Clandestini: una psicopatologia europea

aprile 12, 2011 § Lascia un commento

Oggi forse solo la psichiatria può venirci in aiuto per afferrare il senso di inarrestabile piano inclinato verso il “disumano”, per diagnosticare quella che appare una malattia mentale italiana. Un Paese non più solo responsabile di una retorica xenofoba, della politica dei respingimenti e dei rimpatri illegali, ma del concreto “lasciare morire” uomini e donne a poche miglia dalle nostre coste. Nel cuore di un Mediterraneo saturato di radar, satelliti, controlli e pattugliamenti di Guardacostiere e missioni Frontex, come definire, caratterizzare e spiegare alla Storia, questa nostra odierna complicità passiva nel maltrattare i migranti africani? Lasciare morire o… “eliminare”?

Sì, certo, sarà colpa del barcone pieno di falle, del meteo e di Nettuno, ma per giungere a “lasciar” rovesciare una nave carica di centinaia di persone, anche donne con bambini, quali processi mentali lo hanno reso possibile? Qual è stata l’invisibile deriva dell’antropologia?

Grida e commenti, pure inorriditi e validi dei giornali, si arrestano però sulla soglia dell’indignazione morale (o peggio ai rimandi cristiani su una mancata “pietas” e “caritas”)… Urgente, oggi, sarebbe invece indagare gli strati più profondi della psiche italiana, per tentare di “vedere” cosa vi serpeggia: la violenza invisibile che è diventata la nostra “cultura”. Il pensiero latente veicolato dallo spettacolo mediatico e dalle dichiarazioni della massime cariche dello Stato (“clandestini” uguale “criminali”) insinua e radica l’idea di due umanità disuguali, come riassumeva con estrema lucidità Lidia Ravera sull’Unità del 7 aprile in “Diversamente umani”. “Clandestino” non è più infatti un termine che rispecchia o è legato alla realtà – migrazioni e problemi concreti dell’accoglienza – ma è scivolato lentamente a rivestire un’accezione nuova: “questi sono diversi da Noi”, “quelli non li vogliamo”, “quelli che possiamo derubare della libertà nei nostri Cie-prigioni”, “quelli che si possono lasciare morire o rimandare nel mare”. A ben vedere “clandestino” non equivarrebbe oggi a “essere inferiore”, quelli che noi (bianchi) europei, decidiamo di “espellere” dal genere umano?

Vogliamo vedere la radice inconscia del pensiero malato su una pseudo “inferiorità” dell’altro, che ha già condotto agli orrori della Storia, non è stata “curata” e debellata con la guerra-fine dei nazi-fascismi? Solo la conoscenza delle dinamiche inconsce e distruttive interumane permetterebbe di scorgere quell’enorme “pulsione di annullamento” (scoperta e teorizzata dallo psichiatra Massimo Fagioli) che scava nel cuore della nostra cultura. Solo un precedente “annullamento” dell’umanità dei migranti, dell’uguaglianza psichica alla nascita, potrebbe oggi spiegare quello che succede nel Mediterraneo. Non lager né “genocidio”, ma inquietanti analogie sulle dinamiche della psiche profonda nella Storia… Silenzio stampa, eppure in questo caso ci vorrebbe una cura collettiva.


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