Centri fuori dal diritto: impronte a forza, violenze e discriminazioni razziali

settembre 24, 2013 § Lascia un commento

pubblicato il 24 settembre 2013 su MELTING POT.

La notizia della fuga di circa 150 migranti dal centro di primo soccorso e accoglienza (CPSA) di Pozzallo la scorsa domenica 8 settembre, e di oltre 165 migranti di nazionalità eritrea e somala appena sbarcati a Pozzallo la mattina del 9 settembre, non deve sorprendere. Tra le ragioni, il prelevamento forzato delle impronte digitali a profughi subsahariani che vogliono migrare in altri paesi europei dove hanno i parenti e la ribellione alla privazione della libertà, cioè lo stato di fermo non formale che è diventato di fatto il centro di Pozzallo. In una Sicilia dove l’emergenza sbarchi è affidata a questori e prefetti e l’accoglienza rimpiazzata da misure di contrasto all’immigrazione irregolare, ovunque sono in corso gravi violazioni dei diritti umani e della tutela a centinaia di potenziali richiedenti asilo e rifugiati.

Basta fare un giro nella zona doganale del porto di Pozzallo per scorgere il capannone del “centro di primo soccorso e accoglienza” (CPSA) dietro un recinto di barriere, sbarre altissime e filo spinato. Ho varcato quelle grate il 3 settembre scorso. Quello che già sembrava un luogo di semidetenzione si è rivelato luogo buio di violazione dei diritti e negazione, in cui gli esseri umani vengono trattati come cose da identificare, detenere, trasferire.

Il centro ha una capienza massima di 130 posti, ma in queste settimane è affollato da oltre 400 migranti. I lavatoi collettivi, senza privacy. All’ufficio immigrazione dell’ente gestore i pochi e spessi vetri invalicabili lasciano intravedere i migranti detenuti che gesticolano cercando di attirare l’attenzione dei due operatori sociali. Il dormitori è un’aula immensa con centinaia di materassi lerci buttati a terra, senza lenzuola. E’ lì che riposano uomini senza sonno né futuro, ammucchiati, ridotti a corpi sorvegliati da telecamere e guardati a vista dalla polizia presente 24 ore su 24.

Il reparto femminile è chiuso a chiave da dentro, ma aperto da dietro sui corridoi dove passeggiano le forze dell’ordine. Più in là, profughi kashmir che non parlano arabo si lamentano di non poter comunicare perché nel “camp” non c’è un mediatore inglese. Nessuno dei profughi del centro ha ricevuto una corretta informazione sulle leggi n vigore, sui loro diritti, nessuno che abbia pronunciato la parola “asilo”. Loro non sanno niente delle loro richieste (a volte forzate), dei trasferimenti futuri, nel limbo giuridico che caratterizza questi nuovi centri emergenziali e semi-detentivi in cui le associazioni di tutela e mediazione indipendente hanno accesso raro o limitato.

E’ una prigione invisibile fatta di lentezza burocratica: ritardi nelle procedure di asilo da parte delle commissioni territoriali e drammatica mancanza di posti in altre strutture di accoglienza dello SPRAR (il sistema di protezione per i richiedenti asilo e i rifugiati). In base al regolamento attuativo della legge sull’immigrazione (art.23), una struttura come un CPSA sarebbe «destinata all’accoglienza dei migranti per il tempo strettamente occorrente al loro trasferimento in altri centri (indicativamente 24/48 ore)». Più grave ancora, il destino dei minori non accompagnati, somali ed egiziani, trattenuti nel centro da più di due mesi, senza tutela, in violazione del diritto nazionale e internazionale.

Intanto, per tutti, l’accoglienza italiana equivale a mesi vuoti e senza prospettiva, confinati in un andirivieni ripetitivo tra il “centro” e il centro di Pozzallo lungo l’unica strada fronte mare percorsa varie volte al giorno per cercare un riparo all’aria aperta nei giardini pubblici, dove si respira, lontani dalle grida e dai conflitti che spesso si scatenano all’interno del centro. All’ombra degli alberi ci sono più diritti. E’ lì che parliamo.

