Cie: «Un luogo adatto per qualsiasi creatura, tranne un essere umano»

febbraio 5, 2012 § Lascia un commento

Si può finire in un CIE essendo stato un giovane oppositore del regime di Ben Ali ed un esponente di rilievo della Primavera araba? Sì, in Italia si può. Basta un complicato misto di burocrazia, sanatoria truffa e  transizione politica in corso al proprio Consolato, tra funzionari e diplomatici ancora imbrigliati tra vecchio regime e nuovo corso. Omar è un giovane tunisino di 27 anni, con la ricevuta della richiesta del permesso di soggiorno in mano, che è stato brutalmente rinchiuso nel Centro di Identificazione e Espulsione di Ponte Galeria per un mese. Eppure di recente era stato incaricato Segretario Generale dell’Istanza Regionale Indipendente per le Elezioni (tunisine) in Italia (Irie), per assicurare elezioni trasparenti alla comunità tunisina residente. Grazie alla mobilitazione diplomatica tra Tunisia e Italia e di attori della società civile, è uscito dal Cie. Ecco la sua storia, raccontata durante il primo corso di un ciclo di approfondimento per giornalisti, “Cie: istruzioni per l’uso”, organizzato dalla campagna LasciateCIEntrare per raccontare cosa vi succede, malgrado la censura ancora in atto.

«“Benvenuto ad Abu Ghraib”. Così mi hanno “accolto” i detenuti del Cie di Ponte Galeria quella notte, quando ho varcato le grate. Mi tornarono in mente le immagini di repressione durante la mia adolescenza di giovane oppositore al regime di Ben Ali. La parola libertà è una parola densa di significato, facile da pronunciare, solo qualche lettera, ma nella vita reale costa. In Tunisia, per essa è stato versato il sangue di 500 ragazzi uccisi in meno di 20 giorni negli scontri. Sono fiero di essere tunisino, un popolo che ha fatto la sua rivoluzione e si è liberato da solo.

«La dittatura la conosco bene, sulla mia pelle. Per tutta la mia infanzia, la mia famiglia è stata perseguitata dagli sbirri del regime di Ben Ali, e persino espulsa dalla nostra città natale, Monastir. Mio padre, da imam, pronunciava discorsi contro il regime, invitando i compaesani a disobbedire; presto in compagnia degli studenti ribelli, ho partecipato a scioperi e manifestazioni dissidenti e sono finito nel mirino delle spie al liceo, e poi delle milizie del regime, tra botte e intimidazioni. Appena ne ho avuta l’occasione, con il visto ottenuto per una gita scolastica, sono fuggito e rimasto in Francia fino al 2006. Poi l’Italia, dove ho fatto tutti i lavori saltuari possibili fino a ricoprire questo incarico di organizzare le prime elezioni libere della Assemblea Costituente. Sono stato nominato direttamente dall’Istanza superiore indipendente per le elezioni tunisine, un massimo onore!

«Ma quel giorno, malgrado fossi ufficialmente in attesa regolare del rilascio definitivo del permesso di soggiorno e in possesso della ricevuta, sono venuti a prelevarmi in albergo e mi hanno portato nel Cie di Ponte Galeria. Sono diventato un numero, con il quale sono stato sempre chiamato durante il mio “soggiorno”. Il proprio nome scompare. Mi sono chiesto: in quale struttura sono rinchiuso? Cos’è questo luogo con uomini appesi alle grate delle gabbie che ti fissano come in uno zoo? Come sono possibili gabbie dove vengono ammucchiate 8 persone l’una sull’altra? Quei posti sono adatti a detenere qualsiasi animale o creatura, ma non un essere umano.

«Quel freddo, il cibo che t’indebolisce più che darti forza, e le prime piogge, in ciabatte. Effetto, quest’ultimo, di una Circolare della Prefettura, per scongiurare rischi di fuga. I controlli permanenti e le botte delle forze di polizia e militari (25 uomini per ogni detenuto), le ripetitive e ossessive perquisizioni con i cani addosso, anche solo per andare a mangiare, e quella cinepresa di video sorveglianza, sulla testa 24 ore su 24. Il faretto sparato in faccia in piena notte. Ammanettato, in pigiama. Solo a ricordare mi viene da piangere. C’è una vera guerra psicologica, lì dentro. Ti vogliono distruggere, farti crollare. Infatti circolano massicce dosi di psicofarmaci, gli “ospiti” vengono imbottiti di gocce e deambulano come zombie. C’è un altro mondo, lì dentro. Tutte le nazionalità e tutte le storie del mondo ci finiscono. Convivevo nella mia cella con tanti stranieri finiti lì per un niente, solo perché gli mancava un documento».

Persone che non hanno commesso nessun reato, ma private della loro libertà, fino a 18 mesi, senza accesso alla legge. Una “accoglienza” che è detenzione amministrativa, risultato della fabbrica della clandestinità prodotta dalle leggi stesse in materia di ingresso, rinnovo del visto, accesso al lavoro… Persone. Parcheggiate. Ridotte a oggetti e a subire violenze permanenti. Questo però, come recita l’art.3 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, si chiama “trattamento inumano e degradante”. Ed è un abuso, una violazione dei diritti umani, passibile di sanzioni. Quando ci sveglieremo, capiremo che, di storie come quella di Omar, i Centri di detenzione per migranti sono piene, in questo confine dello Stato italiano, dove il diritto non è mai arrivato. E richiamano un nostro urgente risveglio etico.

* Omar è un nome di fantasia per tutelare il testimone.

@Agenzia Radicale, 01 02 2012

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