Immigrazione, rivoluzione nonviolenta

ottobre 26, 2009 § Lascia un commento

Ci sono i barconi stracolmi, abbandonati nel mare (nostro), i respingimenti verso carceri-torture, ci sono i cei (nostri), i rastrellamenti, la proposta di bus separati, le ronde, gli insulti senza possibilità di denuncia, i morti: Abdul, Navtej Singh (arso vivo) e gli altri. Ci sono botte e maltrattamenti non ancora a fondo indagati, lungo fortezza Europa, nei tanti campi di detenzione; tir carichi di bambini afghani che sfuggono ai fondamentalismi e… ai nostri bombardamenti; clandestini con le dita bruciate per cancellare le impronte e scappare dalla nostra paranoia digitale. Eppure, come ribadisce lo scrittore pakistano Mohsin Hamid, “l’immigrazione è sempre esistita e esisterà sempre: è inevitabile”. Ci sono i commenti di una certa ministra che, all’indomani dell’omicidio di Sanaa, nel silenzio generale, ha osato legare la violenza contro le donne a un problema di “mancata integrazione”, una questione di “sacche di immigrazione che ancora rifiutano i nostri valori”, allorché Sanaa di un italiano si era proprio innamorata… C’è il reato di clandestinità e le bipolari escalation alla sicurezza, anche di una cieca sinistra che non ha mai affrontato la questione in modo fermo: complice, invece, quando non direttamente responsabile, degli smantellamenti dei campi rom, delle impronte digitali… Ci sono Maroni, la Lega e il Premier, che di recente non esita a indossare la camicia nera nei suoi comizi. E le ronde, vestite da nazisti. Ci sono le parole malate – in realtà, le menti – della politica e “l’equazione patologica tra alterità e pericolosità” (G. Marramao), allorché una recentissima ricerca statistica della Caritas-Migrantes e dell’Agenzia Redattore Sociale, comprova che non esiste nessun legame tra aumento degli immigrati e aumento dei reati; che la delinquenza tra italiani e stranieri è quasi paritaria, mentre il problema è proprio l’insicurezza degli italiani, resi fragili da crisi economica e culturale. E così gli stranieri diventano capri espiatori. C’è la nuova “percezione delirante” di un nemico immaginario e il rischio per la “paura dei barbari, di diventare noi stessi barbari” (T. Todorov). C’è la violenza quotidiana che annulla l’altro diverso da sé. C’è la Storia che sembrava sepolta, ma all’improvviso è così vicina. C’è la malattia mentale e sarebbe ora di esplorare quanto ci sia appunto di “malato” in questa nuova onda di xenofobia nostrana. Poi c’è la chiesa che in cambio di una preghiera ti dà un panino e vede un terreno di espansione in questi nuovi indifesi, vulnerabili, troppo facili beneficiari di assistenza, bontà e solidarietà. Quando invece basterebbe considerare solo e soltanto l’irriducibile uguaglianza tra gli esseri umani: dalla nascita. Si è detto tanto sul razzismo, ma così poco sulla dimensione psichica che, sotto la xenofobia, cova e opera una violenza ben più invisibile che la punta dell’iceberg appena descritta: “la pulsione di annullamento dell’altro” (M. Fagioli). E poi ci siamo noi. Noi che abbiamo la scelta e la libertà di fare dell’immigrazione l’opportunità di una nuova battaglia per l’uguaglianza. Non uguaglianza religiosa, basata sulla fallace caritas cristiana, né uguaglianza marxista, basata sui meri bisogni materiali, ma una uguaglianza di natura radicalmente nuova: quella della mente umana. L’immigrazione è la nostra chance per una rivoluzione nonviolenta, verso una società diversa, davvero egualitaria e umana. Il 17 in piazza, è quello che vogliamo.

