L’accoglienza tra le sbarre

agosto 28, 2013 § Lascia un commento

Dalla Sicilia, il mio reportage sui centri di accoglienza/detenzione dei migranti “L’accoglienza tra le sbarre. Semi-detenzione e negazione della libertà” è stato pubblicato da MELTING POT con la galleria fotografica.

Si è vero, a prima vista sembrano liberi di uscire dal cancello, di inoltrarsi oltre il cordone di polizia, oltre quelle sbarre. Ma per andare dove? Apparentemente fisicamente “liberi”, i migranti “accolti” in questi centri di prima accoglienza sono in realtà reclusi di fatto. Perché senza una lira, senza documenti, senza tutela, costretti ad aspettare mesi, a volte anni, inchiodati dalla lentezza burocratica, ad aspettare infinitamente la cruciale intervista della Commissione territoriale da cui dipende la loro richiesta di asilo. Pareti invisibili, quelle del ritardo delle procedure di asilo. Dove potrebbero in realtà andare questi richiedenti asilo?
Quei profughi che sarebbero meritevoli di protezione internazionale, magari in altri paesi europei dove vivono i loro congiunti, sono stati concentrati in quei centri dal Ministero dell’interno, insieme alle prefetture ed alle questure, in assenza di un piano regionale in Sicilia, senza gare di appalto, ma solo con accordi diretti con enti gestori e cooperative. Ancora una volta ritroviamo altri centri di cosiddetta accoglienza improvvisati. Come l’ex struttura ospedaliera Umberto I di Siracusa, gestita dal 1 luglio 2012 dalla “Clean Services Srl” senza una vera e propria gara d’appalto ma con una semplice serie di verbali di affidamento redatti dalla Questura, in procinto di diventare giuridicamente un CSPA . O come il CSPA di Pozzallo che dovrebbe essere solo un CSPA (centro di prima accoglienza e soccorso), dove in base al regolamento attuativo della legge sull’immigrazione (art.23) si dovrebbe restare solo “per il tempo strettamente necessario al trasferimento in altri centri”, e che invece ospita il doppio dei migranti consentito per oltre un mese (alcuni testimoni parlano anche di due mesi), anche minori non accompagnati. Centri quindi semi-detentivi, dove al polso dei migranti viene stretto un braccialetto di plastica con un codice di identificazione: nomi cancellati, come molte identità. Non-persone.

Da quei centri i migranti se ne andrebbero volentieri subito. Via dalla Sicilia, via dall’Italia, come raccontano i cittadini siriani che non vogliono che gli siano rilevate le impronte digitali, per potersi invece ricongiugere con le famiglie nei paesi del Nord Europa: Svezia, Germania, Svizzera. Invece l’identificazione avviene con le minacce, anche con l’uso della forza, dopo gli sbarchi, da Siracusa a Pozzallo, passando per il mercato ittico di Porto Paolo di Capopassero, un capannone informale senza statuto giuridico dove i profughi, all’ombra delle tende, vengono identificati con la rilevazione delle impronte. Un ufficiale della Questura è lapidario: non è titolato a raccontare come avviene la segnalazione, top secret, poi si riprende e mi dice “avviene tutto conformemente alla legge”, ma mi invita ad uscire. Prassi discrezionali della polizia di frontiera.

Altri profughi di varie nazionalità, afghani, pakistani, eritrei, somali, vengono invece confinati per mesi in queste strutture per i ritardi delle procedure di asilo e per la mancanza di posti in altre strutture di accoglienza (quelle dello Sprar o dei Cara). Mesi di limbo totale, duranti i quali queste persone si trovano a confronto solamente con le forze di polizia o la Croce Rossa militare, senza alcuna mediazione di associazioni indipendenti, senza tutela legale e senza nessuna prospettiva di integrazione, per non parlare delle carenti condizioni igieniche in cui versano le strutture. Un mese fa nel Cspa di Pozzallo si è verificato anche un caso di meningite, ma questa notizia fu censurata.

