Derive razzista

luglio 20, 2015 § Lascia un commento

Quinto di Treviso, Casale San Nicola di Roma, Cagliari: le violenze e gli attacchi frontali, istigati dall’estrema destra, contro i migranti si moltiplicano. Fuochi dello stesso rogo. Acceso anni fa dalla politica che ha gestito la questione migratoria come problema di sicurezza, con un linguaggio malato. La violenza razziale, sale, è sotto gli occhi di tutti. Rari però sono quelli a voler davvero agire, nella paralisi cieca tipica dei periodi prefascisti. Prima del disastro.

Nessuno si chiede, oltre alla facile e remissiva analisi di una “guerra tra poveri”, quale tipo di psicopatologia sia in atto nel paese, e più  in generale  nel continente europeo, né quale sarebbe la cura, se ancora abbiamo tempo.

I prodromi dell’odierna esplosione di violenza razziale sarebbero infatti da andare a ricercare in anni di politica del “campo”; di detenzione dei migranti nel perimetro di massima sicurezza (Cie) o in luoghi a parte (Cara), recintati, allontanati, periferici, specifici, distinti. Questa segregazione è purtroppo “riuscita” nella sua missione di criminalizzare il migrante, emarginarlo, espellerlo dalla quotidianità. Di fatto, la recinzione produce un’insuperabile alterità, la lenta convinzione che questa distinzione tra autoctoni e detenuti sia naturale, nelle cose, legittima. I Cie, i Cara, i cosiddetti centri di accoglienza sono micidiali educatori al razzismo, hanno già sprigionato i loro effetti nefasti e duraturi: fare prendere corpo, nel linguaggio e nell’opinione, identità cariche d’intolleranza. Quelle che esplodono oggi.

Inoltre, anni di politica migratoria come sicurezza, imbastita a colpi di decreti e circolari – lo stato di eccezione per i “neri” – ha prestabilito un trattamento normativo diseguale, confermando nel gruppo maggioritario dei “gentili” bianchi, la superiorità di un “noi”. Nell’avere fatto della irregolarità un reato e poi di profughi mere categorie, cifre, non-persone, pacchi postali da trasferire, rimuovere, gestire, si è prodotta una grave reificazione dell’altro, prima fase del razzismo di massa, come analizzava Josef Gabel in “La falsa coscienza”. E già,  anni di Bossi-Fini, di clandestinità diventata “reato”, sinonimo di pericolosità e di criminalità, come analizza lucidamente Clelia Bartoli nel suo importante “Razzisti per legge”, aveva radicalizzato nelle menti la differenza quasi fosse «per natura», e fatto dei “clandestini”  una sorta di «neo-razza».

Il campo produce razzismo e intolleranza, il campo è il primo passo dei pogrom. Lì allora tutto è possibile. Anni che attivisti, le Cronache di razzismo ordinario e altri allertano la politica dei rischi della loro cecità. Gli stessi esponenti del PD che oggi sembrano così sorpresi, sono quelli che anni fa istituivano i primi CPT, non hanno chiuso i Cie né i centri di accoglienza, né tentato almeno un’alternativa.

Oggi i segnali sono purtroppo senza limiti, della deriva razzista che non arginata rischia di diventare fuori controllo.  La miccia accesa su tutta la penisola da nord a sud (bruttissima la notizia che persino alcuni sardi, noti per la loro geniale, sconfinata infinita, a volte eccessiva, ospitalità, abbiano avuto reazioni di ostilità e rigetto. Bruttissimo segnale. Un caposaldo dell’Italia si sgretola e lascia immaginare il peggio).

Il rogo. L’orrido spettacolo del rogo dato ai mobili di 19 profughi a Quinto. E’ il buio che ci aspetta. Sembrava con sgomento e orrore di rivedere i vecchi video degli autodafé e raid dei nazisti prima della loro conquista del potere, una notte di Cristallo. Perché quel rogo, avvertiamo, era un tentato pogrom. Non una protesta. I  cronisti sbagliano a usare la parola “protesta di cittadini”, mentre si tratta di gruppi che condividono l’ideologia che il migrante è da espellere perché migrante, nocivo perché migrante, inferiore perché accolto, e istigati dalle ben note Casa Pound e Lega. Si tratta di violenza razziale,  e bisognerebbe usare la terminologia giusta se si vuole combatterla, oppure si è d’accordo a lasciarla diffondere. Intanto il Fascismo della Frontiera, nato sui muri dei campi che costellano l’Europa, sta diventando Fascismo tout court.

In quest’estate 2015, che chiudendo gli occhi, sembra davvero essere ad un punto di svolta storica, qualche metro verso l’abisso culturale tanto descritto da Ernesto de Martino.

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