovo corso. Omar è un giovane tunisino di 27 anni, con la ricevuta della richiesta del permesso di soggiorno in mano, che è stato brutalmente rinchiuso nel Centro di Identificazione e Espulsione di Ponte Galeria per un mese. Eppure di recente era stato incaricato Segretario Generale dell’Istanza Regionale Indipendente per le Elezioni (tunisine) in Italia (Irie), per assicurare elezioni trasparenti alla comunità tunisina residente. Grazie alla mobilitazione diplomatica tra Tunisia e Italia e di attori della società civile, è uscito dal Cie. Ecco la sua storia, raccontata durante il primo corso di un ciclo di approfondimento per giornalisti, “Cie: istruzioni per l’uso”, organizzato dalla campagna LasciateCIEntrare per raccontare cosa vi succede, malgrado la censura ancora in atto.

«“Benvenuto ad Abu Ghraib”. Così mi hanno “accolto” i detenuti del Cie di Ponte Galeria quella notte, quando ho varcato le grate. Mi tornarono in mente le immagini di repressione durante la mia adolescenza di giovane oppositore al regime di Ben Ali. La parola libertà è una parola densa di significato, facile da pronunciare, solo qualche lettera, ma nella vita reale costa. In Tunisia, per essa è stato versato il sangue di 500 ragazzi uccisi in meno di 20 giorni negli scontri. Sono fiero di essere tunisino, un popolo che ha fatto la sua rivoluzione e si è liberato da solo.

«La dittatura la conosco bene, sulla mia pelle. Per tutta la mia infanzia, la mia famiglia è stata perseguitata dagli sbirri del regime di Ben Ali, e persino espulsa dalla nostra città natale, Monastir. Mio padre, da imam, pronunciava discorsi contro il regime, invitando i compaesani a disobbedire; presto in compagnia degli studenti ribelli, ho partecipato a scioperi e manifestazioni dissidenti e sono finito nel mirino delle spie al liceo, e poi delle milizie del regime, tra botte e intimidazioni. Appena ne ho avuta l’occasione, con il visto ottenuto per una gita scolastica, sono fuggito e rimasto in Francia fino al 2006. Poi l’Italia, dove ho fatto tutti i lavori saltuari possibili fino a ricoprire questo incarico di organizzare le prime elezioni libere della Assemblea Costituente. Sono stato nominato direttamente dall’Istanza superiore indipendente per le elezioni tunisine, un massimo onore!

«Ma quel giorno, malgrado fossi ufficialmente in attesa regolare del rilascio definitivo del permesso di soggiorno e in possesso della ricevuta, sono venuti a prelevarmi in albergo e mi hanno portato nel Cie di Ponte Galeria. Sono diventato un numero, con il quale sono stato sempre chiamato durante il mio “soggiorno”. Il proprio nome scompare. Mi sono chiesto: in quale struttura sono rinchiuso? Cos’è questo luogo con uomini appesi alle grate delle gabbie che ti fissano come in uno zoo? Come sono possibili gabbie dove vengono ammucchiate 8 persone l’una sull’altra? Quei posti sono adatti a detenere qualsiasi animale o creatura, ma non un essere umano.

«Quel freddo, il cibo che t’indebolisce più che darti forza, e le prime piogge, in ciabatte. Effetto, quest’ultimo, di una Circolare della Prefettura, per scongiurare rischi di fuga. I controlli permanenti e le botte delle forze di polizia e militari (25 uomini per ogni detenuto), le ripetitive e ossessive perquisizioni con i cani addosso, anche solo per andare a mangiare, e quella cinepresa di video sorveglianza, sulla testa 24 ore su 24. Il faretto sparato in faccia in piena notte. Ammanettato, in pigiama. Solo a ricordare mi viene da piangere. C’è una vera guerra psicologica, lì dentro. Ti vogliono distruggere, farti crollare. Infatti circolano massicce dosi di psicofarmaci, gli “ospiti” vengono imbottiti di gocce e deambulano come zombie. C’è un altro mondo, lì dentro. Tutte le nazionalità e tutte le storie del mondo ci finiscono. Convivevo nella mia cella con tanti stranieri finiti lì per un niente, solo perché gli mancava un documento».