Emergono storie di eritrei, somali, etiopi. In quella estrema sponda della Sicilia sud-orientale sbarcano raramente i cosiddetti “migranti economici”, si tratta nella stragrande maggioranza dei casi di profughi in fuga da conflitti, persone vittime di arresti e persecuzioni nei paesi d’origine, fuggite a piedi attraverso il deserto del Sahara e poi sopravvissuti nella Libia post-Gheddafi che discrimina e caccia gli africani di pelle nera; alcuni sono stati detenuti per mesi o per anni nei famigerati lager libici dove hanno subito abusi, torture e stupri, come ha svelato il regista etiope Dagmawi Ymer insieme ad Andrea Segre in Come un uomo sulla terra. Si tratta di uomini che si sono ribellati ai loro carcerieri libici, capaci di sfuggire ad agghiaccianti detenzioni e imbarcarsi di notte sulle onde nere, la pancia vuota per cinque, a volte dieci giorni. Sono eroi, resistenti ma vulnerabili. Dovrebbero essere accolti con tutti i dovuti standard e il rispetto del diritto internazionale.

Invece eccoli rinchiusi dietro cancelli, sottoposti a controlli e botte da parte della polizia, con i braccialetti di plastica subito allacciati al polso riconosciuti da un codice di identificazione, una serie di numeri che ha preso il posto del loro nome, della loro identità. “K68: cosi ti chiamano nel centro”, rivela Mohammed (nome di fantasia), un ventenne eritreo.
Come lui molti altri uomini stremati da giorni di fuga, appena sbarcati, subiscono un’identificazione coatta. Jamal, rifugiato etiope racconta: “In mezzo al mare gli italiani ci hanno salvato, ma a terra hanno cambiato faccia e mostrato un altro lato. Appena siamo scesi dalla nave, ancora prima di darci da bere e da mangiare, ci hanno preso le impronte digitali con la forza nonostante ci rifiutassimo. Ci hanno minacciato, se non ci sottomettevano. Ma io volevo andare in Francia dove ho i miei parenti, non voglio rimanere in Italia”.

Lentamente, una volta che si sentono al sicuro, al di fuori dal centro, tutti raccontano di aver subito manganellate e discriminazioni allo sbarco.
Questi potenziali richiedenti asilo, che avrebbero diritto all’ingresso legale nel territorio con il riconoscimento dello status di rifugiato, vengono trattati dalle forze dell’ordine e dall’ufficio immigrazione come semplici migranti irregolari, “clandestini”, in virtù della Legge Puglia del 1995 (varata per fronteggiare l’arrivo di migliaia di albanesi, ndr), ancora in vigore e usata per fare fronte all’emergenza sbarchi come “contrasto all’immigrazione clandestina” affidata a questori e prefetti, rassicurati dal ministro dell’Interno Angelino Alfano in conferenza stampa a Siracusa il 6 settembre scorso.

L’iniziativa del governo di “monitoraggio degli sbarchi per identificare i profili a rischio per la cittadinanza” significa, concretamente, l’internamento in una stanza isolata all’interno del centro per 7 giorni consecutivi. La stanza “speciale” guardata dalla polizia per detenere il presunto scafista, che ho avuto modo di vedere durante la mia visita, si trova tra la farmacia e i bagni, e il direttore del centro ne parla come di una stanza di quarantena sanitaria per verificare la presenza di scabbia o malattie contagiose. Nelle testimonianze dei migranti, invece, si rivela come la stanza speciale per detenere e per piegare la volontà del presunto “scafista”, spesso arbitrariamente accusato da altri migranti, senza accesso al diritto di difesa, di aver guidato la barca. L’ultimo presunto “scafista” trattenuto in quel modo si è suicidato in una cella del carcere di Caltanissetta all’inizio di settembre, dove era stato segregato dopo lo sbarco a Pozzallo lo scorso 8 agosto.

Accoglienza poliziesca, non umanitaria. Il dormitorio è un’aula immensa con centinaia di materassi lerci buttati a terra, senza lenzuola.

