Joan Miró. Nero rupestre e ricreazione delle forme

marzo 19, 2012 § Lascia un commento

“Poesia e luce”. Maiorca, momento di intensa creatività e di invenzione di nuove forme per Joan Miró.  Ottanta sue opere mai giunte in Italia sono in mostra fino al 10 giugno al chiostro del Bramante a Roma, per raccontare l’arte degli ultimi 30 anni dello pittore catalano. Lui che considerava il suo atelier «come un orto» e di «lavorare come giardiniere» (J. Miró, Lavoro come giardiniere e altri scritti, Abscondita); di vedere crescere le sue opere di notte,  in modo istintivo, come se non ne fosse l’artefice. Iniziare un quadro: colare sulla tela, in un impulso fisico, come un lanciarsi, il nero primitivo. Prima una linea, disegnata con mani o pennelli.  Nero primordiale. La linea nera. Essenziale, come una calligrafia giapponese, che lui conosceva per i suoi viaggi in Giappone, l’ultimo nel 1970. Poi solo, al risveglio e a testa riposata, aggiungeva tocchi di colore; primari, quel rosso, verde e blu dei suoi dipinti e disegni. La stella e la luna mai assenti.  Ma, in primis, quel bianco e nero dello spazio vuoto orientale. Un’arte concettuale, che nasceva da cose semplici,  «prendendo la realtà come punto di partenza, mai di arrivo», diceva l’artista nel commentare le sue opere.

Amava l’arte primitiva e popolare, le sculture dell’isola di Pasqua e dell’Oceania. La sua casa-atelier era riempita di mostri fantasmagorici, di idoli preistorici, di sculture primitive, dall’Africa all’artigianato locale di Palma di Maiorca. Si incuriosiva di tutto e riciclava “objets trouvés” facendone sculture;  una ciotola diventava donna, un barattolo di pittura usato una creatura umana o animale.

Più sorprendente, l’esplicito riferimento alle pitture rupestri (che aveva visto ad Altamira). Che ammirava tanto da scrivere: «La pittura è in decadenza dall’età delle caverne». Impronte di mani e di piedi costellano alcuni capolavori maiorchini, come  “Poesia”. Nel bellissimo ed emozionante filmato che si può vedere nella mostra, Miró racconta con semplicità che anche lui, come forse nelle grotte, si appoggiava alla tela con la mano bagnata di pittura, per asciugarsela a lavoro finito.

«Quando non ho tra le mani il pennello o la pasta, per creare la forma e il colore… penso a nuove forme, le immagino, le creo o le ‘ricreo’». Scriveva nel 1969. I quadri geniali a dimensioni murali di donne, come “Donna nella notte” o “Femme dans la rue”, sembrano proprio ricreazione di immagini interne.

Miró, pittore bambino. Irrazionale. Non perdetevi questo splendore.

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