Per una deambulanza libera

marzo 27, 2013 § Lascia un commento

Un traffico dominatore ci  ha tolto il diritto a camminare e pedalare liberaMENTE, vagabondando tra pensieri, sognando. Senza temere di venire travolti da una scheggia impazzita che corre  sulla strada del lavoro e che ti vedono, pedone e ciclista, come un ostacolo sulla corsa verso l’orario e la sottomissione volontaria, o di finire schiacciato tra tram bus turistici e non e motorini individualisti. Accelerando, proprio sulle strisce o facendo finta di non vederti. Bisogna riconquistare il diritto al camminare, al pedalare, riconquistare quelle linee bianche che dicono di un possibile passaggio di un istante, (re)invadere le strisce da gruppi di cittadini, che camminano lentamente lentissimamente, gruppi di ciclisti, poeti e e sognatori, per ribellarsi e dire la nostra identità umana, rieducando quegli automobilisti pazzi che seminano l’impossibile stare insieme.

Propongo la deambulanza poetica, come via di riconquista del spazio, che è nostro, della strada, che è nostra, e del diritto inalienabile a camminare pedalare spensierato. Trasognando.

Quanto ci costa in termine di fantasia, di creatività, di comunità, di allegria, di condivisione, quanto ci costa in termine di autonomia e di  crescita dei bambini, non liberi verso la scuola, ma accompagnati in macchine da genitori preoccupati? quanto ci costa in termine di bene comune, quel traffico mortale? Riprendiamoci la strada.

Occupy le strisce!!!!

@Libera Deambulanza

Per un ciclista indiano

giugno 13, 2012 § Lascia un commento

Sei di nuovo finito tra le brevi, ciclista.

eri indiano, bracciante, stagionale,

uno che suda al nero nei campi nostri, per pomodori rossi,

come il tuo sangue, su quella strada stretta senza pista ciclabile,

dove sfrecciano indifferenti automobilisti e camionisti ammalati di inutile velocità,

quella strada si sa è pericolosissima mortale, ma per te, vitale come il pane,

su quella strada, solo poveri sfruttati vanno in bici, come in un vecchio film lotta di classe anni ‘50,

oggi su queste strade pedalano i clandestini,

non fanno consenso elettorale, ci sarebbe pure una legge un Parlamento per la mobilità ciclistica, ma questi vanno lasciati senza tutela, chissenefrega dei clandestini? Uccisi da una retrograde violenta politica,

anaffettiva,

 profitti solo vede gli esseri umani mai

Medioevo Italia,

dove è meglio dopo i campi, fare ancora sudare uomini stanchi con la schiena a pezzi su sgangherate bici

dopo il lavoro barcollano gli indiani

sorpassati a mille da enormi tir che non usano i freni e la mente,

anzi accelerano perché si sa la merce è mobile

veloce deve accumularsi in immensi magazzini di questo supermercato-società,

veloce, incartata, protetta, più dignitosa della tua vita ciclista

Indiano

Ciclista.

mente e pedali

maggio 16, 2012 § Lascia un commento

 

Ieri è successa una cosa bella. A un incontro sul razzismo nei media, sono arrivati “biciclettando” e leggeri, i compagni della bicicletta, di quell’avventura nuova nata con #salvaiciclisti (degli “amici” che vanno in macchina, nessuna traccia…). E rifletto, ma allora i ciclisti non s’interessano solo di bolloni, telai e piste ciclabili? Di sicurezza e di ciclabilità, ma d’immigrati, xenofobia, diversità, paura, media, telegiornali, lampeggianti blu, propaganda, politica, stile di vita, comunità, convivenza, nonviolenza, cambiamento, movimento, rivoluzione, trasformazione… Cittadini aperti su cosa succede nella società, intorno a loro, come se facessero corpo con l’ambiente. Perché quando vai in bici, ti nascono nuove antenne, del corpo, davanti, sul fronte, ti nasce come una seconda pelle sottile, un vedere diverso: senti… e le tue antenne sono frementi in cerca di segnali… Più curiosi e più vigili. Quelli che se un giorno dovesse tornare il neofascismo nazionalistico violento, troveremo, lo sento, dalla parte giusta, anche al costo della propria pelle, sono abituati a giocarsela. Resistenti nuovi in bici. Perché andare in bicicletta, non è solo movimento del corpo, è apertura della mente. Liberazione dai conformismi, dalle abitudini mentali, da tutte le imposizioni del potere e delle gerarchie, libertà. Respiro politico. Su quei ciclisti, dico, ci si può contare. Il giorno della resistenza nuova, so che ci saranno loro, per strada, insieme alle loro biciclette. Mai rassegnati, sempre ribelli, a pedali.

