L’ ospite inatteso

gennaio 21, 2009 § Lascia un commento

 In Occidente, ci sono pareti invisibili, più invalicabili di una prigione, tra immigrati senza documenti e cittadini. Linee di vite parallele che nella vita reale, raramente s’incrociano. Ma quando lo fanno, tutto può cambiare, essere rigiocato, nuovo. Come nell’amicizia improbabile tra il clandestino siriano, Tareq, e il professore emerito vicino alla pensione, Walter. L’Ospite inatteso filma un lento avvicinarsi al diverso da sé, fino a passare la sottile soglia dove i ruoli si rovesciano o meglio scompaiono, e puoi conoscere l’altro.

 Ma è un’amicizia costruita sulla tensione dell’America post-11 settembre.  Legislazione paranoica e lotta globale al terrore che fa di tutti gli “arabi”, potenziali terroristi. Tareq, clandestino integrato, cade negli meandri dello stato poliziesco, dell’arbitrario puro. Arresti, spostamenti da un centro di “detenzione” ad un altro – se assente, l’immagine di Guantanamo non è mai lontana – fino all’espulsione finale. Nell’aereo ammanettato, sottratto da un giorno all’altro alla tua vita, al tuo amore, ai tuoi amici. E’ New-York, ma potrebbe essere ovunque in fortezza Europa.

Dietro di sé, Tareq lascia un mondo degli affetti trasformati. Con l’amico e il djembé, il professore grigio ritrova gli affetti. I rapporti umani che avevano disertato la sua vita, in apparenza socialmente perfetta ma in realtà congelata, assente. La trama è genialmente paradossale, il professore di economia che pontifica su come la globalizzazione favorisca la crescita dei paesi in via di sviluppo, che si ritrova in casa due immigrati, che vivono all’erta permanente di essere arrestati, i diritti calpestati. Ma intanto vivono in fondo. E così lui ricomincia ad assaporare la vita. Ad uscire dalla gabbia che si era ritagliata.  Alla sua, corrisponde, in modo speculare, la cella essa ben reale del clandestino. Una specie di metafora della condizione migrante oggi.

 Ma di retorico questo film non ha nulla, anzi. Il film di Mac Carthy è tutto girato in mezzi toni, con estremo pudore e discrezione. Più che seguire una sceneggiatura, si tuffa nelle finissime espressioni del protagonista (il grande Richard Jenkins), che riscopre l’amore mai consumato ma intensissimo con Mouna (la splendida Hiam Abbas, magnetica). Il lento fluire di piccoli gesti, il kebab mangiato insieme, le improvvisazioni di percussioni nel parco e i sorrisi che esplodono. Le mani che battono un ritmo, vitale, contro il vetro della cella. Senza accorgersene, il film fa precipitare lentamente nell’intreccio dei sentimenti. Con solo una tenue melanconia, quella della lora libertà soffocata. Un piccolo capolavoro di pudore che conquista passo dopo passo,  di cui si esce stranamente felice e fiducioso. Walter, solo sul banco di una fermata di metro, calpesta di goia-rabbia il suo djembé. Suona la sua umanità ritrovata.

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