Lampedusa: l’accoglienza della detenzione

ottobre 13, 2011 § Lascia un commento

Finalmente la parola è detta. I centri di accoglienza italiani sono in realtà prigioni. Ci è voluto il rapporto dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa per svelare la realtà: detenzione al posto dell’accoglienza, repressione al posto della solidarietà. Sono anni che la società civile italiana denuncia le condizioni disumane di quei centri, che siano Centri di identificazione e Espulsione (Cie), Centri per Richiedenti Asilo (Cara) o Centri di soccorso e prima accoglienza (CSPA). Materassi umidi di muffa, gettati a terra, a volte a cielo aperto e nella polvere, “gabbie” dove si affastellano uomini ridotti a corpi, a oggetti. Mai considerati esseri umani. Maltrattamenti e pestaggi quotidiani, perquisizioni che tolgono la dignità. Parossismo di uomini in mutande di fronte a militari in tenuta antisommossa… ricordi di Genova. Solo che questa volta la pelle è nera o olivastra, quella di giovani che fuggono da violenze, povertà, repressione politica, per gettarsi, nudi, in un‘altra forma di violenza. Verso l’impazzimento.  A colpi di insulti, di “maiali”, lanciati a fieri maghrebini che hanno appena fatto crollare intere dittature; il pranzo, a volte gettato a terra, come l’osso ai cani, per provocare le risse, per il divertimento di alcune guardie – quelle che prima o poi si sono “identificate” con il sistema carcere.

Reazioni di autolesionismo, le loro. Il grido soffocato delle braccia tagliuzzate; lamette e lampadine ingoiate. Poter uscire solo un istante, anche se per andare in infermiera. Per un istante avere il diritto raro alle cure, da condizioni igienico-sanitarie pressoché assenti. Sì, sono quei gesti, quelle parole, la “vita” quotidiana dei Cie e dei CSPA italiani. Niente sorriso, niente accoglienza, ma soprattutto niente uguaglianza. Perché l’unico pensiero, che permette a tali luoghi di esistere o di funzionare, la “sottocultura” di quei luoghi, è solo il sottile o manifesto razzismo.

Perché non ci si è mai interrogati, nemmeno a sinistra, sulla palese contraddizione della parola “accogliere”… dietro cancelli chiusi, del ridurre uomini a “pacchi” da catalogare, mettere in fila, trasferire, sballottare, stivare? Perché non ci si è mai chiesti se abbia ancora un minimo di senso nel 21° secolo di gestire l’immigrazione come se fosse un’“emergenza”, a colpi di decreti e protezione civile, come se fosse una calamità naturale, allorché è fenomeno strutturale, destinato a crescere e di fronte al quale, insieme a questi popoli migranti, bisognerà trovare nuove idee, creative. Invece del sistema detenzione-repressione, immaginare un’accoglienza dell’uguaglianza fondata sull’intrinseca uguaglianza psichica tra gli esseri umani.

Dietro quella “gestione” si celano infatti retro pensieri, serpeggia perfino l’idea di “razza”: quelli sono “diversi”; è intrinsecamente nella loro natura “delinquere”; devono quindi essere “gestiti”, “controllati”, “rinchiusi”. Se non fatti scomparire in ignote carceri o su navi galleggianti: distolti dallo sguardo. Perché nei recenti “deliri” lampedusani, che sono solo l’avamposto, il microcosmo del cancro leghista che ammorba il Paese, sembra l’unica cosa che conti davvero: non vederli. Non vedere quei visi. L’“accoglienza”: un’altra ipocrisia per annullare il diverso. Negargli l’identità umana.

Ecco allora che la dichiarazione del Consiglio di Europa dice una verità: che “non deve stupire” la reazione degli immigrati a Lampedusa. Uomini derubati, senza un motivo, della loro libertà e delle loro vite, dei loro sogni, hanno il diritto di ribellarsi. E l’incendio che già echeggia e divampa attraverso altri Cie d’Italia, tra proteste o fughe collettive, è la prova che la politica solo detentiva è un fallimento. Cie sovra militarizzati bruciano, non per la mancata sicurezza come hanno voluto credere e illudersi politici frettolosi, ma per la rabbia, per l’annullamento della speranza. Dietro il filo spinato, uomini ancora liberi dentro si ribellano contro la negazione della loro irriducibile identità umana.

Reazioni di autolesionismo, le loro. Il grido soffocato delle braccia tagliuzzate; lamette e lampadine ingoiate. Poter uscire solo un istante, anche se per andare in infermiera. Per un istante avere il diritto raro alle cure, da condizioni igienico-sanitarie pressoché assenti. Sì, sono quei gesti, quelle parole, la “vita” quotidiana dei Cie e dei CSPA italiani. Niente sorriso, niente accoglienza, ma soprattutto niente uguaglianza. Perché l’unico pensiero, che permette a tali luoghi di esistere o di funzionare, la “sottocultura” di quei luoghi, è solo il sottile o manifesto razzismo.

Perché non ci si è mai interrogati, nemmeno a sinistra, sulla palese contraddizione della parola “accogliere”… dietro cancelli chiusi, del ridurre uomini a “pacchi” da catalogare, mettere in fila, trasferire, sballottare, stivare? Perché non ci si è mai chiesti se abbia ancora un minimo di senso nel 21° secolo di gestire l’immigrazione come se fosse un’“emergenza”, a colpi di decreti e protezione civile, come se fosse una calamità naturale, allorché è fenomeno strutturale, destinato a crescere e di fronte al quale, insieme a questi popoli migranti, bisognerà trovare nuove idee, creative. Invece del sistema detenzione-repressione, immaginare un’accoglienza dell’uguaglianza fondata sull’intrinseca uguaglianza psichica tra gli esseri umani.

Dietro quella “gestione” si celano infatti retro pensieri, serpeggia perfino l’idea di “razza”: quelli sono “diversi”; è intrinsecamente nella loro natura “delinquere”; devono quindi essere “gestiti”, “controllati”, “rinchiusi”. Se non fatti scomparire in ignote carceri o su navi galleggianti: distolti dallo sguardo. Perché nei recenti “deliri” lampedusani, che sono solo l’avamposto, il microcosmo del cancro leghista che ammorba il Paese, sembra l’unica cosa che conti davvero: non vederli. Non vedere quei visi. L’“accoglienza”: un’altra ipocrisia per annullare il diverso. Negargli l’identità umana.

Ecco allora che la dichiarazione del Consiglio di Europa dice una verità: che “non deve stupire” la reazione degli immigrati a Lampedusa. Uomini derubati, senza un motivo, della loro libertà e delle loro vite, dei loro sogni, hanno il diritto di ribellarsi. E l’incendio che già echeggia e divampa attraverso altri Cie d’Italia, tra proteste o fughe collettive, è la prova che la politica solo detentiva è un fallimento. Cie sovra militarizzati bruciano, non per la mancata sicurezza come hanno voluto credere e illudersi politici frettolosi, ma per la rabbia, per l’annullamento della speranza. Dietro il filo spinato, uomini ancora liberi dentro si ribellano contro la negazione della loro irriducibile identità umana.

 

 

 

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