#salvaiciclisti: il 28 aprile riguarda tutti!

marzo 27, 2012 § Lascia un commento

Ieri era la Giornata mondiale della Lentezza, dove deambulare trasognati; una lumachina che sorride per logo. Eppure fuori era la stessa città isterica, bloccata, letteralmente paralizzata, dal proprio anacronistico immobilismo. Tutti auto-ingabbiati allo stesso orario trasudati d’odio inutile e di negazione dell’altro, pedone o ciclista: di ogni “ostacolo” sulla corsa verso il lavoro-totem. Strisce violate e macchine fatali addosso.

Un traffico-prigione e omicida talmente terrificante, che è diventato quasi tabù. Eppure parla in realtà profondamente di noi stessi, di una società che fa quotidianamente le proprie vittime, bambini e anziani, sulle strisce. Non li vedete quei comportamenti, ormai fuori controllo, i mili segni di impazzimenti per la città? La nostra agorà è diventata catena veloce di sorrisi impossibili, vaffanculo generalizzato, sfogo di tutte le frustrazioni, prepotenza di narcisi nombrilisti fuori di sé, all’acceleratore facile e indifferente. Un’enorme rimozione inosservata, finché non è nata la campagna #salvaiciclisti.

E’ anche questo l’intento forse più prezioso della campagna per la sicurezza dei ciclisti, nata dal web e diventata disegno di legge: svelare, fare vedere, ripensare, dimostrare l’assurdità di quell’anacronistica situazione e proporre un cambiamento possibile. Basterebbe andare in bicicletta, cambiare mobilità collettiva, costruire una città come rapporto, convivenza, incontro e respiro… La lentezza umana di una città-bambina che rivoluziona i rapporti umani.

Noi il 28 aprile a Roma, ai Fori Imperiali, chiederemo strade sicuri per i ciclisti e utenti deboli della strada e l’impegno concreto dei sindaci per la mobilità ciclistica, ma badate non è capriccio da ciclisti:  riguarda tutti voi. Vostri bambini e amici. Abbiamo bisogno di tutti voi, per strappare la città alla sua corsa suicida verso l’assurdo blocco fisico e mentale. Non è il nostro futuro. Noi siamo movimento, per ridare un sorriso lento e ricordare che un’altra città è possibile. A portata di pedali.

Fascismo o cura di psiche Europa

marzo 21, 2012 § 1 Commento

In quella che dovrebbe essere la Settimana di azione contro il razzismo, schiere di neonazisti hanno appena invaso Budapest con le loro divise brune nell’apatia generale e altri Paesi continuano a fantasticare un’Europa bianca e cristiana, senza “diversi”. Il morbo xenofobo dilaga nel nostro continente, nel silenzio stampa delle coscienze e della politica. Unica voce discordante, il premier romeno Mihai Razvan Ungureanu che, nel corso di una sua recente visita a Bruxelles ha dichiarato «l’Europa deve prendere coscienza del pericolo dell’estrema destra» e chiesto un vertice europeo straordinario per fermare la sua avanzata e studiare risposte comuni contro l’antieuropeismo e la xenofobia. Reagire, insomma.

L’ossessione per il debito e la precarizzazione delle masse, accompagnati dall’erosione del progetto europeo e dalla proliferazione di partiti nazionalisti e populisti, sono infatti la miscela esplosiva di un scenario non troppo dissimile da quello degli anni 30. Ovunque, partiti antisemiti, anti-islamici, anti-moschee, anti-Rom, anti-extracomunitari vincono le elezioni o sono dotati di un potere di condizionamento e di ricatto della maggioranza al governo. In Italia pesanti eredità discriminatorie sono state lasciate dalla legge Bossi-Fini e dal “pacchetto sicurezza”, mentre ovunque i migranti sono criminalizzati nelle leggi, rinchiusi in disumani centri di detenzione, marginalizzati da cure e diritti sociali. Barriere interne e anacronistica fortezza che ha già fatto le sue numerose vittime tra deportazioni e illegali respingimenti: è in corso la più grande regressione di diritti umani della storia europea dopo il nazi-fascismo.

