Welcome, un incontro tra diversi uguali

dicembre 21, 2009 § 1 Commento

Clandestini tra sogni e abusi : la realtà umana dell’ immigrazione con uno sguardo finalmente umano! Uno splendido film francese di Phillippe Lioret, da non perdere.

 

Nascosto in un tir, tra le merci. Vani di camion che si aprono, abbaiare di cani. Affoghi il respiro dentro un sacco di plastica. Rischi l’asfissia. Per non essere annusato dalle sonde della polizia di frontiera. Iracheni, africani e afghani che fuggono dalle guerre e tentano la traversata verso una vita diversa. La polizia addosso. Paranoia di un’Europa che si chiude e rinchiude. Calais, luogo di confluenza di tutte queste vite in fuga ma sotto controllo.

Dopo viaggi di chilometri a piedi o nascosti in cassoni, attraverso l’Asia centrale, il Sahara, l’Inghilterra, è lì ad un volo d’uccello, la vedi pure, ma muraglie di frontiera ti impediscono l’accesso. Sei un clandestino. Trattato da non essere umano. Saresti pure un profugo con diritto d’asilo, ma vieni rinchiuso in veri campi di detenzione, condannato o respinto. In balìa degli abusi dello Stato francese poliziesco di Sarkozy, con il reato d’immigrazione illegale che punisce persino quei cittadini francesi che ti accoglierebbero in casa o quanto meno ti offrirebbero solo una mano. 

Ecco la materia reale dello splendido film Welcome, di Phillippe Lioret. Che intreccia all’indagine sulle migrazioni e gli abusi, una storia d’amicizia tra un francese e un clandestino, sullo sfondo di un amore contrastato tra due giovani kurdi, separati da frontiere statali e religiose. Bilal, diciassettenne iracheno sogna Mina, il suo amore dall’altra parte della Manica. Dopo una Odissea a piedi di 4000 km, dal Kurdistan attraverso l’Europa, scappato ai centri di detenzione temporanea e alla violenze delle polizie nazionali, è pronto a tutto pur di raggiungerla: ce l’ha nelle vene, Mina. Pure di attraversare il mare freddo a nuoto. Così si lancia nel folle progetto di diventare un nuotatore allenato. La sua vita clandestina, fatta di botte e di abusi, si incrocia con quella di Simon (un eccezionale Vincent Lindon, al colmo della bravura e della tenerezza umana), un professore di nuoto in pieno dramma per un amore spezzato: ma qui, contrariamente al Good morning Aman di Noce, i due non diventano reciproche stampelle e reciproci annullamenti. Nel film di Lioret, i diversi s’incontrano da esseri umani uguali, per creare un vero rapporto umano. Una intensa dialettica tra diversi che ricorda il bellissimo incontro a suon di djembé dell’Ospite inatteso di McCarthy. Profondo, con tutto quello che comporta di irrazionale.

Prima intrigato dalla forza di volontà dell’adolescente, Simon scopre piano il segno di immatricolazione sulla sua mano, i soprusi della polizia, la puzza quando la doccia è assente, il cibo cattolico di volontari che offrono solo assistenza ma niente uguaglianza, le notti gelate nella reale cosiddetta “giungla” di Calais, di recente sgomberata con la forza, dove si ritrovano centinaia di immigrati di diverse nazionalità in attesa di un passaggio verso il presunto Eldorado. E’ questa umanità ammazzata di disuguaglianza. Rigettata come un rifiuto. Quella che si respinge di notte senza un preavviso verso conflitti, carceri, e abusi ignoti. Nel nulla. Da’un Europa sempre più fascista, paurosa e cieca, che perde se stessa.

Eccetto Simon che, prima banale cittadino leggermente indifferente, scopre gli affetti e la brutale discriminazione nascosta dietro la vita ordinaria. Diventa il trainer del folle sogno della traversata a nuoto e si lascia pure coinvolgere da questo giovane amore impossibile tra Mina e Bilal, impedito soprattutto dal padre kurdo conservatore. Padri mostruosi che pensano le loro figlie come loro proprietà, da consegnare a forza a mariti anziani e non voluti, quando il desiderio reale è lì che fiorisce sotto i loro occhi… Altro potente spaccato sulla violenza sulle donne.

Bilal si tuffa. Nuota. Per ore. A due bracciate dalla costa inglese, verrà cacciato dalla guardia costiera Navy, che forse lo vuole salvare, ma fa paura quella nave che ti sovrasta, nel mare buio, quando sei quasi arrivato, a due bracciate della costa.

Solo realtà, realtà umana. Un capolavoro di cinema totale, magnifico.

E se uno uscisse dal film sconvolto dalle lacrime e dal senso di ingiustizia nella gola, con la voglia di capire qualcosa, gli basterebbe andare a Roma, piazzale Ostiense. Lì, sull’asfalto e tra i binari, minori afghani e iracheni ancora senza un pelo di barba, cercano di notte un cartone per dormire al riparo dalle botte.

Pubbliccato su Terra, 20 Dicembre 2009

Oltre la manifestazione è ora di trasformazione

dicembre 17, 2009 § Lascia un commento

@Pubblicato su Agenzia Radicale, giovedi 17 Dicembre 2009

Sì, era bella la piazza viola. Sì, sono allegre e fondamentali le manifestazioni, quando esprimono emozione, dissenso e voglia di cambiamento. Sospendendo, però, un giudizio a caldo sul “No B-Day”, che forse contiene in grembo una nuova protesta e una energia civile in germoglio, le manifestazioni di questi ultimi mesi hanno un grave limite in comune: quello di non produrre nessun reale cambiamento, né l’inizio di una lotta duratura. Temporanei sfoghi di umori, tanto più brillanti meteore, tanto più velocemente dimenticate; orfani di una nascita. Torna in mente la bella e colorata manifestazione contro il razzismo, con una stragrande maggioranza di immigrati che sfilavano per prendere in mano la loro integrazione; quella per la libertà di stampa, stracolma, ma morta perché nata chiusa dalle sue contraddizioni; o ancora la più recente, il 28 novembre, sulla violenza contro le donne: pochissime femministe, grida e corpi che poco o niente hanno mosso. Nessuna onda che abbia trasformato in profondità le relazioni tra i diversi, la libertà e la democrazia, il rapporto uomo-donna.

Le manifestazioni, di fatto, producono ancora reale cambiamento politico culturale? E’ lecito chiederselo. Opposta ma anche speculare al sistema, la manifestazione come modalità è una specie di vecchio retaggio delle forme di lotta e di conflitto proprie all’Ottocento e al sistema democratico liberalcapitalista. Ma ora – in tempo di crisi e di una sotterranea ma potente aspirazione verso un’altra società, nonviolenta, creativa e davvero libera – non è forse il caso di scoprire un nuovo metodo di pensiero e di azione per mutare il presente? Oggi, la voce delle donne, per esempio, non può più essere “ci mettiamo insieme e gridiamo contro il maschio violento”… la voce delle donne sarà risonante e reale quando sarà per “identità” e non per grida; emancipazione dalla violenza, sulla base della trasformazione del proprio rapporto con se stesse e con l’altro. Quando sarà movimento interno, appunto psichico. Liberazione delle menti. Allora una forza collettiva, costruita sulle fondamenta di una propria identità interna, avrà una possibilità per diventare vera trasformazione sociale.

In altre parole: sembra superata la manifestazione come strumento politico e culturale perché è forse ora di vedere che la società ha sete e desiderio ed è matura per un’altra dimensione di lotta: non è più tempo di manifestazione, ma di trasformazione umana.

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