Persone che non hanno commesso nessun reato, ma private della loro libertà, fino a 18 mesi, senza accesso alla legge. Una “accoglienza” che è detenzione amministrativa, risultato della fabbrica della clandestinità prodotta dalle leggi stesse in materia di ingresso, rinnovo del visto, accesso al lavoro… Persone. Parcheggiate. Ridotte a oggetti e a subire violenze permanenti. Questo però, come recita l’art.3 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, si chiama “trattamento inumano e degradante”. Ed è un abuso, una violazione dei diritti umani, passibile di sanzioni. Quando ci sveglieremo, capiremo che, di storie come quella di Omar, i Centri di detenzione per migranti sono piene, in questo confine dello Stato italiano, dove il diritto non è mai arrivato. E richiamano un nostro urgente risveglio etico.

* Omar è un nome di fantasia per tutelare il testimone.

@Agenzia Radicale, 01 02 2012

Lampedusa: l’accoglienza della detenzione

ottobre 13, 2011 § Lascia un commento

Finalmente la parola è detta. I centri di accoglienza italiani sono in realtà prigioni. Ci è voluto il rapporto dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa per svelare la realtà: detenzione al posto dell’accoglienza, repressione al posto della solidarietà. Sono anni che la società civile italiana denuncia le condizioni disumane di quei centri, che siano Centri di identificazione e Espulsione (Cie), Centri per Richiedenti Asilo (Cara) o Centri di soccorso e prima accoglienza (CSPA). Materassi umidi di muffa, gettati a terra, a volte a cielo aperto e nella polvere, “gabbie” dove si affastellano uomini ridotti a corpi, a oggetti. Mai considerati esseri umani. Maltrattamenti e pestaggi quotidiani, perquisizioni che tolgono la dignità. Parossismo di uomini in mutande di fronte a militari in tenuta antisommossa… ricordi di Genova. Solo che questa volta la pelle è nera o olivastra, quella di giovani che fuggono da violenze, povertà, repressione politica, per gettarsi, nudi, in un‘altra forma di violenza. Verso l’impazzimento.  A colpi di insulti, di “maiali”, lanciati a fieri maghrebini che hanno appena fatto crollare intere dittature; il pranzo, a volte gettato a terra, come l’osso ai cani, per provocare le risse, per il divertimento di alcune guardie – quelle che prima o poi si sono “identificate” con il sistema carcere.

Reazioni di autolesionismo, le loro. Il grido soffocato delle braccia tagliuzzate; lamette e lampadine ingoiate. Poter uscire solo un istante, anche se per andare in infermiera. Per un istante avere il diritto raro alle cure, da condizioni igienico-sanitarie pressoché assenti. Sì, sono quei gesti, quelle parole, la “vita” quotidiana dei Cie e dei CSPA italiani. Niente sorriso, niente accoglienza, ma soprattutto niente uguaglianza. Perché l’unico pensiero, che permette a tali luoghi di esistere o di funzionare, la “sottocultura” di quei luoghi, è solo il sottile o manifesto razzismo.

Perché non ci si è mai interrogati, nemmeno a sinistra, sulla palese contraddizione della parola “accogliere”… dietro cancelli chiusi, del ridurre uomini a “pacchi” da catalogare, mettere in fila, trasferire, sballottare, stivare? Perché non ci si è mai chiesti se abbia ancora un minimo di senso nel 21° secolo di gestire l’immigrazione come se fosse un’“emergenza”, a colpi di decreti e protezione civile, come se fosse una calamità naturale, allorché è fenomeno strutturale, destinato a crescere e di fronte al quale, insieme a questi popoli migranti, bisognerà trovare nuove idee, creative. Invece del sistema detenzione-repressione, immaginare un’accoglienza dell’uguaglianza fondata sull’intrinseca uguaglianza psichica tra gli esseri umani.