Perché oggi fa la sua riapparizione il fantasma che ha fatto la tragedia della Storia, nel silenzio generale? Mentre dovrebbe scattare l’allarme civile, si costruisce invece una specie di “segregazione” con tanti provvedimenti istituzionali e si diffonde come “normalità” l’odio razziale nelle dichiarazioni di politici e europarlamentari. La “falsa coscienza” (Josef Gabel) ancora diffusa, potrebbe diventare psicosi di massa nella sua strutturazione in ideologia: il delirio neofascista ungherese, con abolizione e riscrittura della Costituzione su base etnica e patriottica e milizie anti-zingari per strada, ne è già un primo atto. Quale sarà il secondo?

Per “reagire”, come invita il premier romeno, bisognerebbe in primis scoprire e capire che quell’ideologia si annida nella matrice di una cultura violenta, cristiana e freudiana, che afferma che, dal peccato originale, siamo tutti intrinsecamente “pazzi e lupi” ed è normale “fare a pezzi” l’altro. Quella violenza invisibile si annida in una società materialistica e razionalistica che annulla la centralità dei sogni e del rapporto interumano dialettico, dove l’essere umano, non realizzando la propria vera identità, si ammala: dove ricompare l’annullamento dell’altro diverso. L’ultra destra non è “ricerca identitaria”, come scrive qualcuno, ma sintomo di una “crisi antropologica”, di malattia mentale, che cova nelle pieghe dell’intero sistema culturale e sociale europeo.

E di fronte a questa riapparizione del razzismo istituzionale e popolare, colpisce quanto sia scarsa la “capacità di reagire” delle sinistre europee. Scarsa la conoscenza e l’uso politico dei saperi disponibili sulla psicopatologia, all’avanguardia in Italia, in particolare quello sulla “percezione delirante” e la Teoria dello psichiatra Massimo Fagioli tutta, che andrebbe presa in maggiore considerazione di fronte a quella che si profila sempre più come una necessità storica. Non sono nessuno per dirlo, ma vorrei condividere questa mia “intuizione”: ci troviamo di fronte a un bivio che questa volta non possiamo permetterci di ignorare. La coazione a ripetere il fascismo o la cura di psiche Europa.

@flore murard-yovanovitch, pubblicato su Agenzia Radicale 21 marzo 2012

Joan Miró. Nero rupestre e ricreazione delle forme

marzo 19, 2012 § Lascia un commento

“Poesia e luce”. Maiorca, momento di intensa creatività e di invenzione di nuove forme per Joan Miró.  Ottanta sue opere mai giunte in Italia sono in mostra fino al 10 giugno al chiostro del Bramante a Roma, per raccontare l’arte degli ultimi 30 anni dello pittore catalano. Lui che considerava il suo atelier «come un orto» e di «lavorare come giardiniere» (J. Miró, Lavoro come giardiniere e altri scritti, Abscondita); di vedere crescere le sue opere di notte,  in modo istintivo, come se non ne fosse l’artefice. Iniziare un quadro: colare sulla tela, in un impulso fisico, come un lanciarsi, il nero primitivo. Prima una linea, disegnata con mani o pennelli.  Nero primordiale. La linea nera. Essenziale, come una calligrafia giapponese, che lui conosceva per i suoi viaggi in Giappone, l’ultimo nel 1970. Poi solo, al risveglio e a testa riposata, aggiungeva tocchi di colore; primari, quel rosso, verde e blu dei suoi dipinti e disegni. La stella e la luna mai assenti.  Ma, in primis, quel bianco e nero dello spazio vuoto orientale. Un’arte concettuale, che nasceva da cose semplici,  «prendendo la realtà come punto di partenza, mai di arrivo», diceva l’artista nel commentare le sue opere.

Amava l’arte primitiva e popolare, le sculture dell’isola di Pasqua e dell’Oceania. La sua casa-atelier era riempita di mostri fantasmagorici, di idoli preistorici, di sculture primitive, dall’Africa all’artigianato locale di Palma di Maiorca. Si incuriosiva di tutto e riciclava “objets trouvés” facendone sculture;  una ciotola diventava donna, un barattolo di pittura usato una creatura umana o animale.

Più sorprendente, l’esplicito riferimento alle pitture rupestri (che aveva visto ad Altamira). Che ammirava tanto da scrivere: «La pittura è in decadenza dall’età delle caverne». Impronte di mani e di piedi costellano alcuni capolavori maiorchini, come  “Poesia”. Nel bellissimo ed emozionante filmato che si può vedere nella mostra, Miró racconta con semplicità che anche lui, come forse nelle grotte, si appoggiava alla tela con la mano bagnata di pittura, per asciugarsela a lavoro finito.

