Il sogno di una cosa

aprile 11, 2013 § Lascia un commento

Andrea Fogli. "Aurora Occidentale" op17.1994

Andrea Fogli. “Aurora Occidentale” op17.1994

Forse qualcosa sta davvero cambiando
Forse, davvero, un’umanità diversa sta nascendo
Forse è nata, nascosta ancora al palazzo
Cammina, crea, ride, coltiva, pedala, rifiuta il mors tua vita mea,
esce, a piedi nudi nei parchi
per cercare di reinventare un possibile stare insieme.

Certo, è possibile, rifiutare l’evitabile stato presente, uscire dal supermercato universale (Giovanna Dalla Chiesa), dalla rete che “(…) segue l’uomo come la sua stessa ombra, lo tallona come uno specchio macroscopico (…)”;
uscire dalle grate delle rappresentazioni, proiezioni e altri simulacri, fuori di là, sospendendo la nostra complicità a questa assenza.

Perché, si sà la crisi è in primis dentro di noi,
il lascito di un intera cultura,
la nostra forma mentis, confusi dalle leggi del mercato, dal lancinante ossessivo ritornello fatalista, “non c’è niente da fare”, la dittatura è troppo totale potente schiacciante, il disumano, tutto sommato, accettabile.

“Che fare?” allora, chiede ansiosa e propositiva, la voce alta e chiara di Marilù Eustachio:

“Penso che siamo tutti, sia pure in minima parte, responsabili della crisi che stiamo vivendo”. (…) “Siamo abbandonati a noi stessi e in noi stessi dobbiamo trovare una possibile via d’uscita”.

Solo separandoci, da dentro, dal “Sistema Sistemato”, dal “cannibalico Capitale” (Mimma Pisani), dal diktat interiore della distruttività, che ci rende “Come zombi” (Marco Palladini)
suicidi e sacrificatori del nostro stesso ecosistema verso l’estinzione, potremmo sconfiggere la crisi, che è in noi stessi.

Solo da un nostro rifiuto da dentro, radicale, chiaro, come le parole scandite domenica scorso sui prati di Villa Torlonia;

“il futuro può e deve essere “dentro” di noi, a partire da un modo più coraggioso di avventurarci nel mondo, di interpretare e accogliere e relazioni fra gli esseri umani, come l’alimento dell’unico “commercio” davvero indispensabile, quello fra esseri umani” (Giovanna Della Chiesa) – troveremo la via d’uscita. Perché è, in noi e tra noi, che bisogna rinnovare la mente, spogliarla dalle abitudini e inclinazioni ad una sottile violenza, indifferenza e compiacenza: nella mente, che sta l’alchimia di una possibile trasformazione.

Perché tutta la questione alla fine sta qua. Quale scatto, quale metamorfosi della psiche (collettiva) è necessaria, oggi per uscire dalla nostra “crisi” e dare una ripresa all’arte, alla vita insieme, al futuro? Quale consapevolezza, rinascita, o semplicemente “nascita”, è possibile partorire insieme? E quale domande/risposte ci danno gli artisti, scrittori, autori teatrali, intellettuali, poeti?

“Che fare perché nell’arte, nella cultura, ci siano fenomeni di ripresa secondo una via nuova e non dettata dal mercato? Che fare affinché i pittori, gli intellettuali, riprendano a scambiarsi esperienze e riflessioni con mente rinnovata? Che fare perché ci sia uno scatto, negli artisti, un’apertura, una consapevolezza che li porti ad essere più onesti e più sicuri?» (Marilù Eustachio).

E’ con questa domanda mai cosi urgente e sentita comune, coll’intuizione che “forse davvero qualcosa sta cambiando”, che è nato il bellissimo happening poetico-teatrale, Il sogno di una cosa, ideato e organizzato dall’artista Andrea Fogli, domenica 7 aprile scorso. Le mani-blu-perle, le bellissime tempere e le visioni di paesaggi interiori, – che fanno parte della mostra “Ogni Cosa” che raccoglie le principali serie di lavori dell’artista romano, si possono vedere fino al 21 aprile nel Casino dei Principi di Villa Torlonia e si chiuderà con un spettacolo teatrale.

