La poesia? restaurare il vuoto del mondo

ottobre 18, 2011 § Lascia un commento

Diceva il poeta Andrea Zanzotto. “La missione del poeta? E’ come restaurare il vuoto che c’è nel mondo, attraverso la trama di versi, di ritmi”… Intervista ad Andrea Zanzotto da Marco Paolini, regia Carlo Mazzacurati.

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Pina, la danza umana

ottobre 18, 2011 § Lascia un commento

 Si può filmare un corpo che balla? Si può afferrare, con le immagini, quel movimento così irrazionale, che permette all’essere umano di esprimersi senza parole ? Come quella donna rossa che corre verso un uomo, poi sfugge, viene rincorsa, fugge ancora. O quell’altra che si «tuffa» nelle braccia di lui come si farebbe in un mare, per dire del «lasciarsi andare». Eterna danza uomo donna del desiderio della fuga e della speranza. La coreografa Pina Bausch ha dato una forma, col suo Tanztheater, alle emozioni umane.

Nel nuovo film di Wim Wenders, semplicemente «Pina», primo film sulla danza in 3D, tutto lo splendore della sua arte unica esplode sullo schermo. Wenders esplora un territorio vergine, filmando la fisicità totale dei corpi in movimento. Inventandosi la genialità di usare la cinepresa 3D (e l’arte di Alain Derobe), direttamente sul palcoscenico per dare profondità allo spazio, ma anche in mezzo e sulla pelle dei ballerini, come se la camera ballasse letteralmente con loro. Ma soprattutto sceglie di reinserire la danza nella realtà, nella natura. I ballerini della compagnia del Tanztheater di Wuppertal si muovono in scenari originali di foreste fiumi e scavi o in nordici paesaggi urbani, sotto o dentro tram sospesi, in una fabbrica o una piscina pubblica. Perché la danza non è solo dei teatri elitari, è ovunque, quotidiana. In noi.

La danza di Pina è quella nuova arte visionaria che, rifiutando la rigidità del classico, combina insolitamente danza e teatro (una ricerca talmente radicale che non fu capita ai suoi albori, ma che poi la consacrò come coreografa di fama mondiale); per confrontarsi all’essere umano totale e parlare così profondamente a tutti noi. Delle nostre passioni ed emozioni, della rabbia e della vecchiaia, a volte con lucida ironia, quasi sull’orlo dell’assurdo. Quadri di Magritte in movimento nel suo minimalista « Caffè Muller » del 1978, interamente ballato da Pina ad occhi chiusi. Soprende come nel suo percorso creativo, la Bausch abbia esplorato e capito le dinamiche invisibili della psiche. Nel «Sacre du Printemps» (1975) mette in scena l’esplosione nata dall’incontro uomo donna, lei gli fa dono della sua vitalità rossa, e tutti, in una specie di arcaica guerra fra sessi su terra battuta, scandiscono la danza frenetica dell’invidia. O la gioia in « Vollmond » (2006), in uno scenario argenteo onirico, donne e uomini ballano la leggiadria dell’amore tra rocce primarie tempeste e pioggia che bagna tutti e fa risplendere i corpi. Poesia Pina.

Con il suo metodo di lavoro delle «domande e risposte», la Bausch chiedeva ai suoi danzatori di rispondere a un tema con un abbozzo di movimento. Dai loro gesti improvvisati costruiva intere e sapienti pièces che, destrutturando il balletto, ne preservavano la tensione drammatica, a volte selvaggia. Dopo la morte improvvisa di Pina, il 3 giugno 2009, a qualche giorno dalle riprese, Wenders ha fatto suo il «metodo» della coreografa e chiesto ai ballerini della sua compagnia di ballare un ricordo personale di Pina. Sono nati straordinari «assoli» di una donna depressa che si tira su per i capelli o del ballo primitivo di un uomo giunto in cima alla montagna.

Pina ha inventato un linguaggio nuovo. Espressività totale di braccia e piedi, salti di leggerezza assoluta, tecnica perfetta. Danza ma anche teatro, sceneggiature, pianti e parole. Un nuovo vocabolario aperto e globale che fa capire che «abitare» il corpo è anche un fatto mentale ed esprimersi con la danza rende più umani. Se l’umanità tutta ballasse di più, ci sarebbero sicuramente meno guerre e conflitti. Vedere questo capolavoro è un po’ riscoprire una danza interna, universale. Come diceva Pina stessa « Balliamo, balliamo, altrimenti siamo perduti ».

16oct11 @Agenzia Radicale

Per un’insurrezione della fantasia

ottobre 15, 2011 § Lascia un commento

La lunga attesa di una fine del neoliberismo, la tanta sete di “cambiamento”, rischia oggi di farsi strada “con la rabbia dentro”, invece che con la fantasia. Con la distruttività, invece che con un chiaro rifiuto nonviolento al mors tua vita mea ufficiale. Ovunque in Europa e ormai nel mondo i riots in Inghilterra, le proteste greche, gli indignados ormai intercontinentali, sono segnali precursori dell’insurrezione mondiale in atto e a venire, dell’emergere di una voglia alternativa su scala globale.