«Quando non ho tra le mani il pennello o la pasta, per creare la forma e il colore… penso a nuove forme, le immagino, le creo o le ‘ricreo’». Scriveva nel 1969. I quadri geniali a dimensioni murali di donne, come “Donna nella notte” o “Femme dans la rue”, sembrano proprio ricreazione di immagini interne.

Miró, pittore bambino. Irrazionale. Non perdetevi questo splendore.

Non-accoglienza e cecità politica

marzo 19, 2012 § Lascia un commento

Sono oltre 220 i profughi soccorsi sabato scorso dalle motovedette della Capitaneria di Porto e della Guardia di Finanza a sud di Lampedusa, sulla tradizionale rotta dalla Libia. E altre imbarcazioni sono già in vista. Di nuovo. Un “nuovo” che lo è solo per una cieca politica: non per Ong, Unhcr e addetti ai lavori, che da settembre scorso, quando Lampedusa è stata dichiarata “porto non sicuro”, chiedono al governo di prepararsi alla nuova primavera di migrazioni, strutturali dal nord Africa e contingenti per la nuova instabilità della Libia post-Gheddafi. Pochi migliaia di migranti rischiano di diventare “emergenza” per una politica dalla vista corta, che non ha imparato la lezione dell’anno scorso; e che, nei sei mesi dopo il rogo del centro di Contrada Imbriacola, diventato di trattenimento illegale, non ha preso alcuna misura per allestirne un altro, di vera accoglienza.

Ma per prepararsi, per avere una strategia, bisognerebbe saper guardare oltre il barcone, vedere le centinaia di potenziali richiedenti asilo che da Sudan, Eritrea, Etiopia fuggono guerre civili, arruolamento forzato o persecuzioni etniche e cercano in Europa una protezione, che spetta loro di diritto. Basterebbe studiare le cifre degli attuali profughi presenti oggi in Libia, in attesa di imbacarsi: i somali ormai senza Stato e altri migranti del Corno d’Africa, tutti vittime delle persecuzioni da parte delle milizie post-Gheddafi, perché sospetti di essere stati mercenari leali all’ex regime; o le migliaia di scampati alla mattanza siriana, anch’essi rifugiati in Libia. Ma nessuno osserva l’altra sponda? Meglio chiudere gli occhi, lasciar morire i migranti di mare e di viaggio, ingrossare le drammatiche statistiche della Fortezza Europa che, dal 1994 ad oggi, nel solo Canale di Sicilia, ha già fatto almeno 6.166 vittime, tra morti e dispersi, delle quali 1.822 soltanto nel corso del 2011 (ma il dato reale potrebbe essere molto più alto).

Gli Stati europei avrebbero già dovuto e dovrebbero d’urgenza predisporre corridoi umanitari per garantire una sicura evacuazione ai profughi dalla Libia e concedere loro il permesso umanitario. Invece di continuare ipocritamente a lasciare il destino di centinaia di uomini, donne e bambini, in balìa di meteo avverso, barconi stipati e scafisti senza scrupoli. Peggio, di fare contro i migranti del Sud una vera e proprio guerra, violando il loro diritto a migrare e tutte le convenzioni internazionali, attraverso missioni Frontex, detenzioni e respingimenti, per i quali l’Italia è stata appena condannata dalla Corte europea di Strasburgo (le conseguenze, vite distrutte e sospese, si possono vedere nel documentario “Mare Chiuso” di Andrea Segre e Stefano Liberti). Mentre si è appena stilato, il 12 marzo scorso, un nuovo accordo con Tripoli, che mira a rafforzare le pattuglie congiunte alle frontiere per lottare contro l’immigrazione irregolare, c’è da chiedersi se il governo Monti voglia davvero operare una cesura dal sistema di controllo – mortale e illegale – alla Maroni; o se invece non si cerchi di proseguire lo stesso, ma sotto altro nome.

Il controllo cieco e violento delle frontiere fa già le sue prime vittime: i cinque cadaveri del barcone dell’altro ieri. Riguarda, scava e interroga la nostra umanità. Ci domanda, con forza, se siamo ancora capaci di ribellarci a quest’indifferente “lasciare sparire” uomini e donne, alcune incinte, a poche miglia marine da casa nostra.