Tra le foglie degli alberi, spunta un “esercito” pacifico di partigiani
“Noi della resistenza non è che andiamo in strada a sparare/né ci nascondiamo in montagna” (Claudio Damiani) – abitano le nostre città, le nostra strade.

Forse davvero qualcosa sta cambiando. E come nel grido di gioia di Zarathustra, s’incontrano finalmente compagni, non morti, “compagni viventi”.

A piedi nudi nel parco

Per una deambulanza libera

marzo 27, 2013 § Lascia un commento

Un traffico dominatore ci  ha tolto il diritto a camminare e pedalare liberaMENTE, vagabondando tra pensieri, sognando. Senza temere di venire travolti da una scheggia impazzita che corre  sulla strada del lavoro e che ti vedono, pedone e ciclista, come un ostacolo sulla corsa verso l’orario e la sottomissione volontaria, o di finire schiacciato tra tram bus turistici e non e motorini individualisti. Accelerando, proprio sulle strisce o facendo finta di non vederti. Bisogna riconquistare il diritto al camminare, al pedalare, riconquistare quelle linee bianche che dicono di un possibile passaggio di un istante, (re)invadere le strisce da gruppi di cittadini, che camminano lentamente lentissimamente, gruppi di ciclisti, poeti e e sognatori, per ribellarsi e dire la nostra identità umana, rieducando quegli automobilisti pazzi che seminano l’impossibile stare insieme.

Propongo la deambulanza poetica, come via di riconquista del spazio, che è nostro, della strada, che è nostra, e del diritto inalienabile a camminare pedalare spensierato. Trasognando.

Quanto ci costa in termine di fantasia, di creatività, di comunità, di allegria, di condivisione, quanto ci costa in termine di autonomia e di  crescita dei bambini, non liberi verso la scuola, ma accompagnati in macchine da genitori preoccupati? quanto ci costa in termine di bene comune, quel traffico mortale? Riprendiamoci la strada.

Occupy le strisce!!!!

@Libera Deambulanza

mente e pedali

maggio 16, 2012 § Lascia un commento

 

Ieri è successa una cosa bella. A un incontro sul razzismo nei media, sono arrivati “biciclettando” e leggeri, i compagni della bicicletta, di quell’avventura nuova nata con #salvaiciclisti (degli “amici” che vanno in macchina, nessuna traccia…). E rifletto, ma allora i ciclisti non s’interessano solo di bolloni, telai e piste ciclabili? Di sicurezza e di ciclabilità, ma d’immigrati, xenofobia, diversità, paura, media, telegiornali, lampeggianti blu, propaganda, politica, stile di vita, comunità, convivenza, nonviolenza, cambiamento, movimento, rivoluzione, trasformazione… Cittadini aperti su cosa succede nella società, intorno a loro, come se facessero corpo con l’ambiente. Perché quando vai in bici, ti nascono nuove antenne, del corpo, davanti, sul fronte, ti nasce come una seconda pelle sottile, un vedere diverso: senti… e le tue antenne sono frementi in cerca di segnali… Più curiosi e più vigili. Quelli che se un giorno dovesse tornare il neofascismo nazionalistico violento, troveremo, lo sento, dalla parte giusta, anche al costo della propria pelle, sono abituati a giocarsela. Resistenti nuovi in bici. Perché andare in bicicletta, non è solo movimento del corpo, è apertura della mente. Liberazione dai conformismi, dalle abitudini mentali, da tutte le imposizioni del potere e delle gerarchie, libertà. Respiro politico. Su quei ciclisti, dico, ci si può contare. Il giorno della resistenza nuova, so che ci saranno loro, per strada, insieme alle loro biciclette. Mai rassegnati, sempre ribelli, a pedali.

