L’antifascismo e la psiche: la resistenza dei giorni di oggi

agosto 25, 2009 § Lascia un commento

Colpisce sempre di più, in un Paese ormai dichiaratamente fascista xenofobo , la paralisi collettiva, l’accettazione di un inaccettabile diventato “normale”. Rassegnazione non solo imputabile al caldo farniente d’agosto, ma sintomo del “senso dell’inutilità dell’agire politico”, come ricordava questi giorni Nadia Urbinati sull’Unità. Un Paese immobilizzato dal fallimento del pensiero stesso del dissenso, per non menzionare la crudele assenza di un solo afflato di disobbedienza civile.

Dopo l’approvazione della legge più “apartheid” nella storia dell’Italia repubblicana (il decreto sicurezza) che riconosce di fatto il trattamento disuguale riservato a “due umanità” – autoctoni e immigrati – ecco le ronde per le nostre strade; nazionalismo estremo, aquila e bracciale msi. Surreale, irriproponibile riapparizione di una parentesi non chiusa del passato; possibilità immanente della storia.

Come spiegare che un Paese intero non veda il delirio che si cela dietro questa legge, la sua troppo facile deriva verso la caccia al “diverso” (come d’altronde è già in corso in Paesi dell’Europa dell’Est con la caccia ai Rom…). E il fatto che una popolazione intera sia governata da accertati malati di mente, e assisti ogni giorno, al bollettino dei loro annunci pubblici? Come non vedere che qualcosa in Europa, con primato italiano, è malato – versione anni ’30 con i risultati che conosciamo?

Come scriveva Asor Rosa alcune settimane fa sul Manifesto, “la deriva a destra del continente e il fascismo latente dovrebbero diventare il vero tema della sinistra”. Giustissimo monito, non raccolto però da una sinistra ossessionata da mere manovre di ricomposizione e dal proprio, endemico, fallimento. Questione drammatica: sarà capace di opporsi, quella parte dei cittadini che non accetta la regressione legislativa nonché culturale del Paese?

Benché fondamentale e auspicabile, l’antifascismo di ieri ha qualcosa di un po’ polveroso che sembra non rispondere più adeguatamente alle odierne questioni sociali, soprattutto alla più urgente: quella del trattamento disuguale – a volte disumano – riservato agli immigrati (e che corrisponde alla famosa “pulsione di annullamento” teorizzata da M. Fagioli).

Quell’antifascismo avrebbe bisogno di un’iniezione di vitalità: di nuove scoperte sulla realtà psichica e sulla violenza invisibile nei rapporti interumani. E’ inevitabile fare luce invece su come il rapporto nonviolento con il diverso sia la reale identità dell’essere umano e il principio base sul quale fondare la nostra società.

Come riassume genialmente Massimo Fagioli nel numero di Left di venerdi 21 agosto, “Antifascismo è la conoscenza della parola trasformazione (…)”. ‘La trasformazione, per inventare e praticare la Resistenza dei giorni nostri.

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