Guerre e profughi, Flore Murard-Yovanovitch: il mosaico del disumano.

aprile 10, 2014 § Lascia un commento

di Giovanni Maria Bellu

“Attualmente nel mondo sono in corso 36 conflitti e in altri nove paesi si vive una situazione di “rischio bellico”. E’ uno dei dati che emergono dall’Atlante delle guerre la cui quinta edizione è stata presentata lunedì a Roma. Ma il cittadino medio, ha spiegato il direttore dell’opera, Raffaele Crocco, è a conoscenza di tre o quattro conflitti. I più informati sono in grado di elencane una decina.

Eppure, come ha chiarito la portavoce italiana dell’Unhcr Carlotta Sami, c’è proprio questa situazione all’origine dell’arrivo di decine di migliaia di rifugiati e di richiedenti asilo. In percentuale sono cresciuti nel solo Sud Europa del 32 per cento. Molti di loro vivono in condizioni disperate. E non sono i più sfortunati perché molti altri non sono nemmeno riusciti ad approdare sulle nostre coste.

Il “materiale”, insomma, non manca. Ma quella la parola terribile è poco usata. Se ne preferiscono altre: razzismo, intolleranza, violenza, discriminazione. Flore Murard-Yovanovitch ha scelto la più impegnativa: “disumano”. Si intitola così – “Derive, piccolo mosaico del disumano” (Edizioni Stampa alternativa) l’ultimo libro di questa scrittrice cosmopolita.

La Murard-Yovanovitch – nata a Parigi da una famiglia di origine serba, laureata in Storia alla Sorbona, approdata in Italia dopo aver lavorato in Asia e in Africa per le Nazioni Unite – da anni segue le vicende del nostro Paese. Le più imbarazzanti e feroci: dalle aggressioni razziste alle violenze nei Cie, dagli assalti ai campi rom ai naufragi nel Mediterraneo.

Il libro è un’antologia dei suoi articoli apparsi su l’Unità dal 2009 al 2013, il “diario in pubblico” di un’osservatrice attenta, precisa fino alla spietatezza, che registra e racconta i fatti e anche il modo in cui i giornali e le tv li trasferiscono ai loro lettori e spettatori. Spesso alimentando nuove paure e consolidando i pregiudizi e gli stereotipi.

Fatti feroci di cronaca nera, come l’aggressione del cittadino indiano Navtej Singh Sidhu che, la notte tra il 31 gennaio e il primo febbraio del 2009, dormiva su una panchina della stazione di Nettuno quando tre giovani del luogo lo cosparsero di benzina e lo diedero alle fiamme (riuscì a sopravvivere miracolosamente, dopo una lunghissima degenza in ospedale). Vicende non meno feroci di “cronaca istituzionale”, come le violenze dei Centri di identificazione e di espulsione che, in una delle interviste che chiudono il libro (è datata 18 febbraio 2013), lo scrittore Erri De Luca ribattezza ‘Centri di infamia estrema”.

Negli anni in cui ha lavorato per le Nazioni Unite, Flore Murard-Yovanovitch ha vissuto in molti dei paesi dai quali partono i migranti che raggiungono l’Italia. E’ proprio questo “sguardo lungo” – la conoscenza delle ragioni delle fuga – che le consente di raccontare le loro vicende senza toni pietistici: dal punto di vista della tutela dei diritti umani. “Derive – scrive Piero Coppo nella prefazione – testimonia di ciò che ogni giorno avviene attorno a noi, ai bordi delle nostre esistenze; apre squarci sull’aspetto in ombra della normalità quotidiana documentando ciò che accade, qui da noi, agli ‘altri’… “. Dove “noi” siamo convinti che comunque ce la caveremo e non riusciamo a concepire la possibilità che anche il nostro mondo possa franare.

Nell’analisi dell’autrice è proprio questa “negazione dell’altro” la crepa attraverso cui il “disumano” filtra nelle nostre vite: siccome non possiamo non vedere, fingiamo che gli altri non appartengano alla nostra stessa umanità sviluppando nei loro confronti una “pulsione di annullamento”.

Si può aderire o no all’interpretazione psicologica che Flore Murard-Yovanovitch introduce nel tentativo di ricomporre le tessere del suo “piccolo mosaico del disumano”, ma – quando si arriva all’ultima pagina del libro – diventa impossibile negare che tutti quei fatti e tutte quelle storie sono legati da un unico filo. Che poi questo filo sia la “pulsione di annullamento”, o la difficoltà a praticare i principi che ci si siamo dati nella Costituzione e nei trattati internazionali, o semplicemente la paura del diverso, è per certi aspetti secondario. Prima dell’individuazione delle cause, infatti, è necessario riconoscere l’esistenza del problema. Accettare l’idea scandalosa che la parola “disumano” ci riguarda”.

La video-intervista intera su questo link.

09 aprile 2014

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