Linea di faglia

febbraio 16, 2015 § Lascia un commento

Queste non sono tragedie del mare. I migranti sono le vittime della trincea Mediterraneo, del nuovo fronte bellico aperto tra Isis e Occidente. Loro vengono schiacciati tra due fronti, alle spalle guerre e centri di detenzioni, davanti a loro i muri dell’Ue.

La Libia si sta svuotando nel mare. L’Africa in fuga si abissa nella faglia aperta della cecità. Alla velocità di un’ecatombe. Sarà ecatombe. Di centinaia di persone se non riusciamo ad aprire immediati corridoi umanitari e ad andargli a salvare. La fosse comune si abissa.

Ecatombe

Regressione mondiale

febbraio 12, 2015 § Lascia un commento

Le parole sono state svuotate, sventrate. Nessun commento, nessun pianto, nessuna sentenza sembra poter ridare una coscienza all’Europa. La fosse comune sotto casa nostra, è ormai talmente profonda ed evidente che nessun la vuole vedere, né arginare. Le vittime – profughi annegati -, non sono solo i 350 di ieri, i 600 del 3 e 11 ottobre scorso a Lampedusa, ma anche le decine di migliaia di dispersi invisibili, non contati (secondo l’Unhcr sarebbero 3500 nel solo 2014); fatti annegare e che annegheranno ancora in quella faglia tra Africa e Europa, non di mare ma di politica.

Fatti sparire. Non da comodi “trafficanti di morte”, come media e Alfano & Co raccontano, ma da lucide scelte di burocrati e politici malati di mente: con la sospensione di Mare Nostrum e il ritiro delle navi di salvataggio, si è decisa l’omissione di soccorso a tavolino. Quei crimini contro l’umanità hanno responsabilità e nomi precisi che la Storia e il Tribunale Permanente dei Popoli stanno già indagando.

Su questo nuovo fronte bellico, le vittime sono profughi che avrebbero diritto alla protezione internazionale. Siriani, Eritrei che fuggono dalle bombe e dai lager libici, uccisi due volte. Interi territori che abbiamo contribuito a dilaniare si stanno svuotando nel mare. Come sangue. Centinaia di barconi sono schiacciati tra due fronti, trincee dietro di loro di fronte i respingimenti dell’Ue; per non menzionare nostri interventi fautori di disastri (aver destituito Gheddafi unico argine ai clan jihadisti in Libia,  aver lasciato accadere la distruzione totale della Siria e l’esodo di un intero popolo, ecc…).

Bisogna allora indagare l’epocale regressione collettiva, quella pulsione a non vedere, la complicità di fronte ad una sparizione di massa, che ci precipita pure noi in questa voragine di civiltà. Come spiegarla? Quale psicopatologia, quale malattia della psiche europea, ha potuto accelerarsi a tale punto di farci trovare di nuovo di fronte all’incubo? Bimbi sulle panchine di scuole, lo credevamo passato, circoscritto a quel periodo storico che non si sarebbe mai potuto ripresentarsi, che non si poteva non si doveva… Non si deve… ripetere.

@Left 12 febbraio 2015

 

 

Timbuktu

febbraio 9, 2015 § Lascia un commento

Una gazzella scappa, in filigrana. L’immagine apre e chiude Timbuktu di Abderrahmane Sissako. Il simbolo della grazia fragile terrorizzata di fronte alla gratuita follia trucidatrice jihadista.

Timbuktu

Una donna canta. La colpiscono a frustate. Lei canta più decisa. Libera. Nelle notti stellate di antiche città affacciate sul deserto, nonostante i coprifuochi e i divieti islamisti, degli esseri umani vogliono ancora suonare, sognare e amare. Ma proprio quelle libertà sono prese di mira da pazzi jihadisti che bandiscono canti, balli, manoscritti, strumenti e poemi; progettando di sradicare dalla società ogni sensualità; di svuotarla della vista stessa. Da Eros e Psiche.
Con assurdi decreti, come anche prendere il pesce con le mani nude, giocare al football, parlare al cellulare, rivolgere un sorriso a uno sconosciuto, avere una ciocca di cappelli o i pantaloni corti. Nel delirio purista di una presunta legge islamista che si cerca di imporre a tutti, ma che in realtà viola proprio i principi fondanti dell’Islam: tolleranza, pace e nonviolenza. Quei nuovi barbari armati vogliono far ripiombare la millenaria città di Timbuktu, come accadde nell’estate 2012 quando la capitale maliana fu conquistata dai gruppi salafisti, in un assurdo medioevo dove regni solo l’arbitrarietà del loro potere assoluto.

A sbarrargli la strada, il geniale simbolo di una folle strega vaudou incantatrice – inno del regista mauritano a un’immagine femminile libera, che attinge alla fantasia per opporsi alla violenza. Illuminare la cecità. Svelare l’ipocrisia. Perché quei soldati della fede, che proibiscono palloni e sigarette, sono soprattutto ridicoli, imbranati nei loro stessi “comandamenti”, primi a fumare in segreto e a dibattere dei goal dei “Bleus” o ad usare la tv come propaganda. In un’insanabile contraddizione tra il voler smontare un’intera civiltà occidentale e farne intrinsecamente parte, anzi, esserne forse la reazione e più mostruosamente malata (ma interna all’Occidente NdA).

Invece di analizzare politicamente o rappresentare spettacolarmente l’ascesa del jihadismo nel cuore del deserto africano, il regista mauritano sceglie la favola, la poesia. Il vento, il sussurrato, l’equilibrio pastorale, l’amore libero, che non può essere sconfitto, di due tuareg, lì tra le dune appartate, sotto tende colorate, dove si canta ancora e si trasmettono saperi e conoscenza, cantando poemi. Sissako sconfigge la barbarie con il linguaggio delle immagini. Di una potenza magnifica. Geniale anche l’immobile partita di calcio con un pallone invisibile (perché vietato), che dice della possibile resistenza e della ridicola stupidità dell’oscurantismo (di qualsiasi monoteismo fanatico).

È una meraviglia. Niente didattismo. Questo capolavoro, candidato all’Oscar come miglior film straniero, intuisce e avverte però che ciò di cui il fanatismo islamista ha più terrore è (sempre) la donna; e il rapporto uomo-donna creativo. Con questa visionaria opera, il poeta regista svela ce quello che il nuovo fascismo jihadista vuole sradicare, soffocare e azzerare, è proprio la fantasia.

Merci Sissako.

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