 

L’antifatalismo dei cittadini a pedali

marzo 2, 2012 § Lascia un commento

Per le strade, sulla rete e grazie al passaparola, corre la rivolta dei ciclisti, ancora invisibile al mainstream, ma che promette di diventare onda. La campagna #salvaiciclisti, che in solo tre settimane è passata dal web al Parlamento, cresce di ora in ora e conquista anche i sostegni dei sindaci. Stanchi di farsi ammazzare (2556 vittime in meno di dieci anni), con l’unica colpa di aver scelto la lentezza per mobilità, i cittadini a pedali chiedono norme di sicurezza diverse, limiti di velocità a 30km/h, piste ciclabili e riconoscimento da parte della politica. Per cambiare strade e teste.

A ben guardare questa piccola ribellione italiana per rivendicare l’inalienabile diritto a pedalare, è il segno di qualcosa di più profondo; la scelta di non subire il diktat della rassegnazione (il ritornello “non cambia niente in questo Paese”), dell’assuefazione alle abitudini e al credo diffuso nell’Italia del 21° secolo, siano normali traffico-paralisi, vita-ingorgo e strada-morte. Una lotta che nasce dal corpo del ciclista, per esigere sicurezza e protezione, potrebbe diventare un dirompente cambiamento del nostro intero ambiente culturale. Tramutare gli odierni rapporti aggressivi sado-masochistici in sorrisi e incontri, rifiutare le mille piccole negazioni del quotidiano verso una società della nonviolenza. Questa alzata di testa dei ciclisti è soprattutto uno sberleffo al fatalismo diffuso, che vorrebbe che mai e poi mai potesse cambiare questo totem suicidio della vita-macchina. E’ il rifiuto radicale di una cultura che ha sempre negato la trasformazione possibile.

Invece l’alternativa esiste. E i ciclisti potrebbero diventarne gli avanguardisti, anzi lo sono già. Perché la bicicletta è strumento tangibile di una piccola rivoluzione. È leggera, no-oil, non ruba spazio, non inquina: è l’antidoto alla crisi del petrolio e alla “crisi” tout-court. Rimette in movimento, riconquista l’aria e il tempo e soprattutto fa riscoprire l’altro: cura le nevrosi cittadine e altre urbane follie.

Lo diceva già nel 1973 Ivan Illich, in un visionario saggio “Elogio della bicicletta” (Bollati Boringhieri) che è esaltante – ma anche terrificante – rileggere a quarant’anni di distanza, senza che nulla sia cambiato, anzi con il dominio sempre più massiccio delle auto sulle nostre vite. In quelle pagine, Illich dimostrava che l’ossessione per più velocità e indipendenza (una macchina per tutti) ci ha resi meno mobili; e, senza l’uso dell’energia cinetica, meno uguali. Insomma, la macchina-alienazione ci costa ogni giorno spreco di “tempo sociale”, meno libertà e meno equità. Ruba spazio alla collettività e lo riduce a corsie e marciapiede; privatizza il bene comune-città e rende ciclisti e “pedoni” degli alieni. I poveri ridotti a giornate in bus e periferie lontane, deprivati della polis. Peggio, aggiungerei: regala la città alla mobilità maschile (del lavoratore frettoloso), relegando quelli che praticano un’altra lentezza – anziani, donne e bambini – in parchi e recinti.

Solo la bicicletta può riaprire la città all’accesso di tutti, scombussolare le mappe della disuguaglianza, ricreare convivialità. Ridare un’immagine femminile alla città. Come flusso, sogno e lentezza libera. E’ in corso una piccola rivoluzione a pedali, tocca a voi saper montare in sella.

