Stragi migranti, silenzio. media di guerra

luglio 18, 2015 § 1 Commento


Il 14 luglio, il mare libico ha restituito almeno un centinaio di morti sulle spiagge di Tajoura
, una località situata circa 10 chilometri a est di Tripoli. Molte le donne e i bambini. Le autorità libiche non hanno confermato il numero esatto delle vittime, né specificato la loro nazionalità o provenienza. Ma, stando alle prime ricostruzioni, grazie al sito Migrant Report (basato a Malta), è la più grande strage di migranti dopo quella del 18 aprile scorso nella quale hanno perso la vita circa 850 persone. Eppure nessun telegiornale, nemmeno la Rai (tranne Rai News 24), nessun giornale a grande tiratura (tranne il quotidiano cattolico Avvenire), riporta la notizia. Un silenzio profondo come la fossa comune che è ormai diventato il Mediterraneo. E che tutti, persino i giornalisti, hanno accettato.

Il 10 luglio scorso, era già avvenuto un altro naufragio sulle coste libiche. I cadaveri di 12 migranti, tra cui due donne incinte, sono stati recuperati dalla nave Dattilo e da altri mezzi della guardia costiera italiana, intervenuti a 40 miglia a nord delle coste libiche. I migranti erano a bordo di un gommone semiaffondato, sul quale c’erano altre 106 persone, che sono state tratte in salvo e portate a Palermo.

Il 9 luglio, sulle coste tunisine, all’altezza del porto di EL-Ketef, un’altra strage, passata sotto silenzio nei media italiani: 10 i cadaveri recuperati inizialmente dalla Guardia Costiera tunisina, ma le vittime potrebbero essere molto più numerose, come suggerisce l’agenzia AGI : “Una ventina di altri corpi sono stati avvistati nella zona, dov’è affondata un’imbarcazione salpata dalle coste libiche e diretta verso l’Italia“. La notizia dell’avvistamento di questi altri 20 corpi senza vita è stata confermata da media e agenzie tunisine, prospettando una ennesima strage ignota con almeno 30 vittime, solo tenendo conto delle salme recuperate o avvistate e non anche dei presumibili dispersi.

Non solo: il 5 luglio nei pressi di El-Bibane, nel Sud della Tunisia, a breve distanza dal confine con la Libia, sono stati trovati in mare cinque cadaveri, indice di un altro naufragio con non si sa esattamente quante vittime.

Quella di Tajoura, quindi, è la quarta strage in meno di dieci giorni. Una settimana che passerà per la più tragica dallo scorso aprile: in sette giorni almeno 150 morti accertati. Sotto certi aspetti, anzi, è la strage peggiore, perché censurata. Rimossa, primo esempio di stampa embedded in tempi di guerra.
Cosa succede davvero sulle coste libiche? I giornali scrivono, ripetono senza sosta, a 40/60 mila “al largo delle coste libiche”. Un misterioso, fumoso, equivoco “al largo”, senza preoccuparsi di individuare il punto preciso e trascurando qualsiasi vera informazione sulla dinamica e le circostanze del “naufragio”. Rovesciamenti, respingimenti, speronamenti, bombardamenti? Sono domande che restano senza risposta. Emerge invece ormai quasi la certezza, più che il sospetto, del coinvolgimento, nel tentativo di blocco dei gommoni in fuga, delle guardie costiere libica e tunisina, finanziate e addestrate negli scorsi anni anche dallo Stato italiano.

Tragedie e respingimenti, ormai quotidiani, ma taciuti sulle coste libiche: un “buco nero” dove sprofonda il diritto all’informazione. Censura di Stato. Solo siti indipendenti di attivisti e giornalisti freelance del Maghreb, ancora umani, danno la notizia e cercano di approfondirla il più possibile. Dove sono i giornalisti italiani, le indagini, le inchieste, i testimoni, le sentinelle? Stampa imbavagliata. Dalle rivelazioni di Wikileaks, il 26 maggio scorso, sui due protocolli riservati della Ue, eravamo avvisati. Per la stampa mainstream, non si deve sapere dei morti. Vittime collaterali dell’operazione EuNavForMed ormai in corso. Al posto dei mezzi navali europei adesso intervengono quasi esclusivamente la Guardia costiera italiana ed i battelli privati di MOAS e di Medici senza frontiere. Centinaia di cadaveri di migranti rimangono in mare. Vittime collaterali della guerra agli scafisti che in realtà si rivolge, anche prima che vengano salvate, contro barconi carichi di persone. Ma c’è anche ci su quelle imbarcazioni spara.

Ad aprire il fuoco su imbarcazioni cariche di migranti, sono mezzi della guardia costiera che le diverse milizie libiche utilizzano per controllare il litorale e lo specchio di mare delle zone in loro potere. Nei giorni scorsi (il 10 luglio) una “motovedetta libica”, al momento della partenza dalla costa, ha fatto fuoco su un gommone con 52 migranti (poi soccorsi in mare dalla Marina italiana e accolti a Pozzallo). Era successo già il mese scorso. Ma delle indagini non si è saputo più nulla.

Ormai non si fa alcuna inchiesta o approfondimento. Anzi, non si tiene più neanche il conto dei morti e dei dispersi. Come se – vale la pena ripeterlo – la fossa comune-Mediterraneo fosse diventata normalità accettata da tutti, in questa fase storica dell’Europa, pervicacemente ostile ad aprire corridoi umanitari e a rilasciare visti legali di immigrazione per profughi, richiedenti asilo, migranti. Come se non si trattasse di esseri umani.

A denunciare, a rivelare cosa sta accadendo davvero, sono finora soltanto i cadaveri che riaffiorano. Restituiti dal mare. Spiaggiati. Quanti altri, forse centinaia, migliaia di dispersi, annegati, scomparsi, sono quelli di cui non si saprà mai nulla? Nemmeno i nomi. Desaparecidos.

Noi sappiamo, però, che è in corso una vera guerra de facto, censurata, contro i migranti. La strategia del Comitato Militare dell’Ue è quella di bloccare i migranti ad ogni costo, bombardare per “frenare il flusso”. I colpevoli li giudicherà la Storia. Ma non basta: occorre ottenere giustizia subito, per porre fine a tutto questo. Un passo decisivo potrà venire dal Tribunale Permanente dei Popoli, che aprirà una sessione per giudicare i crimini contro l’umanità nel Mediterraneo.

@Flore Murard-Yovanovitch, 18 luglio 2015

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