L’antifatalismo dei cittadini a pedali

marzo 2, 2012 § Lascia un commento

Per le strade, sulla rete e grazie al passaparola, corre la rivolta dei ciclisti, ancora invisibile al mainstream, ma che promette di diventare onda. La campagna #salvaiciclisti, che in solo tre settimane è passata dal web al Parlamento, cresce di ora in ora e conquista anche i sostegni dei sindaci. Stanchi di farsi ammazzare (2556 vittime in meno di dieci anni), con l’unica colpa di aver scelto la lentezza per mobilità, i cittadini a pedali chiedono norme di sicurezza diverse, limiti di velocità a 30km/h, piste ciclabili e riconoscimento da parte della politica. Per cambiare strade e teste.

A ben guardare questa piccola ribellione italiana per rivendicare l’inalienabile diritto a pedalare, è il segno di qualcosa di più profondo; la scelta di non subire il diktat della rassegnazione (il ritornello “non cambia niente in questo Paese”), dell’assuefazione alle abitudini e al credo diffuso nell’Italia del 21° secolo, siano normali traffico-paralisi, vita-ingorgo e strada-morte. Una lotta che nasce dal corpo del ciclista, per esigere sicurezza e protezione, potrebbe diventare un dirompente cambiamento del nostro intero ambiente culturale. Tramutare gli odierni rapporti aggressivi sado-masochistici in sorrisi e incontri, rifiutare le mille piccole negazioni del quotidiano verso una società della nonviolenza. Questa alzata di testa dei ciclisti è soprattutto uno sberleffo al fatalismo diffuso, che vorrebbe che mai e poi mai potesse cambiare questo totem suicidio della vita-macchina. E’ il rifiuto radicale di una cultura che ha sempre negato la trasformazione possibile.

Invece l’alternativa esiste. E i ciclisti potrebbero diventarne gli avanguardisti, anzi lo sono già. Perché la bicicletta è strumento tangibile di una piccola rivoluzione. È leggera, no-oil, non ruba spazio, non inquina: è l’antidoto alla crisi del petrolio e alla “crisi” tout-court. Rimette in movimento, riconquista l’aria e il tempo e soprattutto fa riscoprire l’altro: cura le nevrosi cittadine e altre urbane follie.

Lo diceva già nel 1973 Ivan Illich, in un visionario saggio “Elogio della bicicletta” (Bollati Boringhieri) che è esaltante – ma anche terrificante – rileggere a quarant’anni di distanza, senza che nulla sia cambiato, anzi con il dominio sempre più massiccio delle auto sulle nostre vite. In quelle pagine, Illich dimostrava che l’ossessione per più velocità e indipendenza (una macchina per tutti) ci ha resi meno mobili; e, senza l’uso dell’energia cinetica, meno uguali. Insomma, la macchina-alienazione ci costa ogni giorno spreco di “tempo sociale”, meno libertà e meno equità. Ruba spazio alla collettività e lo riduce a corsie e marciapiede; privatizza il bene comune-città e rende ciclisti e “pedoni” degli alieni. I poveri ridotti a giornate in bus e periferie lontane, deprivati della polis. Peggio, aggiungerei: regala la città alla mobilità maschile (del lavoratore frettoloso), relegando quelli che praticano un’altra lentezza – anziani, donne e bambini – in parchi e recinti.

Solo la bicicletta può riaprire la città all’accesso di tutti, scombussolare le mappe della disuguaglianza, ricreare convivialità. Ridare un’immagine femminile alla città. Come flusso, sogno e lentezza libera. E’ in corso una piccola rivoluzione a pedali, tocca a voi saper montare in sella.

@floremy, pubblicato su Agenzia Radicale, 01 marzo 2012

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