Dietro quella “gestione” si celano infatti retro pensieri, serpeggia perfino l’idea di “razza”: quelli sono “diversi”; è intrinsecamente nella loro natura “delinquere”; devono quindi essere “gestiti”, “controllati”, “rinchiusi”. Se non fatti scomparire in ignote carceri o su navi galleggianti: distolti dallo sguardo. Perché nei recenti “deliri” lampedusani, che sono solo l’avamposto, il microcosmo del cancro leghista che ammorba il Paese, sembra l’unica cosa che conti davvero: non vederli. Non vedere quei visi. L’“accoglienza”: un’altra ipocrisia per annullare il diverso. Negargli l’identità umana.

Ecco allora che la dichiarazione del Consiglio di Europa dice una verità: che “non deve stupire” la reazione degli immigrati a Lampedusa. Uomini derubati, senza un motivo, della loro libertà e delle loro vite, dei loro sogni, hanno il diritto di ribellarsi. E l’incendio che già echeggia e divampa attraverso altri Cie d’Italia, tra proteste o fughe collettive, è la prova che la politica solo detentiva è un fallimento. Cie sovra militarizzati bruciano, non per la mancata sicurezza come hanno voluto credere e illudersi politici frettolosi, ma per la rabbia, per l’annullamento della speranza. Dietro il filo spinato, uomini ancora liberi dentro si ribellano contro la negazione della loro irriducibile identità umana.

Reazioni di autolesionismo, le loro. Il grido soffocato delle braccia tagliuzzate; lamette e lampadine ingoiate. Poter uscire solo un istante, anche se per andare in infermiera. Per un istante avere il diritto raro alle cure, da condizioni igienico-sanitarie pressoché assenti. Sì, sono quei gesti, quelle parole, la “vita” quotidiana dei Cie e dei CSPA italiani. Niente sorriso, niente accoglienza, ma soprattutto niente uguaglianza. Perché l’unico pensiero, che permette a tali luoghi di esistere o di funzionare, la “sottocultura” di quei luoghi, è solo il sottile o manifesto razzismo.

Perché non ci si è mai interrogati, nemmeno a sinistra, sulla palese contraddizione della parola “accogliere”… dietro cancelli chiusi, del ridurre uomini a “pacchi” da catalogare, mettere in fila, trasferire, sballottare, stivare? Perché non ci si è mai chiesti se abbia ancora un minimo di senso nel 21° secolo di gestire l’immigrazione come se fosse un’“emergenza”, a colpi di decreti e protezione civile, come se fosse una calamità naturale, allorché è fenomeno strutturale, destinato a crescere e di fronte al quale, insieme a questi popoli migranti, bisognerà trovare nuove idee, creative. Invece del sistema detenzione-repressione, immaginare un’accoglienza dell’uguaglianza fondata sull’intrinseca uguaglianza psichica tra gli esseri umani.

Dietro quella “gestione” si celano infatti retro pensieri, serpeggia perfino l’idea di “razza”: quelli sono “diversi”; è intrinsecamente nella loro natura “delinquere”; devono quindi essere “gestiti”, “controllati”, “rinchiusi”. Se non fatti scomparire in ignote carceri o su navi galleggianti: distolti dallo sguardo. Perché nei recenti “deliri” lampedusani, che sono solo l’avamposto, il microcosmo del cancro leghista che ammorba il Paese, sembra l’unica cosa che conti davvero: non vederli. Non vedere quei visi. L’“accoglienza”: un’altra ipocrisia per annullare il diverso. Negargli l’identità umana.

Ecco allora che la dichiarazione del Consiglio di Europa dice una verità: che “non deve stupire” la reazione degli immigrati a Lampedusa. Uomini derubati, senza un motivo, della loro libertà e delle loro vite, dei loro sogni, hanno il diritto di ribellarsi. E l’incendio che già echeggia e divampa attraverso altri Cie d’Italia, tra proteste o fughe collettive, è la prova che la politica solo detentiva è un fallimento. Cie sovra militarizzati bruciano, non per la mancata sicurezza come hanno voluto credere e illudersi politici frettolosi, ma per la rabbia, per l’annullamento della speranza. Dietro il filo spinato, uomini ancora liberi dentro si ribellano contro la negazione della loro irriducibile identità umana.