 

#salvaiciclisti: il 28 aprile riguarda tutti!

marzo 27, 2012 § Lascia un commento

Ieri era la Giornata mondiale della Lentezza, dove deambulare trasognati; una lumachina che sorride per logo. Eppure fuori era la stessa città isterica, bloccata, letteralmente paralizzata, dal proprio anacronistico immobilismo. Tutti auto-ingabbiati allo stesso orario trasudati d’odio inutile e di negazione dell’altro, pedone o ciclista: di ogni “ostacolo” sulla corsa verso il lavoro-totem. Strisce violate e macchine fatali addosso.

Un traffico-prigione e omicida talmente terrificante, che è diventato quasi tabù. Eppure parla in realtà profondamente di noi stessi, di una società che fa quotidianamente le proprie vittime, bambini e anziani, sulle strisce. Non li vedete quei comportamenti, ormai fuori controllo, i mili segni di impazzimenti per la città? La nostra agorà è diventata catena veloce di sorrisi impossibili, vaffanculo generalizzato, sfogo di tutte le frustrazioni, prepotenza di narcisi nombrilisti fuori di sé, all’acceleratore facile e indifferente. Un’enorme rimozione inosservata, finché non è nata la campagna #salvaiciclisti.

E’ anche questo l’intento forse più prezioso della campagna per la sicurezza dei ciclisti, nata dal web e diventata disegno di legge: svelare, fare vedere, ripensare, dimostrare l’assurdità di quell’anacronistica situazione e proporre un cambiamento possibile. Basterebbe andare in bicicletta, cambiare mobilità collettiva, costruire una città come rapporto, convivenza, incontro e respiro… La lentezza umana di una città-bambina che rivoluziona i rapporti umani.

Noi il 28 aprile a Roma, ai Fori Imperiali, chiederemo strade sicuri per i ciclisti e utenti deboli della strada e l’impegno concreto dei sindaci per la mobilità ciclistica, ma badate non è capriccio da ciclisti:  riguarda tutti voi. Vostri bambini e amici. Abbiamo bisogno di tutti voi, per strappare la città alla sua corsa suicida verso l’assurdo blocco fisico e mentale. Non è il nostro futuro. Noi siamo movimento, per ridare un sorriso lento e ricordare che un’altra città è possibile. A portata di pedali.

L’antifatalismo dei cittadini a pedali

marzo 2, 2012 § Lascia un commento

Per le strade, sulla rete e grazie al passaparola, corre la rivolta dei ciclisti, ancora invisibile al mainstream, ma che promette di diventare onda. La campagna #salvaiciclisti, che in solo tre settimane è passata dal web al Parlamento, cresce di ora in ora e conquista anche i sostegni dei sindaci. Stanchi di farsi ammazzare (2556 vittime in meno di dieci anni), con l’unica colpa di aver scelto la lentezza per mobilità, i cittadini a pedali chiedono norme di sicurezza diverse, limiti di velocità a 30km/h, piste ciclabili e riconoscimento da parte della politica. Per cambiare strade e teste.

A ben guardare questa piccola ribellione italiana per rivendicare l’inalienabile diritto a pedalare, è il segno di qualcosa di più profondo; la scelta di non subire il diktat della rassegnazione (il ritornello “non cambia niente in questo Paese”), dell’assuefazione alle abitudini e al credo diffuso nell’Italia del 21° secolo, siano normali traffico-paralisi, vita-ingorgo e strada-morte. Una lotta che nasce dal corpo del ciclista, per esigere sicurezza e protezione, potrebbe diventare un dirompente cambiamento del nostro intero ambiente culturale. Tramutare gli odierni rapporti aggressivi sado-masochistici in sorrisi e incontri, rifiutare le mille piccole negazioni del quotidiano verso una società della nonviolenza. Questa alzata di testa dei ciclisti è soprattutto uno sberleffo al fatalismo diffuso, che vorrebbe che mai e poi mai potesse cambiare questo totem suicidio della vita-macchina. E’ il rifiuto radicale di una cultura che ha sempre negato la trasformazione possibile.

Invece l’alternativa esiste. E i ciclisti potrebbero diventarne gli avanguardisti, anzi lo sono già. Perché la bicicletta è strumento tangibile di una piccola rivoluzione. È leggera, no-oil, non ruba spazio, non inquina: è l’antidoto alla crisi del petrolio e alla “crisi” tout-court. Rimette in movimento, riconquista l’aria e il tempo e soprattutto fa riscoprire l’altro: cura le nevrosi cittadine e altre urbane follie.

