Crisi e riscoperta affettiva

maggio 26, 2010 § Lascia un commento

La crisi grecaè la prova tangibile, se fosse necessario, che il sistema capitalista è arrivato al suo limite. Rischia di crollare in Grecia e, da noi, di diventare terribile“coazione a ripetere” della fabbricazione di un “capro espiatorio”nell’immigrato; segno che la cultura liberista non è stata capace di liberare l’uomo, di sostenere un’identità umana nonviolenta, basata sul rapporto con l’altro diverso da sé.

Più che convivenza dialettica, il vivere comune è diventato “dis-esistenza”, tempo libero al minimo, individualismo sfrenato e amicizia virtuale, nella nuova solitudine degli schermi; una società presa da un’improvvisa stanchezza psichica quando non dichiarata malattia, di xenofobia; una polis che ha “perso l’altro” e un Paese dove preme il senso di un “annerirsi nel profondo della dimensione collettiva” (Guido Crainz).

La crisi dunque non è congiunturale ma culturale. E diventa la nostra chance di cambiare radicalmente modello, anzi, di creare un paradigma nuovo alla base di una società non più “ricca” di beni, di profitti, di velocità, di lavoro (tutti sanno che esso sta scomparendo o almeno è in piena metamorfosi) ma “diversamente ricca”, come intuiva già Riccardo Lombardi: umanamente ricca.

L’alternativa al consumismo distruttivo è già iniziata attraverso una sotterranea ma vitale invenzione dal basso, in decine di reti, di scambio di saperi, di riciclaggio, di Gas, di esperienze di auto-organizzazione che rifiutano il dominio del capitale, del mors tua vita mea, e antepongono ai rapporti di produzione i rapporti umani.  A livello mondiale, in questi ultimi mesi sono stati pubblicati vari libri che si rimandano una strana e coincidente eco, come una nuova aria musicale: annunciano l’avvento di una svolta epocale.

Tra questi il Premio Nobel Jeremy Rifkin, per il quale l’”empatia” e la cooperazione saranno la cifra della futura civiltà, e l’economista Jacques Attali, che tra i sette principi di sopravvivenza elenca il bisogno di ripartire dalla consapevolezza della propria persona, dall’“intensità”, ovvero vivere pienamente, e dalla “creatività” per trasformare le minacce in opportunità. O ancora appena ieri mentre si dava la battuta finale a questo testo, la filosofa Michela Marzano, che propone una “civiltà degli affetti”.

Tutti si avvicinano all’intuizione di un nuovo tipo di cambiamento che non dovrà più venire dalle sovrastrutture neo-marxiste, dai massimi sistemi, dall’economia astratta, ma che parta invece dall’individuo, dai suoi rapporti con gli altri. Però né Rifkin né Attali sembrano conoscere la violenza psichica invisibile nei rapporti interumani, né la sua cura.

Non hanno gli strumenti teorici per “vedere” quanto questo sistema patriarcale sia basato sulla identificazione col padre, la castrazione del bambino, la “pulsione di annullamento” e  l’assenza umana; quanto ciò impedisca la realizzazione di un’identità irrazionale, verso una società di normali morti viventi, che fa di tutto per reprimere il bambino e la sua vitalità anche in età adulta. Intuiscono, ma non sanno, che l’unica trasformazione sociale o del mondo viene e verrà dalla mente umana.

Soltanto “una lotta, senza armi, soltanto rivoluzione del pensiero e della parola» (Massimo Fagioli), costruita sulle fondamenta di una propria identità nonviolenta, avrà la possibilità di creare una trasformazione sociale duratura e reale, non l’illusione effimera e senza identità del ’68 o ancora oggi nei vari sfoghi temporanei di manifestazioni senza futuro. In altre parole: è ora di vedere che gli esseri umani hanno “sete” e sono maturi per un’altra dimensione: non più quella cultura dominante basata su religione e ragione, ma ricerca dell’identità irrazionale nelle nostre vite che non annulli i sogni. Ma viva di questa straordinaria trasformazione, ogni giorno ricreata, tra pensiero non cosciente e cosciente.

Da dove nasce una nuova identità umana, più intelligente e affettiva. Il ragionamento del Premio Nobel è decisamente intuitivo e perspicace, ma al vago e cristiano concetto di “empatia”, preferiamo quelli di trasformazione e di affetto. Quella che è nell’aria e già cominciata è infatti una rivolta radicalmente nuova, mai ancora esistita: la riscoperta dell’affettività.

@Agenzia Radicale, 26 maggio 2010

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