Ma gli indignados hanno davvero un pensiero alternativo, una nuova proposta socio-culturale che vada oltre il capitalismo? Alla violenza assoluta del sistema che deruba vite e identità, i rivoltosi finora rispondono solo con una disperata indignazione e un malcontento speculare alle istituzioni dell’oppressione. Non ancora con un pensiero di vera rottura con il capitalismo. E ci possiamo chiedere se invece di volersi arrogare i privilegi del potere, saranno davvero capaci di abbandonare definitivamente l’attuale pensiero dominante. Di non esigere il posto fisso, la macchina e la pensione, ma praticare un nuovo stile di vita: in bici, col GAS (Gruppo d’Acquisto Solidale) e lo scambio di saperi; praticare una economia partecipata, condivisa, ambientalista, unica prassi a poter davvero stroncare le fondamenta del sistema e produrre cambiamento concreto e duraturo. Come d’altronde la futura società post-capitalista si sta già costruendo nel laboratorio di invenzione dal basso, nei mille pollini in fermento, dal consumismo critico all’open source, con una nuova economia della condivisione che rimetta al centro le persone, donne bambini e migranti, e le relazioni e rapporti nonviolenti.

La vera natura di questa ribellione, più profondamente, è il rifiuto collettivo, mondiale, della distruttività del sistema capitalista; invece di uno speculare scontro con lo stesso linguaggio, deve diventare un chiaro no all’oppressione umana scaturita dal capitale: un “no” che si coaguli in un’alchimia nuova che dia forza nella Storia di fare un vero rifiuto del disumano e contemporaneamente proporre un’immagine nuova dell’essere umano. Una possibile trasformazione sociale che sia psichica, e non solo materiale, come invece si è sempre agito nelle rivoluzioni passate. Liberazione delle menti. Non solo “dal debito”.

Non quindi con la “rabbia dentro” come hanno annunciato alcuni militanti del movimento studentesco, ma con il sogno dentro! Trasformiamo l’insurrezione ormai inevitabile, come avrebbero detto i neo situazionisti, e particolarmente il visionario Berardi Bifo, in un’insurrezione dell’“intelligenza collettiva”. Noi diciamo: un’insurrezione della fantasia collettiva.

Lampedusa: l’accoglienza della detenzione

ottobre 13, 2011 § Lascia un commento

Finalmente la parola è detta. I centri di accoglienza italiani sono in realtà prigioni. Ci è voluto il rapporto dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa per svelare la realtà: detenzione al posto dell’accoglienza, repressione al posto della solidarietà. Sono anni che la società civile italiana denuncia le condizioni disumane di quei centri, che siano Centri di identificazione e Espulsione (Cie), Centri per Richiedenti Asilo (Cara) o Centri di soccorso e prima accoglienza (CSPA). Materassi umidi di muffa, gettati a terra, a volte a cielo aperto e nella polvere, “gabbie” dove si affastellano uomini ridotti a corpi, a oggetti. Mai considerati esseri umani. Maltrattamenti e pestaggi quotidiani, perquisizioni che tolgono la dignità. Parossismo di uomini in mutande di fronte a militari in tenuta antisommossa… ricordi di Genova. Solo che questa volta la pelle è nera o olivastra, quella di giovani che fuggono da violenze, povertà, repressione politica, per gettarsi, nudi, in un‘altra forma di violenza. Verso l’impazzimento.  A colpi di insulti, di “maiali”, lanciati a fieri maghrebini che hanno appena fatto crollare intere dittature; il pranzo, a volte gettato a terra, come l’osso ai cani, per provocare le risse, per il divertimento di alcune guardie – quelle che prima o poi si sono “identificate” con il sistema carcere.

Reazioni di autolesionismo, le loro. Il grido soffocato delle braccia tagliuzzate; lamette e lampadine ingoiate. Poter uscire solo un istante, anche se per andare in infermiera. Per un istante avere il diritto raro alle cure, da condizioni igienico-sanitarie pressoché assenti. Sì, sono quei gesti, quelle parole, la “vita” quotidiana dei Cie e dei CSPA italiani. Niente sorriso, niente accoglienza, ma soprattutto niente uguaglianza. Perché l’unico pensiero, che permette a tali luoghi di esistere o di funzionare, la “sottocultura” di quei luoghi, è solo il sottile o manifesto razzismo.