La fila per il rilevamento delle impronte invece si porta dietro il suo corredo di discriminazioni.
Per eritrei, somali ed etiopi c’è il prelievo con la minaccia con la conseguente forzata richiesta di asilo. Per egiziani e maghrebini si provvede ad espulsioni sommarie. In questi ultimi mesi in Sicilia sembra di trovarsi di fronte a una selezione quasi etnica. Jamal (nome di fantasia), rifugiato etiope racconta ancora: “Non c’è equità nel centro, eppure siamo tutti profughi, abbiamo tutti motivi per uscire, ma danno la priorità e fanno trasferimenti in base al colore della pelle, prima vengono quelli con la pelle bianca. E poi le violenze della polizia: è assurdo essere fuggito dall’Etiopia per andare in un paese sviluppato, democratico, e ritrovarsi con le stesse violenze e discriminazioni. Non c’è differenza tra l’Africa e qua”.
In questi giorni, a causa dell’emergenza sbarchi dell’estate 2013, stanno proliferando i CPA cosiddetti centri di prima accoglienza aperti dalle prefetture: luoghi senza statuti giuridici o affidati alla discrezionalità della polizia, talvolta veri e propri centri di detenzione informale, con tutte le dinamiche proprie dell’ambito carcerario e dei CIE. Violenze, manganellate, abusi fisici e psicologici. Tutto ciò al riparo dall’opinione pubblica. Giornalisti off limits.

Nemmeno le fondamentali visite dei parlamentari riescono a squarciare il velo di propaganda che è calato su questi luoghi, perché è difficile vedere quello che è invisibile a prima vista. Ci vuole tempo per fare emergere le storie, a volte indicibili, di persecuzioni, detenzioni, abusi, traumi, ferite riaperte in quei luoghi. Italiani, non libici né subsahariani, che applicano le stesse discriminazioni creando vittime di un potere arbitrario che non ha confine tra le due sponde.
Nelle parole lente che escono a cascata una volta che si trovano al sicuro nei giardinetti della cittadina di Pozzallo, trova conferma anche l’assenza di tutela legale e dei minimi standard di rispetto della dignità umana. Jamal racconta ancora: “Non sono libero. Passeggio in città, ma poi torno a dormire nel campo. Perché se scappassi oggi, diventerei clandestino. Io voglio immigrare nelle regole. Quindi torno qua, ma è come stare in prigione. Forse mi trasferiranno in un altro campo, ci sarà nuova vita”.
I più sensibili mostrano già segni di fragilità psichica, di confusione, non si ricordano le date di arrivo, il numero di giorni trascorsi nel centro, l’inizio del viaggio e l’approdo, in uno sgretolamento della memoria che svela un crescente malessere mentale. Nessuno che li ascolti, che rivolga loro una parola che non sia solo un’ordine. Mangiare, dormire, silenzio. Ridotti a un’apatia forzata e senza affetti, quegli uomini lentamente si ammalano. E mi ripetono “I want to run out from here”, voglio scappare da qua.

Ecco quello che hanno fatto l’altro ieri. Li ho visti salire sui bus. Altri invece, come gli eritrei, non avrebbero voluto fare la richiesta d’asilo in Italia, perché hanno parenti in altri paesi europei. Durante la mia visita una donna si lancia sulle grate esterne, che scavalca e supera torcendosi una caviglia nella caduta, inseguita dalla polizia che dichiara: “è minorenne, quindi non può uscire”.
Tutta la Sicilia si avvia a diventare “zona rossa” con un consistente schieramento di forze di polizia, dove il sistema di non-accoglienza gestito da prefetti e questori fa da mesi prevalere le misure di “contrasto all’immigrazione clandestina” sul diritto alla protezione dei profughi. All’ombra della catena gerarchica del ministero dell’Interno, lo stato di diritto è stato temporaneamente sospeso per i profughi che sbarcano sulle coste.
Intanto in quei centri d’emergenza si materializza un’accoglienza pensata come risposta ad un “assalto” e ridotta alla mera dimensione fisica materiale dell’essere umano, tetto e cibo, senza prendere in considerazione la totalità dell’essere umano, che non è solo bisogni, ma esigenze, rapporti, affetti, sogni, speranze. Così, di fatto, si rendono i migranti non-persone, corpi senza psiche da nutrire, custodire e curare. In una finta accoglienza che in realtà è negazione.

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