Lo diceva già nel 1973 Ivan Illich, in un visionario saggio “Elogio della bicicletta” (Bollati Boringhieri) che è esaltante – ma anche terrificante – rileggere a quarant’anni di distanza, senza che nulla sia cambiato, anzi con il dominio sempre più massiccio delle auto sulle nostre vite. In quelle pagine, Illich dimostrava che l’ossessione per più velocità e indipendenza (una macchina per tutti) ci ha resi meno mobili; e, senza l’uso dell’energia cinetica, meno uguali. Insomma, la macchina-alienazione ci costa ogni giorno spreco di “tempo sociale”, meno libertà e meno equità. Ruba spazio alla collettività e lo riduce a corsie e marciapiede; privatizza il bene comune-città e rende ciclisti e “pedoni” degli alieni. I poveri ridotti a giornate in bus e periferie lontane, deprivati della polis. Peggio, aggiungerei: regala la città alla mobilità maschile (del lavoratore frettoloso), relegando quelli che praticano un’altra lentezza – anziani, donne e bambini – in parchi e recinti.

Solo la bicicletta può riaprire la città all’accesso di tutti, scombussolare le mappe della disuguaglianza, ricreare convivialità. Ridare un’immagine femminile alla città. Come flusso, sogno e lentezza libera. E’ in corso una piccola rivoluzione a pedali, tocca a voi saper montare in sella.

@floremy, pubblicato su Agenzia Radicale, 01 marzo 2012

Il diritto a pedalare – diventa disegno di legge

febbraio 17, 2012 § Lascia un commento

La bici-rivoluzione è in cammino. Ma pochi in Italia, fino ad una settimana fa, sembravano accorgersi che è anche pedalando che si potrà uscire dalla crisi. Bisognava aspettare un’iniziativa del Times di Londra e della società civile inglese, per dare eco alle stesse rivendicazioni dei sempre più numerosi ciclisti italiani che, rompendo la logica dell’ingorgo automobilistico, scelgono la lentezza del pedale. Anche a rischio della propria pelle. Ieri il disegno di legge al Senato (elaborato da Francesco Ferrante, Pd) per la tutela di chi utilizza la mobilità ciclistica, avrebbe raccolto la firma di circa 60 onorevoli di tutti gli schieramenti (tranne la Lega).

La campagna inglese “Cities fit for cycling”, che ha raccolto oltre 20.000 adesioni in soli 5 giorni, mirava a sollecitare un’iniziativa politica che affrontasse il tema degli oltre 1.275 ciclisti uccisi sulle strade britanniche negli ultimi dieci anni. In Italia, nello stesso periodo, le vittime su due ruote sono state 2.556, più del doppio di quelle del Regno Unito. Anche per questo, nei siti italiani, gira da giorni un’iniziativa simile, “salviamo i ciclisti”. Ecco alcuni dei punti salienti: i 500 incroci più pericolosi del Paese devono essere dotati di semafori preferenziali per i ciclisti; il 2% del budget delle società di gestione stradale e autostradale dovrà essere destinato alla creazione di piste ciclabili di nuova generazione; 30 km/h deve essere il limite di velocità massima nelle aree residenziali sprovviste di piste ciclabili; infine ogni città dovrà nominare un commissario alla ciclabilità per promuovere le riforme. Sarebbe una rivoluzione. La bicicletta non inquina e va di pari passo con la fine del petrolio. In aggiunta, e a costo zero, permette la riscoperta dell’altro costruendo le basi per quel «nuovo umanesimo» di cui parla l’antropologo Marc Augé. Aiuta a controllare il diabete, regala benessere e serenità. Se usato in massa, l’effetto “pedalata” potrebbe avere colossali conseguenze economiche, ridisegnare le mappe e gli spazi delle nostre città.

Il ciclista urbano oggi non è un neo-hippy nostalgico o un pensionato con l’ossessione della ginnastica, ma un lavoratore moderno che sceglie il flusso libero, un cittadino consapevole capace di risolvere problemi con una semplice pedalata. L’inventore di un nuovo equilibrio, che mette in moto l’esigenza di una società diversa, più lenta e di una convivenza finalmente nonviolenta. La bici non è utopia, è cambiamento concreto in grado di riconciliare una società che odia se stessa. Se approvato, questo disegno di legge potrebbe ridare alla città italiana il volto di una deambulanza possibile, dove si possa davvero pedalare trasognati, senza la certezza di finire sotto le ruote di una macchina.

 

@pubblicato sull’Unità, 17.02.12 ( con il titolo Ciclisti sani e  salvi. La legge è scattata)

La rivoluzione del pedale

febbraio 16, 2012 § Lascia un commento

Perché non organizziamo una CRITICAL MASS gigante e nazionale, un flusso immenso di ciclisti in manifestazione, per chiedere alla politica di riconoscerci!! Di vedere che la bici è l’unica rivoluzione possibile, tangibile e alternativa concreta alla crisi;

per riprenderci le strade, il tempo, lo spazio e il ritmo;

per fare valere il nostro inalienabile diritto a pedalare;

per lasciare il folle traffico omicidio e diventare flusso di energia; per rispondere all’invidia degli automobilisti con la poesia e la nonviolenza;

per trasformare le nostre città in un flusso d’incontri e di sorrisi?

per una città-fantasia!

SIAMO IL CAMBIAMENTO A PEDALI! Nessun ci fermerà.

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