@pubblicato sull’Unità, 19 marzo 2012

Respinti ai carnefici. L’asilo violato in “Mare Chiuso”.

marzo 15, 2012 § Lascia un commento

Che fine hanno fatto i migranti respinti verso la Libia? Sono ancora vivi?  Quanti sono spariti nel mare, nelle carceri libiche o ancora rifugiati nei campi tunisini? Per tanti la risposta è ancora sconosciuta, i numeri incerti; ma grazie all’indagine di Andrea Segre e Stefano Liberti, con Mare Chiuso, sono state raccolte le testimonianze dirette di alcuni dei sopravvissuti eritrei che, il 6 maggio 2009, vennero intercettati in acque internazionali e rimandati in Libia. In un anno, tra quel maggio 2009 e il 2010, circa mille migranti subsahariani, molti dei quali avrebbero avuto diritto all’asilo, sono stati indiscriminatamente respinti in mare dall’Italia, in piena violazione di tutte le convenzioni internazionali. Persone scaricate come pacchi, anzi peggio, nemmeno identificate. Riconsegnate nelle mani dei soldati di Gheddafi, cioè dei carnefici da cui scappavano.

Nei video dei telefonini, i canti e la gioia illusa dell’approdo in terra protetta, poi i militari italiani, l’ordine dall’alto, il cambiamento di rotta – direzione Tripoli; le suppliche di donne incinte e uomini inermi dopo giorni di viaggio, la ribellione, di chi sa cosa lo attende se torna indietro. I famigerati campi di detenzione libici Zliten, Tweisha o Khasr El Bashir. Botte, scariche elettriche, stupri e abusi. Torture. Ben risapute dal governo berlusconiano del “Trattato di Amicizia” con la Libia e già magnificamente documentate nella prima opera di Andrea Segre e Dagmawi Ymer “Come un Uomo sulla Terra”, di cui Mare Chiuso, funge da capitolo successivo. Anzi, è il sintomo di un degrado ulteriore, di una colpa maggiore, perché l’allora realtà di violazioni, remota nel deserto, era soprattutto libica: ora è più vicina; la nave è italiana, la responsabilità innegabile. Nostra.

Con questo documentario unico, patrocinato dall’Unhcr e Amnesty Italia, con il sostegno dell’Open Society Foundations, la storia nascosta e rimossa dei respingimenti, diventa immagine tangibile. Volti. Di Semere Kahsay, giovane eritreo: per fare partorire in sicurezza la moglie Tsige, la imbarca verso l’altra sponda, ma lui viene successivamente respinto. Detenuto nei lager libici, poi la guerra e la fuga in Tunisia. Volti. Dei profughi eritrei, etiopi, somali respinti, che oggi ancora “invecchiano” sotto le tende bollenti del campo di Shousha in Tunisia, dove i due documentaristi li hanno rintracciati. Hanno nomi, e ricordi precisi. E poi, custodite ad ogni costo, le prove dei telefonini, dove si profila la grande nave che “schiaccerà” le vite del barcone. Marina militare italiana. Ministero dell’Interno. Ma ci sono anche i volti che non si vedranno mai più, quelli che, dopo essere stati respinti, hanno riprovato ancora la traversata per ricongiungersi ai parenti o sfuggire ancora alla guerra, e sono annegati. A testimoniare per loro, c’è Ermias Berhane, rinchiuso nel Cara di Crotone, uno dei 9 sopravvissuti sui 72 del barcone rimasto in panne a marzo 2011 e sorvolato da un elicottero della Navy, ma abbandonato a morte sicura, a pochi nodi da Lampedusa.

Respingimenti, operati in piena illegalità. Lo dimostra la recente sentenza della Corte europea di Strasburgo, che ha condannato l’Italia all’unanimità per violazione dell’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, per trattamenti degradanti e tortura. Una sentenza che è  “pietra miliare”, come ha dichiarato Amnesty, ottenuta grazie alla tenacia di due avvocati: Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci. Perché questo non accada mai più.

Scappavi dalle dittature e ti ritrovasti nell’ingranaggio di un’altra violenza,  politica, nostrana, culturale. Quella del fantasma di un’“invasione”. Urgente scoprire quale malattia della psiche collettiva ha reso possibile quel disumano.

L’asilo, invece, ha il volto dell’abbraccio indicibile di un padre che incontra per la prima volta la propria figlia che non ha visto nascere; e la promessa mantenuta di un Chupa-Chups. Bisognerà tenerci stretta dentro quella emozione, per continuare a vigilare la politica sull’immigrazione e i suoi angoli ancora troppo bui. Questa drammatica pagina italiana non è chiusa. Comincia solo oggi ad essere svelata e scritta.