@floremy, pubblicato su Agenzia Radicale, 17-10-09

Invisibili moderni

ottobre 6, 2009 § Lascia un commento

Donne e migranti, barboni e poveri, gli invisibili sono nascosti nelle maglie del sistema; sono tutti quelli respinti da una società medievale-mass-mediale oltre il nostro sguardo “benestante”. Popolazioni altre, grigiore delle periferie, e malattia che si annida nelle mura domestiche; Il potentissimo documentario En enero, quizás di Diego Costa Amarante proiettato al SalinaDocfest. Dan, un senzatetto rumeno, ex professore di storia e geografia sotto il regime di Ceaucescu, emigra in Spagna per cercare lavoro. Ma all’entrata della Romania nell’Ue nel gennaio 2007, la Spagna dichiara moratoria per i lavoratori rumeni. Dan vaga allora clandestino per le strade di Barcellona, nell’attesa di Gennaio 2009 – una vita normale – che non arriverà mai. Città in pieno boom; tu invece sei ridotto ai bisogni: sopravvivenza e repulsione quotidiana degli altri che ferisce. Nella metro, nessuno ti rivolge la parola, puzzi e il tuo letto è un cartone; ti lavi in bagni pubblici per i colloqui di lavoro, ma sei senza vestiti nuovi. Con gli altri clandestini e marginali, cadi presto nei meandri dell’assistenzialismo cristiano: un panino in cambio di una preghiera. La bibbia e l’ipocrisia per consolazione, che non ti daranno mai l’uguaglianza. In questo lucido film, si scopre il sotterraneo sociale dove vengano parcheggiati tutti devianti, resi “buoni”, credenti e prigionieri. Intanto sopravvivi, come rifiuto, per le nostre strade. E’ la Spagna, ma potrebbe essere ovunque in Europa.

@floremy, pubblicato su Terra, domenica o4ott09

La paura e la discriminazione

ottobre 1, 2009 § Lascia un commento

Oggi l’ennesima notizia delirante del bus blindato milanese che opera “rastrellamenti”, parola che credevamo seppellita nel passato. Ed ecco invece che torna a fare parte del quotidiano qualcosa che è violenza razziale. Guardiamo attoniti il dilagare di quest’orrore, sotto i nostri occhi passivi: respingimenti, bus separati – che farebbero rigirare Rosa Parks nella sua tomba -, immigrate insultate senza possibilità di ricorso a denuncia, africani e rom calpestati a morte dentro parchi bui; ai margini bui della nostra coscienza spenta, che lascia fare… e non vuole vedere. E sapere che ciò che accade e va in tv è solo la punta dell’icerberg di una violenza ben più invisibile, che si diffonde, tra uomini e donne, tra italiani e immigrati: l’annullamento dell’altro, quotidiano. In un paese confuso, pure acculturato ma orfano di una sana politica.

Italia svegliati! E una volta per tutto capisci: l’immigrazione è inarrestabile, è un processo millenario da sempre esistito e quando non è per mare è per terra, e quando non sarà attraverso deserti sarà attraverso montagne. Come dice lo scrittore pakistano emigrato a Londra Moshin Hamid, autore del Fondamentalista riluttante, “l’immigrazione è come la morte: é inevitabile”. E prosegue “quello che bisogna combattere è la tragica voglia di tornare ad una nostalgica mai esistita “purezza” di se stesso, allorché il mondo è contaminazione, scambio e confronto col altro. Il compito del intellettuale è proprio di combattere la paura, di rendere gli esseri umani meno paurosi lì uni degli altri”.

Voi che avete paura, osate guardare, oltre il barcone stremato, le vittime di guerre civili, fame e colonizzazione dei loro sogni con la nostra tv e il nostro modello di vita. Ma qui censuriamo l’uso di parole bugiarde come caritas, solidarietà e generosità come riconosceva anche Luigi Manconi sull’Unità; nuovo terreno di espansione della chiesa verso questi vulnerabili, terreno dell’umano, interamente abdicato alla chiesa con la complicità culturale della sinistra cattocomunista. Non usiamo nemmeno soltanto, le eppure concetti fondamentali di “demografia, economia e diritti”. Qui c’entra la questione dell’irriducibile uguaglianza psichica tra gli esseri umani. E della nostra capacità di rimanere umani, noi.Calpestando gli immigrati rischiamo di perderla, questa nostra umanità: come annunciava Tzvetan Todorov alcuni mesi fa, “la paura dei barbari ci fa diventare barbari”.

L’immigrazione è la nostra chance di rivoluzione nonviolenta per una società diversa, davvero uguale e ugualitaria. Non la lasciamo passare, non sprofondiamo nel mortale identico a sé e nell’”apocalisse psicopatologica”, annunciata anni fa dal sempre da rileggere Ernesto de Martino.

@floremy, parzialmente pubblicato su la Repubblica, 1 ott 09

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