 

 

 

Cie, i nuovi lager. Firma l’appello No al “carcere” per gli innocenti

luglio 20, 2011 § Lascia un commento

Siamo contrari a che persone innocenti, che scappano dalla povertà alla ricerca di un futuro migliore, siano private della loro libertà e siano trattenute nei centri di identificazione fino a 18 mesi solo perchè colpevoli di essere senza documenti e per dover essere identificati. Tale misura è contenuta nel decreto legge del governo Berlusconi, 23 giugno 2011 n.89 ora all’esame del Parlamento. Tale misura calpesta i valori di proporzionalità, ragionevolezza ed uguaglianza sanciti dalla nostra Costituzione. Per questo ci opponiamo con tutta la nostra determinazione e chiediamo ai cittadini democratici di questo Paese di condividere questa battaglia. Compila il modulo e firma qui per aderire.

FIRMA L’APPELLO    http://www.unita.it/firme/no_al_carcere/

18 mesi nei Cie

giugno 17, 2011 § Lascia un commento

Incarcerare migranti (irregolari) nei Cie per 18 mesi. Parcheggiarli,come si farebbe con un oggetto. Disporre della loro vita e libertà, derubarli dai loro sogni. Disporne a libero piacimento, rinchiudendoli, respingendoli, deportandoli… rimpatriandoli verso le stesse guerre e le torture da cui fuggivano.

Rinchiuderli in questi Cie-gabbie che di tutela e di umano non danno niente. Solo botte, ferite e disperazione. Mente distrutte. Ferite psichiche di cui ancora non conosciamo l’ampiezza: che tipo di patologie mentale, si sviluppano in questi centri, che assomigliano più a Guantanamo che a veri luoghi di tutela?

Inoltre, cosa succede tra quei muri, non sarà nemmeno possibile saperlo, con l’ultima circolare del ministero dell’Interno che vieta l’ingresso dei giornalisti nei Centri di identificazione e espulsione. Mentre le notizie che continuano a trapelare fuori sono sempre più agghiaccianti (leggetevi le ultime inchieste sui Cie sul nuovo sito inchiesta di Repubblica e il sito di Fortress Europe).

Bisogna allora indagare come un’accanita propaganda su “clandestini” uguale “criminali” – la clandestinità come reato – è riuscita ad insinuare, persino radicare, la velenosa idea di due umanità disuguali… Capire come il termine di “clandestini” sia progressivamente venuto a significare quelli che noi (bianchi) europei decidiamo arbitrariamente di “espellere” dal genere umano…. incarcerare per il solo e assurdo motivo che non hanno documenti in tasca (e come potrebbero procurarseli con sbarchi di notte su spiagge ignote?).

Invece, grida di silenzio il Paese. Assente la reazione, a parte la solita chiesa e due associazioni Arci e Cir. Nessuna sinistra che giudichi inaccettabile e da immediato ricorso questa carcerazione senza motivi di altri esseri umani. Indagare come sia ormai radicata l’assuefazione di cui scriveva Magris, di fronte a questo anormale? Come sia stata potente l’effetto normalizzatore dei Cie e respingimenti sulle menti? Come sia assurdamente assente la ribellione? Quanto siamo disumani.

 Raccolgo l’appello di Gabriele del Grande sul suo blog: “Possibile che non riusciamo a formare dei gruppi, città per città, per monitorare cosa succede nei centri di espulsione e per fare pressione sulla pubblica opinione per la loro chiusura? Possibile che il mondo del sociale non riesca a fare altro se non a infilarsi nei ricchi circuiti della gestione della macchina delle espulsioni? Anziché sabotarla dal di dentro e dal di fuori?”

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