@flore murard-yovanovitch, pubblicato su Agenzia Radicale, 15 marzo 2012

La noncasualità dei roghi di campi Rom

marzo 5, 2012 § Lascia un commento

Strano come, nell’indifferenza generale, i “campi rom” vadano a fuoco in questo Paese. Ultimo di una lunga catena, da Ponticelli a oggi, l’incendio del 2 marzo scorso (valutato come accidentale ma avvenuto a poca distanza da una manifestazione organizzata dal Pdl contro i “nomadi”) del campo del Parco della Marinella a Napoli, con due feriti; dopo i ripetuti incendi di gennaio nel insediamento di viale Maddalena. Una ripetizione, che fa dichiarare a Rodolfo Viviani, presidente dell’associazione radicale “Per la Grande Napoli”: “Assistiamo a una drammatica catena di fatti che è impossibile ricondurre a casualità. Campagne stampa, interventi repressivi, incendi”.

A seguito del tentato pogrom di Torino, nel dicembre scorso, un embrione di reazione anti-razzista sembrava nascere nella società civile, ma sembra, a posteriori, più un’onda emotiva in reazione alla strage dei senegalesi a Firenze che vera presa di coscienza della drammatica crescita in Italia dell’antiziganismo, dell’odio contro questa minoranza specifica. Anche da vittime, i Rom sono trattati in secondo piano.

Invece è allarmante l’escalation dal 2008 a oggi, che spesso non viene nemmeno raccontata dai media, di aggressioni e attacchi razzisti particolarmente gravi contro i campi rom nelle vicinanze di grandi città come Milano, Napoli, Pisa, Roma e Venezia; con incendi dolosi che hanno talvolta messo in pericolo la vita dei loro abitanti, in certi casi costretti ad andarsene sotto la protezione della polizia. Atti di violenza collettiva, a volte quasi pianificata, come a Torino.

Quei roghi vengono ad aggiungersi alle gravi forme di emarginazione e di discriminazione che subiscono la maggior parte dei Rom e Sinti, nel loro quotidiano. Circa un terzo, siano essi cittadini italiani o meno, vive in campi “nomadi” praticamente segregato dal resto della società e senza avere accesso ai servizi più basilari, come educazione e salute. Senza parlare della questione alloggio, mai davvero affrontata dalle autorità locali. Anzi, su di loro e come gruppo, sono piovute le cosiddette misure di “emergenza” del “pacchetto sicurezza”, alcune riguardanti esplicitamente i Rom o i “nomadi” e utilizzate in modo discriminatorio: censimenti effettuati in insediamenti abitati esclusivamente da Rom, raccolta, spesso non volontaria, delle impronte digitali; e strapotere conferito ai Prefetti nella gestione di uno pseudo “stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi”. Leggere: sgomberi forzati e abusi quotidiani. Non a caso, la maggior parte delle denunce di presunti maltrattamenti commessi dalle forze dell’ordine riguarda atti compiuti nei confronti di Rom. Tutte politiche che rafforzano l’impressione che i Rom siano presi di mira proprio dalle autorità e che legittimano l’intolleranza popolare invece di contrastarla.

Una deriva chiaramente xenofoba in Italia, che invece non è stata passata sotto silenzio dalla Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI), organo indipendente di monitoraggio istituito dal Consiglio d’Europa per la tutela dei diritti umani. Nel Rapporto sull’Italia 2012 (che rispecchia la situazione fino a giugno 2011), dichiara: “Si respira un clima generale fortemente negativo rispetto ai Rom: i pregiudizi esistenti nei loro confronti si riflettono talvolta negli atteggiamenti e nelle decisioni adottate dai politici, o sono da queste rafforzati”. O, ancora, è “in aumento il discorso razzista e xenofobo in politica, che prende di mira neri, africani, rom, romeni, (…) immigrati in generale; in certi casi, certe dichiarazioni hanno provocato atti di violenza contro questi gruppi”.