Perché non ci si è mai interrogati, nemmeno a sinistra, sulla palese contraddizione della parola “accogliere”… dietro cancelli chiusi, del ridurre uomini a “pacchi” da catalogare, mettere in fila, trasferire, sballottare, stivare? Perché non ci si è mai chiesti se abbia ancora un minimo di senso nel 21° secolo di gestire l’immigrazione come se fosse un’“emergenza”, a colpi di decreti e protezione civile, come se fosse una calamità naturale, allorché è fenomeno strutturale, destinato a crescere e di fronte al quale, insieme a questi popoli migranti, bisognerà trovare nuove idee, creative. Invece del sistema detenzione-repressione, immaginare un’accoglienza dell’uguaglianza fondata sull’intrinseca uguaglianza psichica tra gli esseri umani.

Dietro quella “gestione” si celano infatti retro pensieri, serpeggia perfino l’idea di “razza”: quelli sono “diversi”; è intrinsecamente nella loro natura “delinquere”; devono quindi essere “gestiti”, “controllati”, “rinchiusi”. Se non fatti scomparire in ignote carceri o su navi galleggianti: distolti dallo sguardo. Perché nei recenti “deliri” lampedusani, che sono solo l’avamposto, il microcosmo del cancro leghista che ammorba il Paese, sembra l’unica cosa che conti davvero: non vederli. Non vedere quei visi. L’“accoglienza”: un’altra ipocrisia per annullare il diverso. Negargli l’identità umana.

Ecco allora che la dichiarazione del Consiglio di Europa dice una verità: che “non deve stupire” la reazione degli immigrati a Lampedusa. Uomini derubati, senza un motivo, della loro libertà e delle loro vite, dei loro sogni, hanno il diritto di ribellarsi. E l’incendio che già echeggia e divampa attraverso altri Cie d’Italia, tra proteste o fughe collettive, è la prova che la politica solo detentiva è un fallimento. Cie sovra militarizzati bruciano, non per la mancata sicurezza come hanno voluto credere e illudersi politici frettolosi, ma per la rabbia, per l’annullamento della speranza. Dietro il filo spinato, uomini ancora liberi dentro si ribellano contro la negazione della loro irriducibile identità umana.

Reazioni di autolesionismo, le loro. Il grido soffocato delle braccia tagliuzzate; lamette e lampadine ingoiate. Poter uscire solo un istante, anche se per andare in infermiera. Per un istante avere il diritto raro alle cure, da condizioni igienico-sanitarie pressoché assenti. Sì, sono quei gesti, quelle parole, la “vita” quotidiana dei Cie e dei CSPA italiani. Niente sorriso, niente accoglienza, ma soprattutto niente uguaglianza. Perché l’unico pensiero, che permette a tali luoghi di esistere o di funzionare, la “sottocultura” di quei luoghi, è solo il sottile o manifesto razzismo.

Perché non ci si è mai interrogati, nemmeno a sinistra, sulla palese contraddizione della parola “accogliere”… dietro cancelli chiusi, del ridurre uomini a “pacchi” da catalogare, mettere in fila, trasferire, sballottare, stivare? Perché non ci si è mai chiesti se abbia ancora un minimo di senso nel 21° secolo di gestire l’immigrazione come se fosse un’“emergenza”, a colpi di decreti e protezione civile, come se fosse una calamità naturale, allorché è fenomeno strutturale, destinato a crescere e di fronte al quale, insieme a questi popoli migranti, bisognerà trovare nuove idee, creative. Invece del sistema detenzione-repressione, immaginare un’accoglienza dell’uguaglianza fondata sull’intrinseca uguaglianza psichica tra gli esseri umani.

Dietro quella “gestione” si celano infatti retro pensieri, serpeggia perfino l’idea di “razza”: quelli sono “diversi”; è intrinsecamente nella loro natura “delinquere”; devono quindi essere “gestiti”, “controllati”, “rinchiusi”. Se non fatti scomparire in ignote carceri o su navi galleggianti: distolti dallo sguardo. Perché nei recenti “deliri” lampedusani, che sono solo l’avamposto, il microcosmo del cancro leghista che ammorba il Paese, sembra l’unica cosa che conti davvero: non vederli. Non vedere quei visi. L’“accoglienza”: un’altra ipocrisia per annullare il diverso. Negargli l’identità umana.

Ecco allora che la dichiarazione del Consiglio di Europa dice una verità: che “non deve stupire” la reazione degli immigrati a Lampedusa. Uomini derubati, senza un motivo, della loro libertà e delle loro vite, dei loro sogni, hanno il diritto di ribellarsi. E l’incendio che già echeggia e divampa attraverso altri Cie d’Italia, tra proteste o fughe collettive, è la prova che la politica solo detentiva è un fallimento. Cie sovra militarizzati bruciano, non per la mancata sicurezza come hanno voluto credere e illudersi politici frettolosi, ma per la rabbia, per l’annullamento della speranza. Dietro il filo spinato, uomini ancora liberi dentro si ribellano contro la negazione della loro irriducibile identità umana.

 

 

 

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