@floremy, pubblicato su Agenzia Radicale, 01 marzo 2012

Bicicletta e fantasia

novembre 10, 2010 § 1 Commento

Una macchina che ti travolge, in bicicletta. Quanti morti ci vorranno per fare emergere alla coscienza collettiva questo traffico-killer? Di pedoni e ciclisti soprattutto, quelli che scelgono la lentezza, la vitalità e la leggerezza e attraversano la città come elfi. La bici, mai come oggi, è l’unico mezzo sostenibile, rifiuto della “coazione masochista a ripetere” l’istinto di morte:  persone auto-ingabbiate, traffico-sfogo di tutte le frustrazioni, prepotenza di narcisi nombrilisti pronti all’acceleratore. La nostra strada, la nostra unica agorà…

Non muori, però come lo vorrebbe la cultura antica, per “destino”o per “fatalità”, solo per i buchi o i sampietrini (anche se vere strade sarebbero urgente). Muori perché bolidi disumani ti vengono addosso, in modo sempre più veloce purché risparmiare un minuto sull’orario del lavoro “sacro”. Premono l’acceleratore, persino sulle strisce. Come se “non ci fossi”. Non sono “cieci”, ma “non ti vedono”. Annullamento criminale. Muori per la malattia altrui (a volta sotto gli occhi stessi della polizia), nel silenzio di tutti; come se una strada omicida fosse una specie di accettata “normalità”. Eppure nel corso degli ultimi anni, statistiche e studi dell’Istat sulla sicurezza stradale dicono della gravità della strage e del drammatico aumento degli incidenti causati da pirati.

Ha infatti ancora senso nel 21e secolo (sic!), con tutte le tecnologie e invenzioni in materia di mobilità creativa che caratterizzono altre capitale europee, subire quell’anacronista violenza? Facciamo un urgente salto di pensiero! Pensiamo la città come bene comune, come “rapporto”, inventiamo una città-bambina, una città-fantasia, una città-incontro, una città-respiro… Rispolveri la tua bici, vagabonda e poetica, che permette riscoperta dell’altro e nuove relazioni umane, (come scriveva l’antropologoMarc Augé nel un recente saggio sulla bicicletta). Un colpo di pedale per strappare la città a quest’assurda paralisi, mentale. La bici è fantasia!

Biciviltà

maggio 30, 2010 § Lascia un commento

ieri nella Critical Mass, un ciclista aveva inventato questa bell’espressione, visionaria. La civiltà delle bici: quelli che pedalano lenti, tra sorrisi e incontri, aperti, elfi diversi di una città in trasformazione. Possibile, in atto. Siamo sempre più numerosi. Il passaparola della rivoluzione del pedale funziona, un fiumo di bici ha invaso al Nomentana e poi la Tangenziale, che dovrebbe diventare immediata pista ciclabile. Attraverso la città, naso all’insù, felici e lenti, insieme. Un bambino di appena 3 anni in bici. Infinita tenerezza. senso che costruiamo il presente possibile. A bicicletta. ..

Città bambina

aprile 4, 2010 § Lascia un commento

 Ogni mattina, nel traffico folle e saturato, uno si chiede perché? Perché subire, nel 21 secolo, l’assurdo, lo stupido, l’anacronistico. La città isterizzata al limite della propria follia che trasuda d’odio inutile. C’è la bicicletta! Perchè non pensare la città come flusso, mobilità lenta da attraversare più che conquistare? La città come spazio comune, incontri, ri-convivenza?
Riprendere la bici, vagabonda e poetica, permette nuove relazioni umane, riscoperta dell’altro (come scriveva l’antropologo Marc Augé in un recente saggio sulla bicicletta). Ripedalando possiamo cambiare il volto, il senso, il ritmo della città, e strapparla al suo destino di  assurda deriva. La bici è rivoluzione urbanistica e umana.
Perchè non immaginare una città-bambina, una città-respiro, incontro, rapporto? Dai! dai un colpo di pedale! Fai un salto di fantasia!

Dove sono?

Stai esplorando gli archivi per la categoria aria su FLOREMY.