Biciviltà

maggio 30, 2010 § Lascia un commento

ieri nella Critical Mass, un ciclista aveva inventato questa bell’espressione, visionaria. La civiltà delle bici: quelli che pedalano lenti, tra sorrisi e incontri, aperti, elfi diversi di una città in trasformazione. Possibile, in atto. Siamo sempre più numerosi. Il passaparola della rivoluzione del pedale funziona, un fiumo di bici ha invaso al Nomentana e poi la Tangenziale, che dovrebbe diventare immediata pista ciclabile. Attraverso la città, naso all’insù, felici e lenti, insieme. Un bambino di appena 3 anni in bici. Infinita tenerezza. senso che costruiamo il presente possibile. A bicicletta. ..

Critical Mass: la fantasia del pedale

maggio 28, 2010 § Lascia un commento

Riscoprire il flusso, il movimento lento, solo la bici può darlo. Li vedete di giorno quei ciclisti lenti, elfi diversi, rompere dalla loro leggera bellezza l’ingorgo assurdo? Talmente belli che a volta creano l’invidia dei automobilisti anacronistici. Questo venerdì 27 maggio, come, ogni venerdì e per tutto questo week-end interplanetario, la Critical Mass, parte dai Fori Imperiali a Roma per riprendersi la strada di tutti; Critical perché la bici è potenzialmente la scheggia di spina nel fianco del capitale. E’ no inquinante, no oil, va di pari passo con la fine del petrolio e dell’ideologia del consumo. Il suo mercato conosce d’altronde un vero boom mondiale; se usata massicciamente potrebbe avere colossali conseguenze di tipo “effetto pedalata” e persino ridisegnare le mappe e spazi della città. Scherzi a parte, se la bicicletta sicuramente non potrà rappresentare la “terza via” tra comunismo e liberismo, è senza dubbio un primo piccolo passo per il benessere cittadino, che coniughi mobilità, fluidità e serenità; la poesia in regalo.

In una società stra veloce che riduce i rapporti umani al minimo virtuale, pedalare permette anche relazioni più dirette. Ci si parla tra sconosciuti, si presta attenzione ai propri simili: la bici è “riscoperta dell’altro”. Secondo Marc Augé, c’è persino un «nuovo umanesimo dei ciclisti». Se questa formula è uno sberleffo a Sartre, in realtà svela una tendenza sociale dal basso già in atto: sempre più numerosi i cittadini che volendo riappropriarsi dell’uso dei cinque sensi, del tempo e del ritmo, della propria vita, scelgono la bici. A rischio della propria pelle, con un numero crescente di incidenti stradali dove un ciclista perde la vita, per il disprezzo, ovvero l’annullamento quotidiano omicidio di automobilisti in ritardo sulla strada del lavoro – e per una cultura urbana arretrata, ottocentesca, basata su un lavoratore- un mezzo che richiederebbe una totale riorganizzazione. Invece, rimane il tabù della società italiana chiusa nel proprio immobilismo e incapace di pensare il cambiamento, possibile.

Il ciclista urbano oggi non è un neo-hippy nostalgico o un pensionato in male di ginnastica, ma l’inventore di un nuovo equilibrio. E’ un avanguardista capace di vedere e risolvere il cuore del problema con una semplice pedalata. E’ l’esigenza di una società diversa, più lenta, che permetti la realizzazione di ognuno, su tempi e ritmi sostenibili, per ricostruire una convivenza nonviolenta. La bici è utopia concreta in grado di riconciliare una società malata con se stessa. PEDALA!!!!!!

 

Crisi e riscoperta affettiva

maggio 26, 2010 § Lascia un commento

La crisi grecaè la prova tangibile, se fosse necessario, che il sistema capitalista è arrivato al suo limite. Rischia di crollare in Grecia e, da noi, di diventare terribile“coazione a ripetere” della fabbricazione di un “capro espiatorio”nell’immigrato; segno che la cultura liberista non è stata capace di liberare l’uomo, di sostenere un’identità umana nonviolenta, basata sul rapporto con l’altro diverso da sé.

