Un “Concerto” da non perdere : emozioni a fior di note

marzo 14, 2010 § Lascia un commento

Un gitano sfida con il suo violino la bionda prima violinista di Francia. La seduce con le note, la tuffa nella folle musica nomade e la inebria di virtuosismi. Rivelando allo scetticismo di lei tutta la genialità di una millenaria cultura orale. Senza solfeggio né spartito; tutta suono: da dentro.

La spontaneità dell’anima slava, per dare una mossa e un respiro a una Parigi metafora di un Occidente chiuso nei suoi pregiudizi e impaurito dalle proprie emozioni. In questa scena forse c’è tanto de “Il Concerto” di Radu Mihaileanu, regista rumeno-ebreo dell’indimenticabile “Train de vie”. Esplosivo incontro tra  “civilizzati” e  “barbari dell’Est”, in un concerto improvvisato al Téâtre du Châtelet.

Solo che l’orchestra del Bolshoi che sbarcherà a Parigi non è quella vera, “ufficiale”. Ma quella di trent’anni prima: prima del licenziamento e dell’epurazione comunista. Il fax dell’invito è stato intercettato dall’ex direttore d’orchestra, Andreϊ Filipov, che oggi fa le pulizie nel teatro… Ma che sogna di potere, una sera sola, ridirigere la sua orchestra e sprigionare il Čajkovskij che suona da anni. Dentro. Il Concerto per violino e orchestra.

Con il suo amico violoncellista Sacha, oggi infermiere e Ivan, agente KGB improvvisato impresario, inizia l’impostura: l’improbabile assembramento a due settimane dal vero concerto di un’intera orchestra, con mezzi di fortuna… Stanare strumentisti caduti in miseria diventati tassisti, doppiatori di film porno, camerieri e, peggio, convincere ebrei sopravvissuti… e se manca un violonista, andare ad arruolarlo fra i gitani di strada nei campi rom. L’esilarante “caccia al musicista” attraverso una Mosca post-comunista – tra vodka, mafiosi e traffici di ogni genere – ricorda le migliori epiche balcaniche alla Kusturica: tra cadute d’umore, euforia improvvisa e frenetiche accelerazioni. Ne “Il Concerto” la trama è sostenuta da bravissimi attori russi, vere star nel loro paese (Alexei Guskov, Dmitry Nazarov e Valeri Barinov). Che si esprimono in un arcaico francese, antiquato da morire dalle risate (il film è assolutamente da vedere in lingua originale per non perdersi questa strizzata d’occhio a una intera generazione russa bilingue). Nonché dai famosi attori francesi Miou Miou e François Berleand. In un frenetico ritmo slavo, si mette su un’inverosimile orchestra costituita tutta da sfigati, diversi e dissidenti. Che in un’immagine di barbarica invasione conquisterà le strade della ville lumière… Un ensemble mezzo barbone e mezzo tzigano; colorato, senza scarpe e sempre in ritardo. Ma vitale, vitalissimo. Incanterà Parigi!

Non prima di avere snodato i misteri e i segreti della bella ma freddina, cartesiana, violonista francese (la splendida giovane star Mélanie Laurent, interprete di Bastardi senza gloria di Tarantino). Tra emozioni trattenute, scoperte d’identità, ricordi della dittatura stalinista e dei lager russi, la fiction di Radu Mihaileanu è, infatti, tutta costruita su un vero episodio storico. Brežnev cacciò e licenziò i musicisti ebrei dall’orchestra del Bolshoi, insieme a quei russi, e in particolare un direttore d’orchestra, che si erano ribellati per prendere la lora difesa.

Ma se un leggero anticomunismo fa da sfondo al film è per rilevare quanto tutti i regimi totalitari abbiano in comune il drammatico esito di schiacciare l’identità umana: l’artista che è in ogni essere umano. Senza retorica, la violenza del comunismo si percepisce dalle storie di realizzazione umana spezzate. Il grande direttore d’orchestra ridotto a uomo delle pulizie, che mima senza bacchetta una musica mentale. Sua moglie Irina, costretta a radunare comparse a pagamento alle manifestazioni di ex-comunisti nostalgici ormai disertate. I musicisti che suonano a memoria (e senza strumenti!) frammenti di opere. Storie di artisti e intellettuali messi in ginocchio dai regimi. Che si rialzano per portare avanti un sogno e ritrovare la dignità. “E se l’impostura – come dice Mihaileanu – è per riguadagnarsi l’identità e la dignità, allora non è impostura”. Tutt’un programma…

Questo capolavoro svonvolge così profondamente che è perfino difficile scriverne: mancano le parole. Tanto alterna, ad ogni istante e immagine, pianti e risi, tragedia e ironia, per scavare al cuore delle emozioni umane e musicali. Un’intensità unica che culmina nella magistrale scena del concerto. Ne esci inebriato; come da tutti i lavori di geni che ridisegnano il tuo paesaggio interiore e lasciano un’impronta che risuona a lungo. Fuori dal cinema hai voglia di riascoltare Čajkovskij o di ballare una frenetica e vitale musica migrante. Un’onda di spirito slavo dove tuffarsi senza freni.

@floremy, pubblicato su Terra, 7 febbraio 2010

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