La ribellione e la mente

agosto 28, 2009 § Lascia un commento

Non è scendendo in piazza, facendo presenza di corpi e di parole, che si può fare rivoluzione oggi, ma inventando una nuova forma di ribellione. Perché la società è cambiata e per sconfiggere il diffuso “senso di inutilità dell’agire politico” bisogna inventare un nuovo modo di resistere comune. Le modalità di lotta passate hanno d’altronde dimostrato i loro limiti e tocca ora separarsi nettamente invece di rimpiangerle e di augurarsene il ritorno: il ’68 suicida, basato su un falso concetto di desiderio e su una libertà senza identità; il femminismo che pensava di raggiungere una parità attraverso un annullamento dell’altro maschile, invece di capire che essa si costruisce nel rapporto dialettico e vitale col diverso da sé. Entrambi, movimenti che non hanno prodotto una vera e duratura liberazione, per non avere scoperto che essa deve partire prima di tutto da una trasformazione nella psiche.

Per inventare una nuova ribellione che sia nonviolenta, bisogna affiancare alla resistenza (alla disobbedienza civile e agli aspetti salvabili, se ci sono, del ’68 e del femminismo) una nuova ricerca sulla mente umana.

@floremy Pubblicato sull’Unità, 18 agosto 2009

L’antifascismo e la psiche: la resistenza dei giorni di oggi

agosto 25, 2009 § Lascia un commento

Colpisce sempre di più, in un Paese ormai dichiaratamente fascista xenofobo , la paralisi collettiva, l’accettazione di un inaccettabile diventato “normale”. Rassegnazione non solo imputabile al caldo farniente d’agosto, ma sintomo del “senso dell’inutilità dell’agire politico”, come ricordava questi giorni Nadia Urbinati sull’Unità. Un Paese immobilizzato dal fallimento del pensiero stesso del dissenso, per non menzionare la crudele assenza di un solo afflato di disobbedienza civile.

Dopo l’approvazione della legge più “apartheid” nella storia dell’Italia repubblicana (il decreto sicurezza) che riconosce di fatto il trattamento disuguale riservato a “due umanità” – autoctoni e immigrati – ecco le ronde per le nostre strade; nazionalismo estremo, aquila e bracciale msi. Surreale, irriproponibile riapparizione di una parentesi non chiusa del passato; possibilità immanente della storia.

Come spiegare che un Paese intero non veda il delirio che si cela dietro questa legge, la sua troppo facile deriva verso la caccia al “diverso” (come d’altronde è già in corso in Paesi dell’Europa dell’Est con la caccia ai Rom…). E il fatto che una popolazione intera sia governata da accertati malati di mente, e assisti ogni giorno, al bollettino dei loro annunci pubblici? Come non vedere che qualcosa in Europa, con primato italiano, è malato – versione anni ’30 con i risultati che conosciamo?

Come scriveva Asor Rosa alcune settimane fa sul Manifesto, “la deriva a destra del continente e il fascismo latente dovrebbero diventare il vero tema della sinistra”. Giustissimo monito, non raccolto però da una sinistra ossessionata da mere manovre di ricomposizione e dal proprio, endemico, fallimento. Questione drammatica: sarà capace di opporsi, quella parte dei cittadini che non accetta la regressione legislativa nonché culturale del Paese?

Benché fondamentale e auspicabile, l’antifascismo di ieri ha qualcosa di un po’ polveroso che sembra non rispondere più adeguatamente alle odierne questioni sociali, soprattutto alla più urgente: quella del trattamento disuguale – a volte disumano – riservato agli immigrati (e che corrisponde alla famosa “pulsione di annullamento” teorizzata da M. Fagioli).

Quell’antifascismo avrebbe bisogno di un’iniezione di vitalità: di nuove scoperte sulla realtà psichica e sulla violenza invisibile nei rapporti interumani. E’ inevitabile fare luce invece su come il rapporto nonviolento con il diverso sia la reale identità dell’essere umano e il principio base sul quale fondare la nostra società.

Come riassume genialmente Massimo Fagioli nel numero di Left di venerdi 21 agosto, “Antifascismo è la conoscenza della parola trasformazione (…)”. ‘La trasformazione, per inventare e praticare la Resistenza dei giorni nostri.

Frontiere nostre

agosto 22, 2009 § Lascia un commento

Cosa avviene alle nostre frontiere ci riguarda. La violazione quotidiana dei diritti di esseri umani; che ci sognano e viaggiano e, spesso muoiono. Non può mancare di interrogarci, di violentarci di risvegliarci…se fosse ancora possibile. Perché interroga ben la nostra di umanità, la nostra indifferenza; e il nostro “benessere” carnefice, che si traduce da un lasciare morire uomini e donne, alcune incinte, su barconi roventi e affollati. A due passi di casa nostra.

 Quel barcone, non poteva passare invisibile alla rete di radar, satelliti, guardie, nel un mediterraneo stra trafficato, dove s’incontrano pletora di barche nave militari polizia… Allora cosa significa: sono lasciati morire? Perché migranti? Perché potenziali clandestini? Perché africani? Neri? Perché la retorica xenofoba ha troppo ben confuso le menti, questi uomini e donne siano stati considerati da poco valore. Da abbandonare nel mare. Si chiediamo un indagine, come ha chiesto C. Hein del Cir. E risvegliamoci capiamo che siamo governati da mostri cinici, primo in titolo Maroni che all’annuncio della strage, la nega, come se non lo riguardasse.

 E poi questa strage ci interroga più profondamente ed echeggia il dibattito in corso sul’ assenza di agire politico in questo Paese. Dove è davvero sconnesso il rapporto tra coscienza e azione come diceva Nadia Urbinati. Dove tante associazioni, UNHCR, Cir, Ong da anni, giustamente gridano ogni giorno che si ripristino i diritti dei migranti. Gridi sconcertati da cittadini consapevoli delle deriva disumanizzante. Perché questo lasciare morire migranti non sarebbe una nuova forma di sottile fascismo – il trattamento disuguale due umanità, combinato al nostro silenzio. Dove ogni reazione, questione, inchieste, in questo Paese di gomma, sembra sempre di cadere nel un vuoto, un abisso di silenzio, venire inghiottiti nel nulla. Come se non ci fosse più un paese reale in grado di sollevare domande e aspettare riposte. Come se fosse scomparso il paese sotto i nostro piedi e rimanessimo orfani della politica. Orfani della nostra umanità.

Dove sono?

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