L’Ecri punta il dito sulla radice del problema: la relazione che esiste tra discorso razzista e violenza a sfondo razziale. E’ infatti nel linguaggio che si opera la progressiva disumanizzazione dell’altro. Nell’uso improprio della parola “nomadi”, per etichettare cittadini che per la metà sono italiani e appartengono a gruppi che vivono in Italia da secoli. O nell’uso di termini che suggeriscono una minaccia, una presunta pericolosità. Perché le parole sono armi. L’ECRI intanto è convinta che il contesto attuale richieda una reazione urgente, molto più incisiva, da parte delle autorità italiane. “Adottare fermi provvedimenti per combattere l’uso di discorsi xenofobi da parte dei partiti politici o dei loro esponenti o di discorsi che costituiscano un incitamento all’odio razziale e, in particolare, ad adottare delle disposizioni legali finalizzate alla soppressione dei finanziamenti pubblici per i partiti politici che fomentano il razzismo o la xenofobia”. Si potrebbe iniziare ad applicare le leggi in materia. Ogni riferimento a un partito politico in particolare, è puramente casuale.

@floremy, pubblicato su Agenzia Radicale, 05 marzo 2012

L’antifatalismo dei cittadini a pedali

marzo 2, 2012 § Lascia un commento

Per le strade, sulla rete e grazie al passaparola, corre la rivolta dei ciclisti, ancora invisibile al mainstream, ma che promette di diventare onda. La campagna #salvaiciclisti, che in solo tre settimane è passata dal web al Parlamento, cresce di ora in ora e conquista anche i sostegni dei sindaci. Stanchi di farsi ammazzare (2556 vittime in meno di dieci anni), con l’unica colpa di aver scelto la lentezza per mobilità, i cittadini a pedali chiedono norme di sicurezza diverse, limiti di velocità a 30km/h, piste ciclabili e riconoscimento da parte della politica. Per cambiare strade e teste.

A ben guardare questa piccola ribellione italiana per rivendicare l’inalienabile diritto a pedalare, è il segno di qualcosa di più profondo; la scelta di non subire il diktat della rassegnazione (il ritornello “non cambia niente in questo Paese”), dell’assuefazione alle abitudini e al credo diffuso nell’Italia del 21° secolo, siano normali traffico-paralisi, vita-ingorgo e strada-morte. Una lotta che nasce dal corpo del ciclista, per esigere sicurezza e protezione, potrebbe diventare un dirompente cambiamento del nostro intero ambiente culturale. Tramutare gli odierni rapporti aggressivi sado-masochistici in sorrisi e incontri, rifiutare le mille piccole negazioni del quotidiano verso una società della nonviolenza. Questa alzata di testa dei ciclisti è soprattutto uno sberleffo al fatalismo diffuso, che vorrebbe che mai e poi mai potesse cambiare questo totem suicidio della vita-macchina. E’ il rifiuto radicale di una cultura che ha sempre negato la trasformazione possibile.

Invece l’alternativa esiste. E i ciclisti potrebbero diventarne gli avanguardisti, anzi lo sono già. Perché la bicicletta è strumento tangibile di una piccola rivoluzione. È leggera, no-oil, non ruba spazio, non inquina: è l’antidoto alla crisi del petrolio e alla “crisi” tout-court. Rimette in movimento, riconquista l’aria e il tempo e soprattutto fa riscoprire l’altro: cura le nevrosi cittadine e altre urbane follie.

Lo diceva già nel 1973 Ivan Illich, in un visionario saggio “Elogio della bicicletta” (Bollati Boringhieri) che è esaltante – ma anche terrificante – rileggere a quarant’anni di distanza, senza che nulla sia cambiato, anzi con il dominio sempre più massiccio delle auto sulle nostre vite. In quelle pagine, Illich dimostrava che l’ossessione per più velocità e indipendenza (una macchina per tutti) ci ha resi meno mobili; e, senza l’uso dell’energia cinetica, meno uguali. Insomma, la macchina-alienazione ci costa ogni giorno spreco di “tempo sociale”, meno libertà e meno equità. Ruba spazio alla collettività e lo riduce a corsie e marciapiede; privatizza il bene comune-città e rende ciclisti e “pedoni” degli alieni. I poveri ridotti a giornate in bus e periferie lontane, deprivati della polis. Peggio, aggiungerei: regala la città alla mobilità maschile (del lavoratore frettoloso), relegando quelli che praticano un’altra lentezza – anziani, donne e bambini – in parchi e recinti.

Solo la bicicletta può riaprire la città all’accesso di tutti, scombussolare le mappe della disuguaglianza, ricreare convivialità. Ridare un’immagine femminile alla città. Come flusso, sogno e lentezza libera. E’ in corso una piccola rivoluzione a pedali, tocca a voi saper montare in sella.

@floremy, pubblicato su Agenzia Radicale, 01 marzo 2012

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