Respinti ai carnefici. L’asilo violato in “Mare Chiuso”.

marzo 15, 2012 § Lascia un commento

Che fine hanno fatto i migranti respinti verso la Libia? Sono ancora vivi?  Quanti sono spariti nel mare, nelle carceri libiche o ancora rifugiati nei campi tunisini? Per tanti la risposta è ancora sconosciuta, i numeri incerti; ma grazie all’indagine di Andrea Segre e Stefano Liberti, con Mare Chiuso, sono state raccolte le testimonianze dirette di alcuni dei sopravvissuti eritrei che, il 6 maggio 2009, vennero intercettati in acque internazionali e rimandati in Libia. In un anno, tra quel maggio 2009 e il 2010, circa mille migranti subsahariani, molti dei quali avrebbero avuto diritto all’asilo, sono stati indiscriminatamente respinti in mare dall’Italia, in piena violazione di tutte le convenzioni internazionali. Persone scaricate come pacchi, anzi peggio, nemmeno identificate. Riconsegnate nelle mani dei soldati di Gheddafi, cioè dei carnefici da cui scappavano.

Nei video dei telefonini, i canti e la gioia illusa dell’approdo in terra protetta, poi i militari italiani, l’ordine dall’alto, il cambiamento di rotta – direzione Tripoli; le suppliche di donne incinte e uomini inermi dopo giorni di viaggio, la ribellione, di chi sa cosa lo attende se torna indietro. I famigerati campi di detenzione libici Zliten, Tweisha o Khasr El Bashir. Botte, scariche elettriche, stupri e abusi. Torture. Ben risapute dal governo berlusconiano del “Trattato di Amicizia” con la Libia e già magnificamente documentate nella prima opera di Andrea Segre e Dagmawi Ymer “Come un Uomo sulla Terra”, di cui Mare Chiuso, funge da capitolo successivo. Anzi, è il sintomo di un degrado ulteriore, di una colpa maggiore, perché l’allora realtà di violazioni, remota nel deserto, era soprattutto libica: ora è più vicina; la nave è italiana, la responsabilità innegabile. Nostra.

Con questo documentario unico, patrocinato dall’Unhcr e Amnesty Italia, con il sostegno dell’Open Society Foundations, la storia nascosta e rimossa dei respingimenti, diventa immagine tangibile. Volti. Di Semere Kahsay, giovane eritreo: per fare partorire in sicurezza la moglie Tsige, la imbarca verso l’altra sponda, ma lui viene successivamente respinto. Detenuto nei lager libici, poi la guerra e la fuga in Tunisia. Volti. Dei profughi eritrei, etiopi, somali respinti, che oggi ancora “invecchiano” sotto le tende bollenti del campo di Shousha in Tunisia, dove i due documentaristi li hanno rintracciati. Hanno nomi, e ricordi precisi. E poi, custodite ad ogni costo, le prove dei telefonini, dove si profila la grande nave che “schiaccerà” le vite del barcone. Marina militare italiana. Ministero dell’Interno. Ma ci sono anche i volti che non si vedranno mai più, quelli che, dopo essere stati respinti, hanno riprovato ancora la traversata per ricongiungersi ai parenti o sfuggire ancora alla guerra, e sono annegati. A testimoniare per loro, c’è Ermias Berhane, rinchiuso nel Cara di Crotone, uno dei 9 sopravvissuti sui 72 del barcone rimasto in panne a marzo 2011 e sorvolato da un elicottero della Navy, ma abbandonato a morte sicura, a pochi nodi da Lampedusa.

Respingimenti, operati in piena illegalità. Lo dimostra la recente sentenza della Corte europea di Strasburgo, che ha condannato l’Italia all’unanimità per violazione dell’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, per trattamenti degradanti e tortura. Una sentenza che è  “pietra miliare”, come ha dichiarato Amnesty, ottenuta grazie alla tenacia di due avvocati: Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci. Perché questo non accada mai più.

Scappavi dalle dittature e ti ritrovasti nell’ingranaggio di un’altra violenza,  politica, nostrana, culturale. Quella del fantasma di un’“invasione”. Urgente scoprire quale malattia della psiche collettiva ha reso possibile quel disumano.

L’asilo, invece, ha il volto dell’abbraccio indicibile di un padre che incontra per la prima volta la propria figlia che non ha visto nascere; e la promessa mantenuta di un Chupa-Chups. Bisognerà tenerci stretta dentro quella emozione, per continuare a vigilare la politica sull’immigrazione e i suoi angoli ancora troppo bui. Questa drammatica pagina italiana non è chiusa. Comincia solo oggi ad essere svelata e scritta.

@flore murard-yovanovitch, pubblicato su Agenzia Radicale, 15 marzo 2012

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