Un sistema italiano di accoglienza che, come raccontano gli stessi operatori sociali, desta grande perplessità. “Le strutture come i Cara ospitano grandi numeri e non garantiscono politiche legate alla dignità della persona, al rispetto delle culture e delle religioni diverse, alla intimità ed alla libertà di espressione” (operatori del Cara di Crotone). In questo momento di crisi geopolitica in Siria e paesi subsahariani ci vorrebbe un salto di pensiero: l’idea di una politica dell’accoglienza basata sui piccoli numeri e sullo snellimento dell’iter burocratico.
Intanto mi aggiro intorno al Cara di Mineo, pattugliato 24 ore su 24 da Carabinieri, Polizia e persino dall’Esercito come fosse un’occupazione. “Zona militare” – insiste un ufficiale dei Carabinieri – Lei non dovrebbe sostare qua”. Mi impongono di non filmare – “Zona militare, fuori i giornalisti” – insiste ancora.
Dietro il filo spinato la follia: un villaggio dorato, con parchi giochi, campi da football e case colorate, come una ridente periferia, come in “Edward mani di forbice” di Jim Burton (dove il diverso è visto come un pericoloso anormale). Un mega campo tanto moderno quanto mostruoso in cui sopravvivono in un limbo infinito, a volte fino a due anni, circa 4.000 richiedenti asilo. Se ascolti alcuni di loro capisci le loro vite sospese, quando non distrutte. La finta libertà perché non hai un documento, non hai denaro, non hai un telefono. Dove andare? Dietro ci sono soli campi vuoti. Li hanno parcheggiati li in mezzo al nulla. Per non farli vedere. Molti di loro sono diventati braccia da sfruttare per i caporali.
E dal nulla dei campi intorno capisci che sei solo testimone del più vasto e sistematico progetto razzista europeo: quello di negare l’uguaglianza a questi uomini.
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Morti di politica migratoria

agosto 12, 2013 § Lascia un commento

Speravamo, ogni estate, ogni stagione degli sbarchi di non dover più scrivere le stesse cose, la voragine di indignazione, di rabbia, di tristezza di fronte all’inazione colpevole del governo italiano e dell’UE. Inaccettabili ed evitabili morti in mare. Ma ad ogni estate, ad ogni stagione prevedibile degli sbarchi, dobbiamo riscrivere le stesse parole, additare l’ancora inspiegabile inazione del governo, mentre l’unica azione da compiere, l’unica scelta politica sarebbe quella di predisporre d’urgenza un corridoio umanitario dalla Libia, per garantire una sicura evacuazione ai profughi. Invece di continuare in modo ipocrito a lasciare il destino di centinaia di uomini, donne incinte e bambini, non solo in balia non a meteo avverso e scafisti senza scrupoli ma a politici indifferenti. Che non sentono, non reagiscono, non cercano soluzione concreta per evitare quel spettacolo della morte indiretta.

La strage quindi prosegue. Ieri sei migranti annegati non in viaggio ma vicino alla riva di Catania. Sull’ultimo gommone alla deriva nel Canale di Sicilia con a bordo 103 somali, soccorsi e portati a Lampedusa lo scorso 8 agosto, due persone uno dei quali un bimbo in tenera età, sarebbero morti durante la traversata tra le coste nord africane e la Sicilia. Somali, tra cui 29 donne : profughi, richiedenti asilo. Di questa drammatica traversata gli cronisti scrivono queste parole-orrore, senza sembrare di accorgersi del loro significato: “i corpi sono stati gettati al mare”. Sembra una frase “normale” oggi nel 21 secolo? Invece eccola la barbarie contemporanea. Uomini e donne in fuga che per conquistare un diritto che li spetta di diritto, l’asilo, devono sbarazzarsi di cadaveri a bordo, conoscere il terrore, il raggelo interno, l’inumano .

E poi scrivere di nuovo queste parole. E’ morto un bambino. Un bambino che era stato strappato dalla culla da una mamma in fuga, portato di notte verso spiagge buie, dopo giorni in camion senza aria attraverso il deserto, fatto imbarcare, per proteggerlo, per salvarlo, sicuramente dalla guerra o dalla fame. E noi dovremmo scrivere di questo bambino morto che poteva essere salvato?

Ma ci rifiuteremo di scrivere “ennesima tragedia”, perché poteva essere evitata, non scriveremo persone “ingoiate” dal Mediterraneo, perché non è colpa né del mare né della meteo, ma da una precisa scelta di politica: l’esternalizzazione dei controlli di frontiera frutto degli accordi bilaterali con i paesi di transito, che produce solo negazione del diritto d’asilo. La verità è che questa guerra alla cosiddetta “immigrazione illegale” colpisce solo i profughi della Somalia, dall’Eritrea, dalla Siria (doppiamente colpiti dall’inazione dell’UE).

Quando la politica si assumerà la responsabilità di queste morti? Deciderà finalmente di modificare la normativa sugli ingressi e di rispettare il diritto d’asilo, fondamenta di un Europa civile che rispetti i diritti umani? Oppure, diciamolo chiaramente ormai siamo fuori legalità, fuori umanità.

 

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