Più che convivenza dialettica, il vivere comune è diventato “dis-esistenza”, tempo libero al minimo, individualismo sfrenato e amicizia virtuale, nella nuova solitudine degli schermi; una società presa da un’improvvisa stanchezza psichica quando non dichiarata malattia, di xenofobia; una polis che ha “perso l’altro” e un Paese dove preme il senso di un “annerirsi nel profondo della dimensione collettiva” (Guido Crainz).

La crisi dunque non è congiunturale ma culturale. E diventa la nostra chance di cambiare radicalmente modello, anzi, di creare un paradigma nuovo alla base di una società non più “ricca” di beni, di profitti, di velocità, di lavoro (tutti sanno che esso sta scomparendo o almeno è in piena metamorfosi) ma “diversamente ricca”, come intuiva già Riccardo Lombardi: umanamente ricca.

L’alternativa al consumismo distruttivo è già iniziata attraverso una sotterranea ma vitale invenzione dal basso, in decine di reti, di scambio di saperi, di riciclaggio, di Gas, di esperienze di auto-organizzazione che rifiutano il dominio del capitale, del mors tua vita mea, e antepongono ai rapporti di produzione i rapporti umani.  A livello mondiale, in questi ultimi mesi sono stati pubblicati vari libri che si rimandano una strana e coincidente eco, come una nuova aria musicale: annunciano l’avvento di una svolta epocale.

Tra questi il Premio Nobel Jeremy Rifkin, per il quale l’”empatia” e la cooperazione saranno la cifra della futura civiltà, e l’economista Jacques Attali, che tra i sette principi di sopravvivenza elenca il bisogno di ripartire dalla consapevolezza della propria persona, dall’“intensità”, ovvero vivere pienamente, e dalla “creatività” per trasformare le minacce in opportunità. O ancora appena ieri mentre si dava la battuta finale a questo testo, la filosofa Michela Marzano, che propone una “civiltà degli affetti”.

Tutti si avvicinano all’intuizione di un nuovo tipo di cambiamento che non dovrà più venire dalle sovrastrutture neo-marxiste, dai massimi sistemi, dall’economia astratta, ma che parta invece dall’individuo, dai suoi rapporti con gli altri. Però né Rifkin né Attali sembrano conoscere la violenza psichica invisibile nei rapporti interumani, né la sua cura.

Non hanno gli strumenti teorici per “vedere” quanto questo sistema patriarcale sia basato sulla identificazione col padre, la castrazione del bambino, la “pulsione di annullamento” e  l’assenza umana; quanto ciò impedisca la realizzazione di un’identità irrazionale, verso una società di normali morti viventi, che fa di tutto per reprimere il bambino e la sua vitalità anche in età adulta. Intuiscono, ma non sanno, che l’unica trasformazione sociale o del mondo viene e verrà dalla mente umana.

Soltanto “una lotta, senza armi, soltanto rivoluzione del pensiero e della parola» (Massimo Fagioli), costruita sulle fondamenta di una propria identità nonviolenta, avrà la possibilità di creare una trasformazione sociale duratura e reale, non l’illusione effimera e senza identità del ’68 o ancora oggi nei vari sfoghi temporanei di manifestazioni senza futuro. In altre parole: è ora di vedere che gli esseri umani hanno “sete” e sono maturi per un’altra dimensione: non più quella cultura dominante basata su religione e ragione, ma ricerca dell’identità irrazionale nelle nostre vite che non annulli i sogni. Ma viva di questa straordinaria trasformazione, ogni giorno ricreata, tra pensiero non cosciente e cosciente.

Da dove nasce una nuova identità umana, più intelligente e affettiva. Il ragionamento del Premio Nobel è decisamente intuitivo e perspicace, ma al vago e cristiano concetto di “empatia”, preferiamo quelli di trasformazione e di affetto. Quella che è nell’aria e già cominciata è infatti una rivolta radicalmente nuova, mai ancora esistita: la riscoperta dell’affettività.

@Agenzia Radicale, 26 maggio 2010

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