Migranti subsahariani in Libia: l’eliminazione razziale

giugno 11, 2016 § Lascia un commento

Quei volti emaciati, denutriti, dei profughi che giungono, dalla Libia sulle coste siciliane, mi ricordano altri volti. Quei volti delle foto d’archivio della seconda guerra mondiale.

Raccontano oggi, tutti, di essere stati aggrediti, picchiati giorno e notte. I segni sui corpi non mentono, sono segni di percosse, ustioni, ferite da armi da fuoco. Raccontano di compagni detenuti nei campi di detenzione, nelle carceri libiche o nei campi prima della partenza, che si ammalano, e poi scompaiono o vengono sparati quando provano a fuggire (Habeshia riporta il caso di 5 eritrei spariti e tanti feriti durante un tentativo di fuga dalla prigione di Al Nasrm, nei pressi di Zawia, ad Aprile scorso). I racconti svelano questo lento eliminarli, dagli stenti – niente acqua, negazione delle cure, niente medicinali e sovraffollamento di corpi incastrati gli uni sugli altri. O ancora si riscontrano fratture agli arti inferiori, per quelli gettati dai piani alti dei palazzi che costruiscono coattamente, quando si ribellano alle bande che gestiscono il lavoro forzato. Per non menzionare gli stupri sistematici sulle donne subsahariane ridotte in schiavitù sessuale.

E’ la nuda vita del migrante nero in Libia, cacciato, sequestrato, venduto, abusato, picchiato, offerto al razzismo, gettato nel vuoto. Demba, gambiano, (uno delle decine voci e testimonianze che ho raccolto nei porti siciliani nell’autunno scorso, e alcune andate in onda a Radio3):  “I Libici odiano i neri. Se stai in Libia vedrai tante persone sequestrate in campi, ti sequestrano in luoghi chiusi, in campi che non sono carceri; è un vero business, se tu paghi ti liberano, se non paghi non ti liberano. In prigione, ti picchiano fino alla morte. Io ho visto un ragazzo picchiato fino alla morte. I libici non pensano che sei un essere umano. Ti picchiano fino al tuo ultimo respiro. In Libia, io ho visto tutti questi abusi”. Quelle storie ascoltate, di sequestri, traffici umani e detenzioni di massa contro i migranti subsahariani in Libia, svelano solo la punta dell’iceberg di un’eliminazione di natura razziale in corso.

Come raccontava la mia amica Susan, medico di Emergency a Siracusa: “ Te ne accorgi subito che hanno subito violenze. Basta guardarli negli occhi: il loro sguardo, triste e perso nel vuoto, è inconfondibile”. Durante l’azione di Medici Senza Frontiere (MSF) di assistenza ai richiedenti asilo e ai migranti in Sicilia nel 2014 e nel 2015, sia agli sbarchi che nei centri di prima accoglienza, oltre l’80% delle persone visitate dalle équipe di MSF ha dichiarato di aver subito abusi e violenze durante il viaggio verso l’Europa e la permanenza in Libia, dove la maggior parte di loro è rimasta bloccata per diversi mesi.

Dai racconti lenti, inaudibili, tra i silenzi, si svela e si riscostruisce il puzzle più vasto del gigantesco genocidio dei migranti in Libia. Picchiati a morte o lasciati morire nelle celle. O costretti all’abisso.

Renzi propone il “Migration Compact” che affida la gestione dei flussi di persone a dittatori, con investimenti nello sviluppo condizionati a “precise obbligazioni” nella cooperazione in materia di sicurezza militaro-poliziesca per “frenare i flussi”. Leggere: a tutti costi. A quei profughi subsahariani che avrebbero diritto d’asilo spettano dunque ancora detenzioni  in lager (il “modello libico” moltiplicato a 7 paesi del Nord Africa), rastrellamenti, e respingimenti, sparizione. L’Agenzia Habeshia riporta che “tra il 16 maggio e il 18 maggio quasi 1000 eritrei sono stati catturati a Khartoum: 380 sono stati rimandati indietro e gli altri sono in attesa per lo stesso trattamento in un centro di detenzione”. E secondo altri fonti di gruppi di diritti umani, rastrellamenti di massa sarebbero in corso in altre città nei paesi di transito in Nord Africa.

La verità della cosiddetta “esternalizzazione delle frontiere” sono i respingimenti, e le torture, per i nuovi desaparecidos, di cui a breve non avremmo più notizie.

Migliaia di profughi sono intrappolati dalle nostre politiche migratorie in Libia. Uccisi, da un lato dai respingimenti, dall’altro dal rischio di morte nel Mediterraneo. L’Europa deve rifiutare la logica di morte del del “Migration Compact”, del processo di Khartoum e di Rabat e degli illegali “hotspot galleggianti”, e “le soluzioni a questa crisi devono rispettare la nostra comune umanità, come esortava, inascoltato, Elhadj Come Sy, segretario generale della Federazione Internazionale della Croce Rossa.

Intanto, circa 250.000 rifugiati e richiedenti asilo sono intrappolati in Libia, e come ricordava l’ONU a ottobre scorso, con un urgente bisogno di protezione internazionale; rischiano di essere eliminati, o di annegare a qualche miglia dalle nostre coste. Quest’estate rischiamo di trovare i loro cadaveri sulle nostre spiagge.

I volti emaciati e denutriti che ho visto sulle panchine, le parole ascoltate, hanno una stretta somiglianza con quelle dei sopravvissuti ad uno sterminio. Alle porte dell’Europa, per via di precise scelte politiche, un annientamento di massa è in corso.

Corridoi umanitari subito.

@Left, 11 giugno 2016, pubblicato in rubrica “Pareri” con titolo “L’Europa rifiuti il Migration Compact”.

 

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